CORDELIA.
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VERSO IL MISTERO. Novelle.
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1905. FRATELLI TREVES EDITORI, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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    Testo curato da Catia Righi per il Progetto Manuzio.
           Associazione Culturale "Liber Liber".
              http://www.liberliber.it/
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Presentazione.
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Verso il mistero  una raccolta di sei novelle pubblicata nel 1904 e baciata, come tutte le opere di Cordelia, da un grande consenso di pubblico e di critica. I due racconti scelti e riproposti hanno una prosa musicale e immediata che percorre le tenebre e i prodigi della mente umana, fra il dolore e la piet. Fa capo la sfera, allora in fase pionieristica, della Psicanalisi. Con un tocco fiabesco l'autrice turba gli animi e le convenzioni, e tutti i personaggi vanno verso le zone d'ombra o di luce del loro destino con un realismo dolcemente esistenziale. 
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L'AUTRICE.
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Virginia Tedeschi-Treves, nota anche con lo pseudonimo di Cordelia (Verona, 22 marzo 1849  Milano, 7 luglio 1916),  stata una scrittrice italiana.
Dopo il matrimonio nel 1870 con Giuseppe Treves, coproprietario col fratello Emilio della casa editrice Fratelli Treves, fu presidentessa del Comitato lombardo pro suffragio femminile, cofondatrice del Lyceum di Milano, contemporanea di Ibsen, di Flaubert, di Zola, Dostoevskij; nel suo salotto letterario accolse i massimi autori e intellettuali del tempo, da Verga a D'Annunzio, da Carducci a Freud.  stata fra le prime donne a parlare di divorzio, di Psicanalisi, di diritto all'istruzione; nel '16 scrisse il manifesto del femminismo tricolore. Contemporaneamente inizi una fortunata carriera di scrittrice per "signore" e bambini con lo pseudonimo di "Cordelia" e di direttrice di riviste di moda.
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VERSO IL MISTERO.
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UNA TRAGEDIA IN UN CERVELLO.
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1.
Valentina seduta accanto alla finestra era immersa nella lettura della Nevrosi e neurastenia del professor De Giovanni.
Era laureata da un anno in medicina e amava la scienza collardore della giovinezza, colla fede dun credente. Sera dedicata alla specialit delle malattie del sistema nervoso, e studiava indefessamente collentusiasmo di un neofita.
Fu scossa dalla voce della madre, la signora Paola Verganti, che le disse:
Valentina, ti prego, lascia per dieci minuti i tuoi libracci, e ascoltami.
Parla, mamma, rispose Valentina chiudendo il libro.
D retta a me, riprese la signora Verganti, rinuncia al tuo matrimonio. Quando ti ho concesso di frequentare lUniversit, lottando coi pregiudizi degli amici, fu per farti forte e capace di vivere anche senza maritarti, ed ecco che la tua scienza non serve che a renderti indipendente da me, e a farti scegliere uno sposo che non mi persuade.
Mamma, tu non sei ragionevole, io non ti riconosco pi, non mi sembri pi la donna superiore che mi permise di dedicarmi a studii severi e virili. Perch vorresti togliermi ora quellindipendenza di volont che tu stessa mhai insegnato ad apprezzare?  vero; la mia scienza avrebbe potuto consolarmi della mancanza della famiglia, e non avrei pensato a scegliermi un marito, n accettato il primo venuto, se il caso non mi avesse fatto conoscere lingegnere Lodovico Arcelli.  un uomo superiore, ricco, simpatico, intelligente, e lo amo con tutta lanima mia.
Tu che hai studiato medicina, sai meglio di me a qual pericolo ti esponi, disse la signora Verganti, tu sai bene che Lodovico  pazzo.
Mamma, non  vero, e mi meraviglio che tu raccolga questa vile calunnia dei suoi nemici. Una mente cos equilibrata, che scioglie i problemi di matematica pi difficili, che ora sta studiando un metodo nuovo e semplice per trasportare la energia a grandi distanze, via: non  possibile! Io, vedi, ho frequentato le case dove regna la pazzia e credo di saperne qualche cosa; se Lodovico  pazzo, lo siamo tutti!
Allora  ammalato, soggiunse la signora Verganti; hai udito quello che hanno detto di lui i tuoi colleghi; mhanno fatta la descrizione di quel suo male misterioso, terribile, che fa tremare i pi forti, pensa a quello che fai.
Io non ho paura.
Almeno, Valentina, fallo per la mia tranquillit, rinuncia a questo matrimonio.
No, mamma, sono decisa, e tu non inquietarti inutilmente, mostrati forte, come quando il babbo partiva per andare alla guerra, che lo salutavi colla faccia sorridente, per non togliergli il coraggio, e pure avevi il pianto nel cuore; io mi sento figlia del colonnello Verganti e non tremo. Mamma, su allegra; ti assicuro che non ci saranno n morti, n feriti, ed ora non parliamone pi.
Riprese il libro, ma il suo pensiero era molto lontano. Pensava alla decisione presa, alluomo al quale era alla vigilia di legarsi indissolubilmente, contro il consiglio delle amiche, della madre, di tutti! Infatti una malattia incomprensibile, fatale, tramutava il pi compito degli uomini in una belva furibonda; quel male lo coglieva sempre alla medesima ora, poi si dileguava improvvisamente senza lasciare alcuna traccia. I medici non erano riusciti a spiegarlo e nemmeno a dargli un nome. Chi diceva trattarsi di sonnambulismo, chi di epilessia, ma non sapevano nulla di preciso; avevano tentato molte cure, fra le altre, lidroterapia, lipnotismo, lelettricit; tutto inutilmente.
Valentina conobbe lingegnere Arcelli quando faceva la cura elettrica nel gabinetto del suo professore. Sent subito una viva simpatia pel giovine, e un forte desiderio di studiare quel male misterioso e tentarne la guarigione.
Egli non ignorava il suo male, e ci lo rendeva malinconico, avvilito, quasi umiliato; parlava poco, viveva solitario, tutto immerso negli studii, che avevano gi fatto conoscere il suo nome nel mondo; era alto, pallido, aveva la voce melodiosa, i modi signorili, e unespressione di dolcezza diffusa intorno agli occhi stanchi che lo rendeva simpatico.
Valentina lo vide la prima volta seduto, isolato sulla poltrona elettrica, mentre il professore, toccandolo collelettroforo, faceva scattare scintille da tutto il suo corpo, ed essa era incaricata di regolare lintensit della corrente.
Pei primi giorni si scambiarono poche parole, poi la giovane medichessa gli chiese del suo male, tent dinfondergli qualche speranza di guarigione.
 terribile, egli diceva,  come una morsa di ferro che mi soffoca e mi strazia, un incubo da cui non posso liberarmi. Sono molto ammalato. E crollava il capo come chi non ha pi speranza.
Valentina incominci a provare per lui una gran compassione, volle visitarlo minutamente e lo assicur che nessuna lesione aveva nellorganismo, e si convinse che il male era legato a quei fili misteriosi che si chiamano nervi e che sarebbe guarito.
Le parole della fanciulla erano per lui una musica soave che pi della corrente elettrica faceva vibrare tutto il suo essere, e il pensiero che finita la cura non lavrebbe pi riveduta, era per lui altrettanto spaventoso, quanto lidea della sua malattia.
Valentina, senza essere una bellezza perfetta, era molto piacente, aveva il viso aperto, gli occhi vivi, intelligenti e unaria di bont e di energia in tutta la persona che la rendeva affascinante. Essa leggeva nel cuore di Lodovico come in un libro aperto, sentiva la di lui ammirazione crescente e aspettava che le rivelasse il suo amore. Egli sospirava, si faceva sempre pi triste, ma non aveva coraggio di parlare.
Solo un giorno egli disse che ogni gioia gli era negata, anche la speranza di formarsi una famiglia, perch nessuna donna avrebbe voluto dividere la sua triste sorte.
Dite delle sciocchezze, gli aveva risposto Valentina, ne volete una prova? Io sarei pronta ad essere la vostra compagna.
Il pallido volto del giovane sillumin a quelle parole, ebbe un lampo di gioia, poi croll il capo, e porgendole la mano disse:
Grazie, le vostre parole mhanno fatto un gran bene, ma  un sogno che non pu realizzarsi.
Perch? Vi amo, ammiro il vostro ingegno; se avete per me un po di simpatia, perch non si dovrebbe unire la nostra sorte e tentare di essere felici?
Ma la mia malattia non vi spaventa? Non mi maledirete di rattristare la vostra fiorente giovinezza, collo spettacolo del mio male? Voi non conoscete lorrore delle mie notti, gli spasimi del mio corpo straziato, i sussulti del mio cervello infermo, non datemi unillusione fallace, una speranza che non potr realizzarsi; pensateci. Valentina, voi siete bella, sorridente, siete nata per la gioia e non per unire la vostra sorte a quella di un uomo che ignora per qual colpa  stato maledetto dal cielo.
Non dite cos che mi fate pena, rispose Valentina, mi sono dedicata allumanit, sofferente, ho frugato nelle viscere dei cadaveri per scoprire il segreto della vita; anchio, perch ho fatto quello che poche donne hanno il coraggio di fare, in molti ispiro la ripugnanza, il ribrezzo. Veramente volevo dedicarmi soltanto alla scienza, ma vi ho conosciuto, vi amo, e mi offro a voi.
Voi siete un angelo, e mi  impossibile rifiutare il vostro dono generoso, rispose Lodovico, laccetto come se mi venisse dal cielo e giuro che tutto tenter per rendervi felice.
Come amerei la mia scienza se potessi darvi qualche sollievo! esclam Valentina.
Lodovico croll il capo come un incredulo, e disse:
Non  pi il tempo dei miracoli;  vero, voi sapete molte cose, ma non potrete riuscire dove non sono riusciti i migliori medici. Temo desser condannato per tutta la vita ed ora ne sono pi addolorato per voi, che mi sarete compagna.
Forse la scienza sar pi potente unita allamore, ed ho la fede e la speranza.
Lodovico era commosso, gli mancava la voce, ma da quel momento sent che non avrebbe pi potuto vivere senza Valentina.


2.
Un bellissimo sole daprile illuminava la citt di Torino, e laria, piena di profumi nuovi, avvolgeva uomini e cose.
Gli sposi, ritornati appena dal municipio, erano circondati dai parenti e dagli amici.
Il convegno era tuttaltro che lieto. Pareva un funerale, la preoccupazione della malattia dello sposo stava nel pensiero di tutti.
La signora Verganti tratteneva a stento le lagrime e si sentiva tanto triste, come non era stata mai, nemmeno il giorno in cui suo marito era partito per la guerra dAfrica, dove aveva trovato la morte. Lodovico sorrideva, ma si mostrava preoccupato. Valentina soltanto era allegra, raggiante, e si sforzava dinfondere in tutti il suo coraggio e la sua gioia.
Essa sorrideva allo sposo e abbracciava la madre rassicurandola.
Tutto sarebbe andato bene, diceva. Anche la natura in festa e il sole che entrava dalle finestre aperte rallegrava la casa piena di fiori e damici.
Fu un momento solenne, quando vennero a dire che la carrozza attendeva gli sposi per condurli alla villa che Lodovico possedeva nei dintorni di Torino e doveva ospitarli in quei primi giorni del matrimonio.
Valentina si stacc con uno sforzo dalle braccia di sua madre, che non avrebbe voluto lasciarla partire, salut gli amici, e discese in fretta le scale seguita da Lodovico.
Finalmente erano soli.
La carrozza correva per le strade lunghe, dritte, popolate da una folla allegra, uscita per respirare la brezza della primavera nascente. Correva pei lunghi viali fiancheggiati dagli alberi che si vestivano di foglie novelle, avanti avanti per laperta campagna, salendo sui poggi che ridevano davanti al nuovo sole. Gli sposi si tenevano per mano in silenzio: si sentivano vivere e pensare, come sentivano il battito dei loro cuori che la gioia rendeva pi rapido.
Egli temeva che la sua felicit si dileguasse come in un sogno, e che lamore di Valentina non avrebbe potuto resistere quando avesse assistito ad una delle crisi del suo male; tremava pensando a quello che gli preparava lindomani e la stringeva a s fortemente come per impedire che gli sfuggisse.
Essa indovinava il pensiero di Lodovico, ma non temeva nulla, era sicura di s stessa e del suo amore. Quasi desiderava affrontare la realt di quel male sconosciuto, per conoscerlo e tentarne la guarigione; voleva studiarlo con tutta la forza della sua mente, colla divinazione del suo cuore innamorato, e forse sperava di comprendere quello che agli altri era rimasto incomprensibile.
Sapeva quel male misterioso appartenere al genere di malattie alle quali essa specialmente si era dedicata; e il poter studiare il soggetto, sempre, tutti i giorni, con intelletto ed amore, le dava la speranza di riuscire.
Gi la sua fantasia andava andava, come la carrozza che correva per laperta campagna, e si vedeva felice e vittoriosa. Furono distolti dai loro pensieri dalla scossa della carrozza che si ferm davanti alla villa.
Scesero in fretta sorridendo e, stanchi pel lungo silenzio, ripresero la conversazione interrotta.
Il sole volgeva al tramonto e tingeva duna tinta rosea le montagne ancora coperte di neve.
La casa bianca risaltava sopra uno sfondo verde-cupo, formato da un bosco di abeti; i rododendri in fiore mettevano una nota gaia sul verde.
Quanto  bello! esclam Valentina. Come saremo felici in questo nido!
Ti piace? chiese Lodovico col volto illuminato dalla gioia.
Ma  un incanto!... E come hai pensato a tutto; sei un vero mago. Fino la tavola preparata, e un bel fuoco nel caminetto. E quante belle rose! Eppure non siamo ancora di maggio; e queste violette! Che profumo!
E s dicendo si chin ad odorare un bel mazzo di viole poste in un canestro sopra un tavolino.
Lodovico ordin ai domestici di servire il pranzo; la lunga corsa e le emozioni della giornata gli avevano eccitato lappetito; poi, rivolto alla moglie, soggiunse:
Cara la mia dottoressa, mi pare che si potrebbe mettersi a tavola; dopo pranzo avrai tutto il tempo per ammirare la tua villa.
Nostra, vuoi dire.
No, sei tu la padrona, te ne faccio un dono; spero che non mi negherai lospitalit.
Valentina si mise a ridere.
Hai voglia di scherzare, disse.
Parlo seriamente; sono lieto di cederti lo scettro; da domani la padrona sarai tu, ed io sar tuo schiavo.
E chiacchierando allegramente si sedettero a tavola dove venne loro servito un buon pranzo, e gustarono per la prima volta il piacere di trovarsi soli, lontani dal mondo, seduti alla stessa mensa, avendo nel loro cervello pensieri spumeggianti come il vino di cui erano piene le coppe di cristallo.
Dopo il pranzo, Valentina volle continuare il suo viaggio di scoperta e girare per la villa, divertendosi a toccare i ninnoli sparsi sulle mensole, ad osservare i mobili, i quadri, i tappeti.
Nel piano superiore verano le camere da letto, una coi parati rosei per lei e laltra pi cupa e severa per Lodovico; accanto una sala spaziosa contornata da biblioteche piene di volumi.
Hai proprio pensato a tutto, disse Valentina, avvicinandosi alle biblioteche per osservare i volumi ben rilegati. Da una parte i libri di matematica per te, dallaltra quelli di medicina e di scienze naturali per me; mi par di ritrovare i miei amici, eccoli tutti schierati: Biswanger, La neurastenia; Beard, Una malattia nuova; La neurastenia di Arndt; come sono difficili questi nomi russi! E che belle ore passeremo a studiare qui tutti e due, tu da una parte ed io dallaltra! Perch da sposi moderni, da personaggi del secolo ventesimo, non ci si potrebbe contentare di star tutto il giorno a guardarci negli occhi ed a filare lamore perfetto. Noi abbiamo bisogno anche del cibo dello spirito, e cos il nostro amore non passer come una meteora fuggente, ma durer sempre, non  vero?
Ne ho speranza, dipende da te, disse Lodovico, sedendosi sopra un divano accanto a Valentina.
Non temere, rispose questa, sono sicura di me stessa, i miei sentimenti non muteranno; ma, perch ora una nube  passata nella tua mente? chiese guardandolo negli occhi.
Tu mi leggi dunque nel pensiero?
 un po la mia professione. Ma, dimmi, che cosa ti turba?
Penso che presto savvicina lora fatale e vorrei pregarti di non tentare di vedermi, n di assistermi in quel momento.
Ma perch?
Perch la crisi passa come viene e tu ne soffriresti inutilmente; mi prometti dunque di allontanarti?
Non posso farti una promessa che non potrei mantenere. Desidero vedere di che cosa si tratta, e la mia non  una curiosit da femminuccia, ma una curiosit scientifica, e poi mi spinge la speranza di esserti di qualche sollievo.
Almeno, ti prego, non avvicinarti a me. Devo narrarti una cosa che ho sempre tenuta chiusa nel mio cuore, ed al pensarvi soltanto mi rinnova un dolore crudele. Mi rincresce evocare in questo giorno un ricordo cos triste, ma vi sono costretto per difenderti da te stessa e impedire che avvenga un fatto al quale non potrei sopravvivere.
Valentina lo guard esterrefatta. Che cosa doveva dirle di tanto grave? Stette ad ascoltare tutta trepidante.
Una volta, riprese Lodovico col pianto nella voce, avevo un cagnolino, Fedele, il mio unico amico, il solo compagno della mia vita solitaria; ebbene, dopo una delle mie crisi lo trovai morto, soffocato, accanto a me. Che cosa era accaduto? Forse vedendomi soffrire si era avvicinato per recarmi soccorso, forse per farmi una carezza, mistero! Sono certo che luccisi colle mie mani, e non me ne so ancora dar pace; pensa se tu ti avvicinassi e chio ti facessi male, ti ucc.... Dio mio! sento che ne morrei.  terribile non poter dominare i proprii movimenti!
Non temere, Lodovico, veglier su te, ad una certa distanza, e sapr difendermi. Ed ora non pensiamo a cose tristi.
Hai ragione, disse Lodovico, abbracciandola, godiamo di questi momenti di pace che ancora ci rimangono.
E stettero vicini in quella stanza appena illuminata. I loro volti erano sereni, ma un velo di mestizia pareva fosse sceso su quelle cose che pochi momenti prima parevano tanto gaie ai due innamorati.

3.
Lodovico aveva accompagnato Valentina nella stanza dai parati color di rosa, e sera indugiato a discorrere con lei di mille cose, e fatto progetti per lavvenire.
Dalla finestra spalancata entrava una brezza refrigerante e le stelle tremolavano come punti luminosi nella vlta scura del cielo.
Ad un tratto Lodovico abbracci Valentina, e disse:
Devo andare, procura di riposare, e pensa a cose liete.
Dimmi almeno che cosa ti senti, chiese Valentina. Sai che devo essere la tua medichessa.
Ora non  nulla, soltanto un sonno invincibile, un peso che mi opprime il cervello. Devo coricarmi, non inquietarti, domani mi troverai bene come al solito. Va a dormire, non pensare a me; te ne prego, e usc in fretta, lasciando la sposa sola, in faccia alla notte profonda, in quella camera color di rosa dove i fiori impallidivano nei vasi, e il letto bianco adorno di merletti sembrava stendere le braccia e invitarla al riposo.
Ebbe un momento di sgomento; il primo in tutta la giornata; lopprimeva il silenzio che la circondava, il non udire pi la voce di Lodovico, il trovarsi in quella stanza sconosciuta, che non aveva per lei alcun ricordo, e la sua situazione nuova, straordinaria, di esser sola, abbandonata nella prima notte del matrimonio. Si sedette sopra una poltrona e prese in mano un libro per togliersi dai pensieri che lopprimevano; non pot leggere nemmeno una riga; lo chiuse; la stanchezza lassalse, e parve assopirsi; ma tutto ad un tratto un urlo, che veniva dalla stanza vicina, la riscosse; salz di scatto, aperse luscio e sollev la portiera che la divideva dalla camera di Lodovico.
Una lampada velata mandava dalla vlta una luce tenue, quasi crepuscolare. Lodovico si dibatteva sul letto come un indemoniato, aveva la faccia sconvolta, e gli occhi che sembrava gli uscissero dallorbita, pareva lottasse con un nemico formidabile, invisibile, i suoi muscoli erano tesi come per uno sforzo sovrumano, poi cessarono i movimenti convulsi e incominci a gemere e ad urlare come una belva.
Valentina stava ritta sulla soglia, incerta; avrebbe voluto avvicinarsi al letto, per tentare di calmarlo, ma ramment la proibizione avuta. Fremeva nel veder il suo Lodovico cos trasfigurato, e di trovarsi impotente a recargli sollievo. Lo chiam ad alta voce, non rispose, fece solo un movimento impercettibile.
Ad un tratto la voce di Lodovico echeggi nel silenzio della notte, disse parole interrotte, sconnesse, pareva che vaneggiasse, anche la sua voce pareva mutata.
Valentina immobile stava attenta ad ascoltare. Dopo le prime frasi pot raccapezzarsi meglio in mezzo a quel torrente di parole paurose.
Aiuto! egli gridava, aiuto! ecco, viene col pugnale; uno, due, tre.... gli squarcia il seno: oh che rantolo,  morto; ancora, ancora! perch?  terribile.... non voglio pi sentire quel gemito.... anche lei... salvala.... peccato,  cos bella.... no? no? ah! offre il seno.... ah, luccide.... quanto sangue.... via, via.... assassino.... ed ora ecco le vittime; le avvolge nel lenzuolo....  tutto rosso di sangue. Dove va? dove le trascina? gi in fondo.... sento il rumore delle loro teste che cozzano; tun, tun, tun.... piet, pei morti.... gi, gi ancora; perch li trascini? Perch li scuoti? aiuto!... aiuto!... La fossa  nera gi.... perch le ossa scricchiolano? ahi, le sento qui.... aiuto.... aiuto!...
E si voltava per il letto gettando via tutto quello che gli capitava in mano, contorcendosi in modo spaventoso; pareva che le sue ossa si spezzassero, agitava le braccia come se volesse scacciare una terribile visione. Lodovico continuava:
Ed ora dove mi conduci? Dove fuggiamo? Quanti soldati! Cinseguono.... via, via ! Andiamo lontano.... lontano.... lontano....
Valentina tremava alla vista di quello spettacolo atroce, eppure non si sentiva la forza di fuggire, se ne stava l immobile, impetrita, come una statua. Ad un certo punto Lodovico parve calmarsi, respir forte come uno che fosse fuggito da un pericolo, e fu colto da un sonno profondo, quasi letargico; soltanto il suo corpo di tanto in tanto sussultava.
Valentina sent risvegliar in s, sotto linvolucro femmineo e sensibile, la missione del medico; si avvicin al letto, e pose una mano sul cuore di Lodovico. Il cuore sussultava, batteva come se avesse fatto una corsa vertiginosa, poi gli pos la mano sulla fronte e la sent madida di sudore.
Bisogna farlo guarire, disse fra s. Impossibile che il suo cuore possa sopportare ogni notte una scossa cos tremenda, e poi io lo amo e non potrei sopravvivere alla sua morte.
La crisi era passata, e adagio Valentina si ritir nella biblioteca per meditare su quello che aveva veduto. A che categoria apparteneva la malattia di Lodovico? A quelle che hanno sede principale nei centri nervosi, questo lo sapeva. Non era pazzo, e nemmeno sonnambulo; non ammetteva che si trattasse di epilessia come molti dei suoi colleghi avevano dubitato. Secondo lei, era un fenomeno di suggestione, e prodotto da uninfluenza esteriore che aveva impressionato eccessivamente un cervello giovane e sensibile.
Quale poteva essere questinfluenza, non si spiegava, ed era impaziente che suo marito si svegliasse per poterlo interrogare. Si rammentava che nella tesi di laurea aveva svolto il concetto delle influenze ataviche sui centri cerebrali, e sera convinta da suoi studii e da alcune esperienze fatte, che le impressioni ricevute dai nostri avi si possono ripercuotere nel nostro cervello e che, come limagine fotografata sopra una lastra sensibile, si rivela al primo raggio di sole, cos alla prima occasione quelle possono uscire disordinate dalla mente. Doveva esser certo avvenuto cos nel cervello di suo marito. O aveva avuto una forte impressione da bambino, oppure doveva cercare il fatto tragico nella vita dei suoi avi.
Tutta la notte essa stette sfogliando libri e riviste; lansiet di sapere le aveva fatto dimenticare la stanchezza duna giornata piena di emozioni. Il sole era gi spuntato sullorizzonte quando Lodovico entr adagio nella libreria. Valentina stava leggendo attentamente lEredit di Lucas e non si accorse del passo di lui.
Le si avvicin timido e trepidante e le pos dolcemente la mano sulla spalla. Ella lo guard rassicurandolo.
Non ti faccio orrore? le disse, hai assistito a tutto, ti ho sentito vicino a me.
Mi hai sentito davvero? Allora il male non  tanto grave, disse Valentina, io voglio salvarti. Qui, vicino a me, devi raccontarmi tutto come ad un medico.
Interrogami.
Quando il male ti assale, perdi la coscienza? non senti nulla di quello che accade intorno a te?
Io sento tutto come in un sogno, ma una volont pi forte della mia mi spinge a fare dei movimenti involontari, a dire quello che non penso;  un incubo che massale col quale io lotto invano;  pi forte di me; questa notte tu mi hai chiamato, ho udito la tua voce, ma mi era impossibile rispondere, mi parea che venisse da molto lontano; la scena di sangue che racconto, la vedo come in uno specchio, vorrei salvare le vittime, ma non posso; una mano di ferro mi trattiene, so che sono nella mia camera, e vedo un altro ambiente, mi par dessere in un altro mondo, eppure mi sento vivo perch soffro, e assai crudelmente soffro; guai se penso a quelle ore terribili.
Non temere, disse Valentina, ti guarir; dimmi, hai mai assistito da bambino ad un fatto tragico come quello che vedi nella tua fantasia?
Mai! Ho vissuto sempre lontano dalle lotte del mondo, e la mia giovinezza fu calma.
E quando hai cominciato ad avere le terribili visioni?
Ero nervoso fin da bambino; la notte mi svegliavo di soprassalto e facevo sogni spaventosi. Dicevano che cogli anni sarei stato pi forte, invece con me crebbe il mio male ed ora hai veduto tu stessa quanto io soffro.
Tutto saccorda con quello che penso disse Valentina. La tragedia che ti travaglia deve averla vissuta qualche tuo genitore; cerchiamo nella loro vita, parlami di loro, dove sono nati? dove hanno vissuto? Pensa, pensa.
E s dicendo stava ansiosa collorecchio attento perch nulla le sfuggisse.
Lodovico pens un poco per riordinare le idee, poi disse:
Il babbo era di Torino come me; nellalta banca ha guadagnato molto danaro e mi lasci ricco. Le lotte della vita lavevano accasciato e mor di esaurimento; non credo ci siano state tragedie nella sua vita.
E tua madre? chiese Valentina.
Essa venne a Torino bambina; nacque a Verona, dove il padre si trov involto nella rivoluzione del 1848, dovette fuggire di notte quando era ancora bambina. Il nonno era brutale e iracondo, essa deve aver sofferto molto con lui, e divenne nervosa, e piuttosto malinconica;  morta giovane, forse tormentata di sapermi ammalato.
E la tua nonna? chiese ansiosamente Valentina.
Nessuno lha conosciuta; il nonno non ne parlava mai.
Tua madre dunque  partita bambina, di notte, durante la rivoluzione. La sua infanzia non fu calma, disse Valentina.
No, certo, e credo che dallagitazione di quel tempo, la sua salute ne fosse scossa.
E tu non sei mai stato a Verona, nella patria della tua mamma?
Mai. Il mio male mimpedisce di viaggiare e non posso alloggiare in un albergo; poi il nonno non voleva sentire parlare della sua patria, e la mamma ci pensava con terrore.
E non avete alcun parente in quella citt?
Una vecchia zia, sorella del nonno, che vive con una figlia. Non la conosco; ci scambiamo soltanto un augurio a capo danno.
Dunque hai lindirizzo, tanto meglio; devi scriverle di trovarci un appartamento. Dobbiamo rivedere la patria della tua mamma, dove, ti confesso, spero di trovare lorigine della tua malattia.
Tu sei una sognatrice, disse Lodovico; che cosa vuoi scoprire?  passato mezzo secolo dacch il nonno ha lasciato quella citt, chi si ricorda pi di lui?
Sar un sogno, disse Valentina, ma voglio conoscere la citt dei tuoi avi, ti rincresce?
 una bella citt che desidero vedere anchio; andremo, sar il nostro viaggio di nozze, disse Lodovico.
Nulla di pi divertente di un viaggio di ricerche, e cercher e trover lorigine del tuo male, vedrai! rispose contenta Valentina.
Se trovare lorigine dun male volesse dire guarirlo, avrei qualche illusione, ma ho poca fede.
Sapere lorigine dun male  gi un bel passo verso la guarigione, disse Valentina, e poi io voglio guarirti, non permetto che tu sciupi la tua energia e la tua bella intelligenza lottando con dei fantasmi. Lasciami questa speranza che mi rende felice.
E sia; mi metto nelle tue mani: sei tanto bella, animata dallentusiasmo e dalla fede nella tua scienza, che se, come temo, non riuscirai a fare il miracolo, ti benedir sempre per il bene che mi fanno le tue parole, e per la gioia con cui hai voluto illuminare la mia povera vita.


4.
Teresa Montalti, zia dellingegnere Arcelli, non era mai uscita da Verona, sua citt nativa. Abitava, colla figlia Giulia, in piazza Erbe, un appartamento di quattro stanze, due con un grande balcone sopra la piazza e due dietro, sopra un cortile. Quella piccola casa di quattro piani, stretta ed alta come un campanile, laveva ereditata da suo fratello, nonno di Lodovico. Occupava colla figlia il primo piano, e affittava ammobiliati gli appartamenti superiori, ad impiegati, militari o artisti di passaggio; e collaggiunta di una pensione lasciatale dal marito le due donne vivevano bene conducendo una vita alquanto modesta. La signora Teresa aveva passati i settantanni, e negli ultimi tempi era stata colpita da congestione cerebrale, che le aveva lasciato paralizzato il lato destro del corpo. Di carattere vivace, soffriva nel dover starsene inchiodata tutto il giorno su una poltrona, e la sua sola distrazione era osservare quello che accadeva nella piazza sottostante.
Conosceva per nome i venditori e le venditrici, e quando la mattina collocavano sotto gli ampii e candidi ombrelli le ceste piene di erbaggi e di frutta, si rallegrava di poter assistere al risveglio della vita cittadina.
Era come uno spettacolo che le si offriva spontaneo e la distraeva dai tristi pensieri. Conosceva le abitudini dei compratori, osservava certi incontri voluti perch avvenivano sempre alla medesima ora, sorprendeva qualche idillio allombra dei bianchi ombrelloni, e gioiva quando qualche piccola cesta di fragole profumate compariva timidamente a rompere la monotonia delle frutta invernali; in seguito altre pi grandi, unitamente alle ceste di ciliegie e di lamponi, venivano a rallegrare il mercato colla loro nota rossa fiammeggiante e attiravano gli sguardi, lasciando nellombra gli erbaggi e le altre frutta pi modeste; godeva quando facevano la loro comparsa le belle pesche mature che le piacevano tanto, e i grappoli duva grossi come quelli della terra promessa; ogni nuovo frutto era una nuova gioia per lei, solo si sentiva triste quando le mele, le pere e le castagne occupavano il posto delle frutte estive, e pensava:
Vedr ancora le piccole ceste di fragole? Torner qui al mio posto dosservazione, quando il sole sar pi tiepido, e avr lillusione che nelle mie vene faccia scorrere un sangue pi caldo e pi giovane?
E sospirava e si sentiva triste specialmente nelle ore nelle quali era sola. E restava spesso sola perch, quando la figlia laveva collocata sulla poltrona accanto alla finestra, usciva per far le provviste e sindugiava a chiacchierare coi conoscenti o colle vicine. La Giulia era una donna di quarantanni, un po fiacca e lenta nei movimenti, ingrassava a vista docchio, ma si lagnava sempre di tutto e con tutti, e aveva la volutt di farsi compiangere. Si era maritata giovane e finch ebbe il marito se ne lamentava perch lo trovava troppo esigente; quando rimase vedova, si faceva compiangere per la sventura dessere rimasta sola ancor giovane, e per giunta colla madre inferma; insomma non era mai contenta, quantunque facesse una vita abbastanza calma e serena. Quando lappartamento sopra di loro rimase libero, non cessava di lamentarsi e raccomandarsi per trovar nuovi inquilini; era stato accettato dagli Arcelli, ed essa si mostrava annoiata per il disturbo che quei cugini sconosciuti le avrebbero recato e al pensiero di doversene occupare.
La signora Teresa invece allidea di conoscere i nipoti era contenta; tutto quello che veniva ad interrompere la monotonia della sua vita sempre uguale, le recava qualche consolazione, e quando entr Giulia col telegramma in mano che ne annunciava larrivo per quello stesso giorno, dopo le quattro, ebbe unesclamazione di gioia.
Tu dici bene, ma ora come faccio, esclam la Giulia, volevo comperare un tappeto nuovo, qualche oggetto per rallegrare lappartamento, e invece mi capitano qui, tutto ad un tratto, come una bomba.
Non borbottar sempre, disse la signora Teresa, se  quasi un mese che siamo in corrispondenza e che li aspettiamo; avevi il tempo di pensarci se volevi fare nuovi acquisti.
E poi, a che cosa servirebbe! soggiunse Giulia. Sono ricchi, abituati a vivere a Torino in un palazzo, potrei cambiare di pianta i mobili delle nostre povere stanze e le troverebbero sempre miserabili. Abbiamo fatto male ad offrirgliele.
Ma via, Giulia, un po di calma, se non si troveranno bene andranno allalbergo, non siamo poi in un villaggio, infine sono nostri parenti e non  male mostrar un po di buona volont daverli vicini.
S, ma intanto io devo pensare a tutto.
Vorrei poter muovermi io, disse la vecchia, e come sarei contenta di occuparmi di questi sposi! Ecco, per esempio, metterei un bel mazzo di rose in mezzo alla tavola.
 unidea, disse Giulia, cos aiuteranno a nascondere una macchia dinchiostro che ho veduto sul tappeto; me ne occupo subito.
E s dicendo mand a comperare i fiori e sal nellappartamento per dar lultima mano e metterlo in assetto.
Aveva disposto i mobili secondo la sua idea ed i suoi gusti; in una delle stanze che aveva un grande balcone verso la piazza, aveva fatto collocare due letti uguali di ferro molto semplici, un armadio e due cassettoni; nellaltra aveva formato una specie di salotto, con una tavola nel mezzo, un divano e qualche poltrona. I mobili erano semplici, anzi modesti, e avevano laspetto molto usato; essa fece il possibile di rallegrare gli ambienti con cuscini, tappeti e tovagliette guernite di trina, ma soltanto il mazzo di rose avea posto una nota allegra su quelle vecchie cose.
Quando discese, trov la madre in piedi che girava, eccitata dallimpazienza, trascinando dietro a s la gamba inferma, attaccandosi ai mobili per non cadere, e tendendo lorecchio ad ogni carrozza che si fermava. Allannuncio del prossimo arrivo dei nipoti le pareva di ringiovanire, si sentiva la mente pi lucida come se larrivo degli sposi giovani fosse lultimo raggio di sole che venisse a rallegrare la sua vita che ormai volgeva al tramonto.
Ma che cosa hai, mamma, che sei tanto irrequieta? chiese la Giulia. Non possono essere ancora arrivati;  troppo presto.
E se non trovano la casa? disse la vecchia.
Ho dato lindirizzo giusto; sarebbe inutile andar ad incontrarli: non ci siamo mai veduti, non so nemmeno che faccia abbiano. Vedrai che ci troveranno.
Non avrei mai pensato di poterli conoscere, disse la signora Teresa, ritornando al suo posto. Mia nipote, la mamma di Lodovico, era una bimba quando  partita, aveva due begli occhioni azzurri intelligenti e una corona di riccioli biondi; deve aver sofferto col carattere di suo padre: meno male che poi  stata fortunata, ha fatto un buon matrimonio, e se fosse vissuta avrebbe ora la gioia di vedere suo figlio stimato e sposo felice; perch, sai, Lodovico  un personaggio conosciuto, un grande ingegno, tutti i giornali ne parlano.
 quello che mi d pensiero, disse Giulia. Lingegnere Arcelli trover miserabile lalloggio che possiamo offrirgli. E la moglie, la dottoressa, sono certa che sar antipatica, e poi chiss che superbia e come ci guarder dallalto in basso, noi misere mortali che non abbiamo studiato alluniversit.
Forse sar meglio di tutte le pettegole che conosciamo, disse la signora Teresa; se poi trovasse un rimedio al mio male, benedirei la sua venuta e la sua scienza! Tanto i medici non hanno capito nulla, pu darsi che una donna sia pi intelligente.
Eccoli! esclam Giulia sentendo fermarsi una carrozza, vado ad incontrarli.
Ma non era ancora sulle scale che Lodovico e Valentina erano gi presso alluscio.
Sono vostra cugina, disse la Giulia, stendendo loro le mani. Ben arrivati, sono lieta di conoscervi.
E la zia Teresa come sta? chiese Lodovico.
Vi aspetta! Non pu camminare, ma  molto contenta che siate venuti; se volete entrare.
S, entriamo un momento, disse Valentina, dopo andremo a mettere in ordine le nostre camere.
 un appartamento molto modesto, disse Giulia scusandosi, non so se vi piacer.
Abbiamo gusti semplici, e andr tutto bene.... Ah, ecco la zia Teresa!
E Lodovico savvicin alla vecchia, dicendole:
Se mi permette le presento la mia sposa.
Siate benedetti, disse la vecchia, tirandoli a s colla mano sana. Qui, disse, qui alla luce, Lodovico, voglio vederti bene, hai gli stessi occhi della tua mamma, sono contenta, e poi mi rallegro del tuo ingegno, e anche della tua sposa. E s dicendo la fece sedere vicino a lei e la baci sulla fronte.
Mi dispiace, disse poi con un sospiro, che mi trovate in questo stato; qualche anno fa ero vispa come se avessi ventanni.
Ma guarir, disse Valentina.
Dite davvero! esclam la vecchia con un lampo negli occhi. Siete medichessa e dovete sapere se si pu guarire da queste malattie.
Valentina ebbe timore daver fatto sorgere una speranza fallace, e soggiunse:
Forse, migliorare certo, vedremo, non bisogna mai disperare; se permette, ora andiamo a prender possesso delle nostre stanze; ritorneremo questa sera.
Se voleste dividere il nostro pranzo modesto.... disse la vecchia.
Grazie, rispose Lodovico, ma abbiamo le nostre abitudini come voi avrete le vostre, e preferiamo esser liberi, anche per conoscere la citt. Verremo dopo pranzo, staremo spesso insieme, e diventeremo amici, non  vero? Intanto se volete guidarci nel nostro appartamento!
 qui sopra, disse Giulia, vi accompagno.
E salita una scala entrarono nelle stanze a loro destinate.
Giulia mostr come avea creduto bene di disporle.
Per, disse, voi potrete accomodarle secondo i vostri gusti e le vostre abitudini.
Sar meglio fare due camere da letto, disse Valentina, qualche volta Lodovico  inquieto la notte e non mi lascia dormire.... Che belle rose! soggiunse, vedendo il vaso di fiori nel mezzo della tavola, come siete buona di aver pensato anche a questo! grazie.
Poi affacciandosi al balcone esclam:
Ma qui  un incanto! Che vista! guarda Lodovico questa piazza! Quanto  pittoresca!
Giulia si scusava della povert degli arredi. Lodovico ammirava la piazza in silenzio.
Questo spettacolo vale una reggia, disse Valentina; ci troveremo benissimo. Se mi potrete mandar un facchino che possa trasportare qualche mobile.... non abbiamo bisogno daltro.
Vado a raggiungere la mamma, disse Giulia, se vi abbisogna qualche cosa, sono a vostra disposizione. Arrivederci.
E s dicendo scese nel suo appartamento, dove la madre lattendeva con impazienza.
Le chiese se gli sposi fossero rimasti contenti, e continuava a ripetere:
 una bella coppia, sembrano felici, ci porteranno un po dallegria.
Come sono questi sposi moderni! disse Giulia, io non li capisco; avevo fatto mettere due letti in una camera, e invece no.... vogliono stanze separate.... e sono ancora nella luna di miele; ai miei tempi non si usavano queste cose.
Sai, nellalta societ  sempre stato cos, disse la signora Teresa, facciano loro; per mi sembrano semplici e alla mano.
Infine siamo parenti, della stessa razza, e non ci sarebbe una ragione che fossero superbi con noi.
Intanto Valentina aveva incominciato a disfare i bauli e a mettere a posto un po di roba negli armadi.
Non  un palazzo, avea detto al marito, ma ci si potr accomodare, e poi basta guardare dalla finestra per vedere uno spettacolo che compensa di tutto quello che manca.
Collaiuto dun uomo aveva fatto trasportare gli armadi nella cucina dellappartamento che doveva servirle da gabinetto di toeletta. Le due camere da letto accomodate bene, libere dai mobili inutili, riuscivano pi godibili e spaziose; diede una disposizione piacevole e comoda alle sedie e ai tavolini, sui quali colloc qualche ninnolo portato seco, alcuni libri rilegati e parecchie fotografie incorniciate con gusto, e le stanze presero subito un aspetto pi gaio e pi piacevole.
Lodovico stava estatico appoggiato alla ringhiera di ferro del balcone e guardava la piazza in silenzio.
Perch sei cos taciturno? gli chiese Valentina. Sei forse pentito desser venuto?
Oh, tuttaltro, ma non so come avvenga, che pi guardo questa piazza, pi mi persuado che  una mia vecchia conoscenza, eppure non ci sono mai venuto a Verona, ne sono certo.
Forse avrai veduto qualche fotografia.
 unimpressione differente da quella che si ha da unimagine dipinta o fotografata, ma che non so spiegarmi; mi par di trovarmi in mezzo a vecchi amici, qualche cosa mi fa pensare, come se vedessi vecchie conoscenze con nuovi abbigliamenti. Basta, ho bisogno di concentrare le mie idee, di risvegliare come dei ricordi assopiti; ecco perch sono silenzioso, per mi sento bene e mi par di vivere una vita anteriore;  un sentimento nuovo che non mi dispiace.
Valentina, contenta dessersi sistemata, savvicin al marito, e anchessa contempl in silenzio la vasta piazza che sandava spopolando, landirivieni dei venditori e delle venditrici, che mettevano le ceste nei fondachi e nelle cantine, chiudevano gli ombrelloni e dopo una giornata laboriosa erano contenti al pensiero delle ore di riposo che avevano davanti a s.
Stettero ad osservare in silenzio quel movimento che andava sempre diminuendo, poi scesero, traversarono la piazza, presero la via Nuova in quellora molto popolata, e si fermarono pieni di ammirazione in piazza Vittorio Emanuele, alla vista dellAnfiteatro Romano che in quellora del tramonto faceva leffetto duna mole ancor pi gigantesca del vero.
Pare dessere a Roma, disse Valentina, non avrei creduto di trovare in questo luogo tanta impressione di grandezza; la credevo una delle solite citt morte dove si conservano vestigia preziose del passato, ma siamo invece in una citt ancor viva e grande; peccato che la gente borghese moderna abbia fabbricato da questa parte delle piccole case.
Forse i monumenti che dagli altri lati ci parlano del passato, spiccano di pi per il contrasto; disse Lodovico, non vorrei vederla in altro modo.
Passati gli archi che dividono la piazza dal corso di Porta Nuova, entrarono per pranzare in una trattoria, che, colle tavole preparate, invitava i passanti.
Pranzarono allegramente come due sposi nel viaggio di nozze, poi Lodovico, impaziente di rivedere la zia Teresa, volle ritornare a casa, quantunque laria fresca della sera e la citt nuova lo invitassero a passeggiare.
La zia e la cugina li aspettavano sedute accanto alla tavola illuminata da una lampada a petrolio.
Sulla tavola cera un tappeto nuovo, sfoggiato in onore degli sposi, e un bel mazzo di fiori.
Prenderete il caff con noi, disse la zia Teresa, vi abbiamo aspettato.
Poi chiese come trovavano la citt.
 un incanto, disse Valentina, come non maspettavo.
Non mi  nuova, disse Lodovico, mi pare di averci sempre vissuto.
Vi  nato tuo nonno, mio fratello, e prima di lui tutti i tuoi ascendenti, disse la vecchia.
E appunto lo scopo del nostro viaggio  per saper notizie del nonno: mi  venuto il desiderio di conoscere i miei antenati. Diteci quello che sapete; ve ne rammentate?
Come se fosse partito ieri; tutte le cose vecchie rammento; solo non ho pi memoria per quello che  accaduto dopo la mia malattia.
Diteci tutto quello che sapete del nonno, supplic Lodovico,  per me una cosa molto importante, pi di quello che pensate.
Si chiamava Lodovico anche lui; rispose la vecchia, avea un carattere impetuoso e una testa un po esaltata. LItalia era la sua idea fissa; tutto ha sacrificato per vederla libera. Anchio ero italiana nellanima e fremevo di vedere gli austriaci padroni della mia citt, ma ero pi ragionevole. Che cosa potevamo fare, se loro avevano soldati, fucili, cannoni, e noi nulla? Bisognava aspettare gli eventi e fidare nella nostra stella; ma mio fratello voleva agire, muoversi, era capo dun comitato, andava in Piemonte continuamente a parlamentare coi capi, coi ministri; una volta fu anche ricevuto da Carlo Alberto, a cui portava messaggi; non poteva star mai tranquillo. Io vivevo sempre trepidante, temevo che lo scoprissero e lo fucilassero; che tempi erano quelli! Non avevo pace.
E la nonna che cosa faceva, ve la rammentate?
Se la rammento! Mi par di vederla, la piccola Elisa; era molto bellina, pareva una statuetta di Sassonia, e poi vispa, irrequieta come un uccello. Quella donna  stata il capriccio di Lodovico; volle sposarla ad ogni costo e non era donna per lui; nata a Venezia, qui si trovava a disagio, non capiva nulla di patriottismo e di politica; era giovane, bella e voleva godere la vita; forse non aveva torto; ora la vedo con occhi pi indulgenti, allora, per, in quel tempo, non la potevo sopportare, cos leggera, spensierata e cos lontana dalle idee del marito, e non le perdonavo di renderlo infelice. Quando le nacque una bimba, che fu poi la tua mamma, speravo che si calmasse; era come pretendere che un fiume rimontasse alla sorgente: appena fu possibile, riprese la vita di prima, diceva che era veneziana nellanima, ed aveva bisogno di feste, di maschere e di cavalieri serventi.
Ah, anche i cavalieri serventi? chiese Valentina.
Che volete? sannoiava. Mi ricordo che una volta mio fratello mand un giovane veneziano con istruzioni di mandarlo in Piemonte ad arruolarsi come soldato. Era un suo amico dinfanzia ed Elisa, invece di seguire la volont del marito, pens bene di tenerlo presso di s, dicendo: El xe un pec che cos belo el se fassa massar; el sar el me cavalier servente!
E poi? chiese Valentina.
Era un po pazza, poveretta.
E come ha finito? chiese Lodovico.
 morta, e molto giovane, disse la vecchia; come, non saprei, fu un mistero; mio fratello, sempre viaggiando per la causa italiana, stava dei mesi senza dar segno di vita, poi veniva in fretta a salutare la moglie e la bimba, e via di nuovo. Mia cognata aveva preso il suo partito, e si divertiva; si occupava del figurino della moda; aveva i cavalieri serventi come la sua mamma e la sua nonna, diceva lei; non pensava alla politica e alla guerra che per lagnarsi che non ci fossero spettacoli e divertimenti; non era certo uneroina. Un giorno, verso la fine del 48, i piemontesi erano alle porte, tutto era pronto per fare la rivoluzione, non si aspettava che un segnale per agire, ma cerano troppe spie, troppi soldati e si esitava; mio fratello venne in fretta, misteriosamente, poi scomparvero tutti: lui, mia cognata, la bimba e una vecchia fantesca. Non si sapeva dove se ne fossero andati, fui ansiosa per molto tempo, li ho creduti morti, poi ho saputo che soltanto Elisa era morta; poveretta! essa che amava tanto la vita....
E non sapete in che modo mor.... cos giovane?
Se ne dissero tante, rispose la zia Teresa, ma nessuno seppe nulla di preciso. Troppi avvenimenti tenevano trepidanti gli animi in quel tempo; i piemontesi vinti, le nostre speranze fallite, sempre in ansia pei nostri cari, una vita febbrile, ma ora sono contenta desser vissuta in quei giorni di ansia e trepidazione.
E il nonno? chiese Valentina.
Ci scrisse da Torino dove sera rifugiato; qui non poteva pi ritornare, essendo compromesso negli affari politici; diede disposizioni per vendere la casa dove abitava e spedirgli i mobili migliori. Mio marito sincaric di tutto.
E dove abitava, vi ricordate?
Sul corso Santa Anastasia, disse Giulia, la mamma mi ha fatto tante volte vedere la casa; se volete, ve la mostrer.
E vogliamo anche visitarla, disse Lodovico.
Bisogna chiedere il permesso al proprietario; non so a chi appartenga ora; sar tutto cambiato, non troverete pi traccie del nonno.
Mi basta vedere i sotterranei.... credete che siano molto mutati?
Devono essere trasformati in cantine, c unosteria al piano terreno.
Ma che idea vedere una casa che ha appartenuto a vostro nonno? disse Giulia, a che scopo?
 un nostro segreto che vi spiegheremo; intanto  ora di salire.
Ma a proposito, disse Lodovico, indugiandosi sulla soglia, la statua sopra la fontana?
Madonna Verona? chiese la vecchia.
S;  sempre stata cos colla corona doro sul capo?
No, disse Giulia, al tempo degli austriaci aveva il capo incoronato di ferro. Abbiamo ancora una fotografia di quel tempo.... Eccola, disse dopo aver cercato in un cassetto.
Ah, bene! esclam Lodovico. Precisamente come lho veduta in sogno, o in realt non lo so, con quella posa identica, ritta, come a guardia della piazza, ma colla corona di ferro; quella corona doro mimbarazzava; ora sono contento; buona notte.
Sal alle sue stanze collanimo sollevato. Valentina aveva indovinato; in qualche angolo del suo cervello stavano nascoste imagini ereditate dagli avi; quella corona era una rivelazione. Se prima era incredulo, ora si sentiva impaziente di continuare le indagini, di visitare la casa degli avi, di sapere la verit.
Valentina invece esitava, temeva daver dato unillusione che, rimanendo tale, avrebbe potuto peggiorare il male di Lodovico;  vero che esistevano fatti di persone, le quali potevano descriver paesi e cose che non avevano mai veduto, ma erano state famigliari ai loro genitori; aveva pure udito, colle sue orecchie, alcuni, sotto eccitamenti speciali, parlare una lingua ignota, ma conosciuta dai loro antenati.
Per sapeva di aver troppa facilit di accettare certi fatti non provati scientificamente, aveva la fantasia molto fervida, glielo diceva anche il suo professore quando la chiamava la romanziera della scienza, ed ora, chessa temeva dessersi spinta troppo innanzi, e avrebbe voluto aspettare e godere la citt nuova, ecco che suo marito era impaziente e voleva subito incominciare le sue ricerche. Era strano quello che accadeva nelle loro anime; le parti erano mutate: essa esitava, e invece Lodovico era pieno di fede e voleva agire. Il timore di lei veniva anche dal fatto, che in quel tempo nessun mutamento era avvenuto nel male di Lodovico, eppure aveva tentato tutti i rimedi suggeriti dalla scienza in simili casi. Aveva preparato colle sue mani delle pozioni calmanti di diverse specie, aveva variato le dosi, tentato di distrarre lo spirito di lui con racconti e letture interessanti nellora fatale; tutto era stato inutile.
In quel mese di matrimonio sera abituata a quelle crisi, e le facevano meno impressione sapendo prima quello che doveva accadere; lo stava sempre ad assistere amorosamente, qualche volta lo copriva con un lenzuolo, che serviva a rendere i movimenti pi calmi e gli urli meno sensibili, e in ogni caso non si udivano in lontananza, ed egli usciva meno stanco da quellincubo.
Essa era molto scoraggiata, e quasi avrebbe voluto stare inerte ad aspettare gli eventi nel timore di perdere anche quel filo di speranza che le rimaneva, era in un periodo nel quale non aveva pi fede n in s stessa n nella scienza, e pareva invece che avesse trasfusa quella fede nellanimo di Lodovico. Nemmeno il nuovo ambiente e le nuove cose avevano avuto influenza sul suo male. Anche in quella prima notte che si trovavano nella citt degli avi, il male lo assalse nellora fatale, e per la prima volta Valentina pianse trovandosi impotente a strapparlo allincubo spaventoso.


5.
Dopo un sonno riconfortante, Valentina fu destata da un mormoro indistinto che andava aumentando e pareva come se delle onde marine andassero ad infrangersi sugli scogli del lido. Un raggio di sole entrava dalle persiane e si rifletteva sulla parete disegnando strisce dorate.
Pens che doveva esser tardi, scese dal letto, si vest in fretta e aperse la finestra, impaziente di sapere da che cosa provenisse il rumore che laveva risvegliata dal sonno.
Un vero spettacolo festoso si present allo sguardo ammirato.
La piazza era piena di gente, come se fosse in aspettazione duna festa. Sotto gli ombrelli giganteschi stavano disposte, con arte, le ceste di erbaggi tinte in tutte le sfumature di verde, da quello pallido e quasi latteo a quello forte come lo smeraldo; le carote, i pomidoro spiccavano nelle loro tinte calde, fra il verde; e i cavoli fiori giganteschi sammucchiavano negli angoli circondati da una corona di foglie protettrici. Le ceste di frutta estive invitavano i passanti a soffermarsi, i venditori si affaccendavano per attrarre lattenzione dei compratori, e pi di tutti le venditrici, belle, cogli occhi lampeggianti e la bocca sorridente, chiamavano la gente, si rubavano gli avventori e spesso litigavano fra loro.
Madonna Verona, sul suo piedestallo di marmo, pareva proteggere la folla che formicolava in mezzo a quella massa di erbaggi e di frutta. Ai suoi piedi lacqua usciva da una quantit di polle disposte a cerchio, in freschi e innumerevoli zampilli, che lambivano una tazza di marmo antico e cadevano in mille spruzzi, formando una corona fresca e viva intorno ai suoi piedi.
Le venditrici facevano a gara nel portare le verdure ed i fiori sotto la pioggia refrigerante; andavano e venivano colle braccia cariche di ceste fiorite, parevano fanciulle che andassero a recare unofferta votiva a qualche nume tutelare; andavano dai loro banchi alla fontana e dalla fontana ai banchi continuamente. Ai piedi intorno alla statua era come un tappeto fiorito; la pioggia spruzzava su quelle verdure e quei mazzi di fiori variopinti, gocce iridescenti che facevano rivivere le foglie avvizzite, e tutte saffaccendavano onde trovare un posto per la loro merce ai piedi della fontana protettrice.
E intanto i banchi erano riforniti di verdure sempre fresche; i compratori facevano cerchio, e qualche volta dovevano aspettare il loro turno per essere serviti.
Anche Lodovico si svegli pel rumore della folla e per lo scroscio della fontana, raggiunse Valentina sul balcone, e stette con lei ad ammirare lo spettacolo nuovo.
Pare una festa di carnevale, disse Valentina. Cos dovevano essere le feste che in antico si facevano in onore di Cerere e Pomona, e non si crederebbe che questa festa ogni giorno si ripete e si rinnova.
Quanto  diverso da tutti i mercati che abbiamo veduto! Dove si trova un insieme pi pittoresco? disse Lodovico, non  possibile confonderlo con altri perch  unico. Quante volte lho veduto nei miei sogni! E s dicendo stava estatico e meravigliato ad ammirare il palazzo Maffei laggi, incoronato di statue, severo, maestoso, che pareva osservare la folla plebea, quasi a distanza, e gli affreschi delle case de Mazzanti, sorridenti ai raggi del sole che li illuminavano, e tutte quelle case di stile e forma diversa che mostravano il gusto e i bisogni di secoli differenti. Quanto  bello! esclam, e quanto mi pare pi gaio della monotona linea delle nostre case di Torino.
Poi sentirono il bisogno di muoversi, di scendere in mezzo a quella folla festosa, tanto pi che Lodovico voleva uscire per andare a vedere la casa del nonno.
Scesero, chiamarono Giulia che li aspettava per accompagnarli, e poi si cacciarono in quel labirinto di banchetti sotto gli ombrelloni, dove si divertirono nelludire parlare un linguaggio quasi sconosciuto, ma molto espressivo.
Giulia conosceva tutti i venditori e dava delle spiegazioni.
Essa comperava sempre dalla signora Nene; aveva gli erbaggi pi freschi e la frutta pi scelta; altri, specialmente gli uomini, preferivano fermarsi dalla bella Rosina perch aveva occhi che mandavano lampi.
Dov, dov? chiese Valentina, voglio vederla.
Eccola, disse Giulia.
E si sofferm sotto un ombrellone, dove una siepe di gente circondava una bella ragazza fresca e robusta con due occhi neri, luminosi, e riccioli di capelli che le scendevano sul collo, sulla fronte come serpentelli irrequieti. Serviva tutti premurosamente, rideva e pareva contenta di vivere.
A me piace pi la Rossa dei fiori, disse Giulia, venite, vi ci conduco.
E attraversando la folla riuscirono ad un posto dove su banchetti schierati in lunga fila, cerano i fiori pi profumati della primavera: viole, rose, garofani, gagge, e una schiera di belle fanciulle formavano mazzolini, riempivano con arte piccoli ed eleganti canestri e offrivano la loro merce profumata ai compratori.
La Rossa dei fiori formava mazzolini di rose e viole mammole. Era alta, slanciata e intorno al capo aveva unaureola di capelli fulvi, del colore tanto amato dal Tiziano, la carnagione candida un po dorata, occhi castani, e in tutta la persona qualche cosa di fosforescente, di luminoso, che dava limpressione che sarebbe bastata la sua presenza a rischiarare una stanza priva di luce.
Offerse un mazzolino a Valentina, ma Lodovico ne compr tanti e per la sposa e per la cugina e per mandare alla zia Teresa. Erano cos profumati quei fiori! Gli sembrava che avessero un profumo pi intenso di quello degli altri paesi.
 un fatto, osservava Valentina, qui c una natura esuberante, in tutto, nelle donne, nei fiori, nella frutta. Pare che in seno a questa terra si concentri un calore pi intenso, come nelle viscere dun vulcano.
Sono stanco della folla, disse Lodovico che aveva la sua idea fissa in mente, se Giulia volesse condurci sul corso di Santa Anastasia....
Prima vi voglio mostrare la piazza dei Signori;  qui sulla nostra via. Vedete, ci siamo gi. Qual contrasto passare dal frastuono di piazza Erbe a questa piazza tranquilla!
Quanto  bello! Che calma solenne, disse Lodovico, mi fa piacere vedere qui in mezzo il monumento di Dante, il nostro poeta pi grande. Verona  una delle poche citt che gli abbia eretto un ricordo di marmo.
Poi si ferm estatico ad ammirare la loggia di fra Giocondo.
Quelle sono le statue degli illustri veronesi, disse Giulia, qui cerano le case degli Scaligeri, e laggi vi sono le tombe.
S dicendo serano avvicinati alla chiesa di Santa Maria Antica e rimasero silenziosi davanti a quellimmortale lavoro di marmi e di ferro che racchiude le ceneri dei pi munificenti signori di Verona.
La pi grandiosa  la tomba di Can Signorio, disse Giulia.
Quali artefici ebbe il nostro paese! esclam Valentina,  un sogno di marmo e il cancello  meraviglioso, pare un merletto di ferro, poi voltasi a Lodovico disse: Non si potrebbe rinunciare oggi a far le nostre ricerche della casa degli avi? Sarebbe cos bello tuffarsi in questonda di arte senza altri pensieri!
Sono impaziente di vedere la casa che mi sta fitta in capo, dopo far quello che vorrai, poi vedendo Valentina un po turbata, soggiunse: non temere, non  come pensi, sono preparato a tutto, anche a non trovar nulla, ma lincertezza mi opprime.
Andiamo dunque, disse Valentina.
E Giulia li condusse sul corso di Santa Anastasia, davanti alla casa che aveva appartenuto allavo di Lodovico.
Non avea nulla di speciale dal lato esteriore. Al pianterreno cera una bottega che portava uninsegna colla scritta: Osteria delle due campane.
Lodovico non pens se fosse conveniente far entrare in un luogo cos volgare due signore; ma obbedendo allimpulso della sua idea fissa entr nellosteria. In quellora non era molto popolata. In un angolo due operai giuocavano a tre sette colle carte; dallaltra parte quattro uomini in maniche di camicia colla pipa in bocca e un boccale di vino sulla tavola giuocavano alla morra, e si sentiva ogni tanto fra le pareti affumicate della stanza risuonare un numero, come un razzo lanciato nellaria.
Nel vedere entrare quei visitatori tanto inusitati, sospesero i giochi, e loste si avanz sorridendo, chiedendo in che cosa potesse servirli.
Parl Lodovico e gli disse lo scopo della sua visita. Quella casa aveva appartenuto a suo nonno; voleva visitare i sotterranei e vedere se ci fossero sepolte alcune carte importanti che dovevano esservi nascoste fino dal 1848.
Loste lo guard come si fa con una persona, che si supponga non sia in s.
Come? Per una storia cos vecchia venire ad incomodarlo? Fosse almeno stato per un tesoro, avrebbe sperato anche lui di poterne avere una parte.
Il vostro disturbo vi sar pagato e bene, disse Lodovico. Mi basta aver il permesso di poter far qualche scavo, vi far rimettere tutto a posto e non avrete alcun danno.
Per mi permetterete di star presente a questi scavi; sapete, ho la mia merce nel sotterraneo.
Non ho nulla in contrario, disse Lodovico, e vi prometto che se troveremo un tesoro sar tutto per voi.
Quand cos, fate pure, disse loste, purch sia tutto terminato prima di sera. Capite bene, la sera ho qui molti avventori e non vorrei....
Ma anche subito, rispose Lodovico, fatemi, vi prego, chiamare degli uomini del mestiere.
 meglio intanto andare a colazione, disse Valentina.
Se credono, disse loste, possono far colazione qui, mia moglie  una buona cuoca e vi preparer vivande squisite, io poi ho un vino di Valpolicella che pu far resuscitare i morti.
Volentieri, disse Lodovico, collintenzione di tenersi buono loste, ed anche perch si sentiva attratto da quei luoghi, se avete una stanza appartata dove poter stare tranquilli, accetto, cos dopo ci mettiamo allopera.
Loste mostr uno stanzino che apriva soltanto nelle grandi occasioni, quando venivano dei forestieri di riguardo, e serviva la sera ad una compagnia di signori che solevano riunirsi per fare la partita e bere qualche buona bottiglia di vino.
Va benissimo, disse Lodovico, anche tu, Giulia, dovresti restare con noi.
Vi ringrazio, rispose la cugina, ma la mamma starebbe in pensiero; ritorner dopo per vedere se avete scoperto nulla; queste ricerche mi interessano, mi sembrano storie da romanzo.
S dicendo usc pensando a quei cugini tanto originali che si contentavano di mangiare in una volgare osteria e si erano certo fitti in capo di trovare un tesoro. Era impaziente di raccontare quel fatto alla madre e alle vicine; infine erano divertenti e davano argomento di discorrere, e poi molto alla buona, anzi troppo, e rideva in cuor suo allidea che si era tanto sgomentata allannunzio del loro arrivo, temendo fossero troppo esigenti.
Valentina e Lodovico, seduti a tavola nel loro camerino, trovarono che in nessun grande albergo erano stati serviti con maggior premura, e da un pezzo non rammentavano daver mangiato con tanto piacere.
Loste e la moglie erano tutti affaccendati per servirli, pronti ad ogni piccolo cenno; essi avevano scelto cibi semplici: pollo, uova, salato, e avevano trovato tutto squisito. Il vino vecchio di Valpolicella, quello delle grandi occasioni, che loste aveva voluto far loro gustare, cos frizzante e saporito, li aveva ristorati e messi di buon umore; e gli dissero:
 proprio vero; questo vostro vino rallegra e riscalda; ma sapete che vi ordiner di mandarmene in Piemonte, nel paese del vino?
Loste a quegli elogi gongolava dalla gioia e non solo avrebbe fatto scoperchiare il sotterraneo, ma tutta la casa, per contentare un signore cos compito.
Egli stesso sincaric di far venire i muratori, e quando tutto fu pronto domand a Lodovico da qual parte si dovesse incominciare a togliere le pietre del pavimento. Fosse il vino che avesse dato a Lodovico una specie di chiaroveggenza, o le vive imagini del suo cervello, parl del luogo dove si trovava come se ci fosse sempre vissuto e disse:
Una volta ci doveva essere una scala che conduceva dallappartamento della casa direttamente nel sotterraneo.
Me ne ricordo, disse loste; quella porta fu chiusa quando presi in affitto la bottega e la cantina. Venite, continu; e preso un lanternino lo condusse, attraverso ad una serie di cantine buie, in un ambiente un po pi vasto e pi alto degli altri. Avvicinatosi ad una parete soggiunse: Doveva esser qui la porta, c ancora qualche traccia.
La cantina era fatta a vlta, intorno alle pareti cerano alcune botti di grandezze diverse, poste in fila, come schiere di soldati, in ordine di battaglia; in un angolo bottiglie, fiaschi vuoti un po in disordine, nellaria un odore di vino dava una specie di ebbrezza al cervello.
Lodovico non saccorse di nulla; disse soltanto:
 qui, ricordo benissimo, il luogo  un po mutato, ma in terra a sinistra ci deve essere una pietra con infisso un anello di ferro per sollevarla.  l che dovranno cercare; soltanto ci vorr un po di illuminazione.
 presto fatto, disse loste.
Dopo averli lasciati un istante, ritorn con un pacco di candele, e incominci ad infilarle nei colli delle bottiglie vuote.
Vedrete che illuminazione, lasciate fare. Pos le candele accese sopra le botti; e sopra alcune tavole di legno; attacc due lanterne alla vlta, e quando gli parve che ci fosse abbastanza luce, and a chiamare gli uomini affinch si mettessero allopera. Vennero, armati di zappe e di picche.
Prima in quellangolo, disse Lodovico; cercate se trovate un anello di ferro.
Mentre frugavano e picchiavano in tutti gli angoli, Valentina non fiatava, le pareva di sognare. Quellilluminazione fantastica, quegli uomini intenti ad un lavoro rude, suo marito in piedi colla faccia accesa che dava ordini esatti e precisi, le faceva leffetto di trovarsi sotto terra, in qualche miniera o nelle viscere dun monte e che Lodovico fosse un capo da cui dipendesse lesito duna grande impresa.
Quegli uomini picchiavano colle picche, cercavano carponi lanello di ferro che Lodovico diceva esistere, come se lavesse veduto, ma non trovavano nulla.
Cercate meglio, diceva lingegnere, ci devessere, almeno una traccia.... non trovate nulla? cercher io, e si mise carponi a toccare il terreno con crescente ansiet, ah, ecco, disse finalmente, sentite qui, questo solco, questa specie dincavo, qui era lanello di ferro, ed ora alzate la pietra.
Non era cosa facile; lumidit e il tempo avevano formato intorno alla pietra una specie di cemento durissimo, che non cedeva facilmente ai colpi di piccone.
Gli Arcelli erano impazienti, pareva che quegli uomini mettessero un tempo interminabile nella loro opera di distruzione.
Presto, presto, diceva Lodovico, come siete lenti!
E quegli uomini picchiavano con maggior violenza, mettendo in quel lavoro tutto lo sforzo di cui erano capaci; avevano gi fatto una fessura nella pietra ma procedevano lentamente come se si trattasse dinfrangere un masso di granito.
Coraggio, avanti, forza, provate a cacciare una leva nella fessura.
Bisogna picchiare ancora e molto, prima di sollevare la pietra, dicevano gli operai.
Se vi riuscite, avrete una buona mercede.
Quelle parole pareva avessero dato agli operai nuovo vigore e ripresero il lavoro con maggior lena.
Come parevano eterne quelle ore ai due sposi impazienti!
Finalmente la pietra si mosse e un urlo di gioia usc dalle labbra di tutti.
La pietra era pesante e, quantunque stanchi, fecero uno sforzo supremo per sollevarla; labisso era scoperchiato.
Lodovico si avvicin, ma dovette subito ritrarsi, un tanfo asfissiante usciva da quellapertura.
Scoperchiate ancora, che laria entri, se vogliamo poi entrare noi pure.
E levarono con maggior facilit unaltra pietra.
Io posso entrare, disse un operaio, noi siamo abituati a queste cose, in ogni caso legatemi ad una corda; se mi sentir male vi dar uno strappo e mi solleverete.
Per carit, state attenti, raccomand Valentina, si fa presto ad asfissiarsi.
Non c pericolo, disse loperaio pi coraggioso, tenete la corda, ecco, son pronto, e s dicendo scomparve nella buca.
Gli altri, e pi di tutti Lodovico e Valentina, stavano attenti, silenziosi, collansiet di chi attende un avvenimento insolito. Ad un tratto si ud uscire unesclamazione.
Avete trovato? grid Lodovico.
S, un involto.... c dentro qualche cosa, non capisco,  duro, pare di legno.
Su, su, vediamo.
Ecco, sento come una palla.
Su, su, presto, diceva loste.
Lodovico non parlava, aveva il cuore che pareva gli scoppiasse, teneva Valentina per mano, stretta come in una morsa di ferro.
Valentina era trepidante. Nessun ricercatore di citt sepolte avea mai provato il sentimento daspettazione ansiosa che essa provava in quel momento. Loperaio sal recando in mano un teschio.
Dio mio! esclam loste, altro che tesori!
Ancora, ancora, disse Lodovico, scendete, portate il resto, ci devessere un altro teschio e poi altre ossa ancora, due scheletri ci devono essere.
Siete forse un mago? disse loste, ma che cosa avverr? crederanno che qui sia stato assassinato qualcuno e la mia bottega ne scapiter.
Non temete, disse Lodovico, questi scheletri son l sepolti da cinquantanni; n voi n io eravamo nati in quel tempo.
E come fate a sapere?
Non so, mi son fatto un sogno.
Altre ossa erano uscite dal sotterraneo, poi carte, pezzi di giornale e linvolto di tela ammuffito: erano due scheletri come aveva detto Lodovico, per gli operai dicevano di dover dichiarare allautorit la scoperta fatta.
Fate pure, tanto io voglio chiedere il permesso di dar a quelle ossa degna sepoltura, disse Lodovico.
Intanto fece collocare le ossa in una cassa, in un angolo tranquillo che formava quasi una nicchia, per poter attendere il permesso del municipio prima di muoverle dal posto dove erano state trovate.
Loste era avvilito; saspettava di veder scintillare oro ed argento, e invece dovea tenersi chiss per quanti giorni quella funebre compagnia; si sentiva venire i brividi al pensarci, e si pentiva daver dato il permesso a Lodovico di far delle ricerche nella sua casa.
Si consol quando lArcelli gli mise in mano una bella somma di danaro, e gli promise di ritornare il giorno dopo.
E me li lascerete molto in deposito? disse accennando agli scheletri.
No, li far portar via al pi presto possibile; vi raccomando intanto che non sieno profanati, chiudete a chiave il sotterraneo.
Loste rabbonito dal ricco dono promise ogni cosa, e Lodovico e Valentina uscirono e savviarono verso casa, colla testa piena didee che si confondevano, si accavallavano nel cervello e un bisogno di espandersi e di parlare e dar sfogo al cumulo di pensieri da cui erano oppressi.

6.
Il salotto della zia Teresa non era mai stato cos animato come in quella sera in cui gli Arcelli erano infervorati a raccontare le impressioni della giornata e la lugubre scoperta.
Tutti insieme cercarono di ricostruire il dramma che si era svolto nella vecchia casa. Non dubitarono che i due scheletri avessero appartenuto alla piccola Elisa ed a qualche suo innamorato.
Certo il marito, tornato a casa dopo una lunga assenza, forse irritato di non esser riuscito nella sua missione patriottica e col cuore ditaliano ferito vedendo che gli avvenimenti non erano favorevoli, trovando la moglie in stretto colloquio con uno dei giovani che egli aveva mandato dal Veneto, acciecato dallira, li aveva uccisi entrambi e poscia nascosti nel sotterraneo che serviva di ripostiglio alle carte politiche e compromettenti.
La zia Teresa aggiungeva delle notizie preziose che mostravano la verit del fatto. Essa era entrata per la prima in casa del fratello dopo la partenza di lui; dal disordine trovato, da alcune macchie di sangue sul terreno, dalla scomparsa dei due giovani e dalla fuga del fratello, aveva intuito la verit; ma per non accusare nessuno, laveva tenuta sepolta nel cuore, come il sotterraneo aveva tenuto nascosti i cadaveri: ora non cera pi dubbio, doveva essere accaduto precisamente come pensavano; ma quello che imbarazzava la zia Teresa era che Lodovico avesse scoperto quel segreto custodito con tanta cura.
Egli allora raccont il male che fino dallinfanzia laveva travagliato, e come la sua medichessa, Valentina, con una divinazione quasi soprannaturale, fosse riuscita a colpire nel segno.
E vedete, soggiunse tutto pieno dentusiasmo per la giovane sposa, i migliori medici avevano sbagliato, nessuno aveva trovato lorigine del mio male; ci voleva una medichessa per veder giusto, e poi ci sono ancora quelli che vorrebbero tener la donna rinchiusa fra le domestiche pareti, quando pu adoperare lintelligenza con tanto vantaggio dellumanit! Anchio, vedete, forse per atavismo, nel vedere il sesso gentile invadere il nostro campo, ero contrario alla donna indipendente; ma mi sono ricreduto; non so se essa potr riuscire in ogni scienza, ma nella medicina potr raggiungere delle altezze inesplorate;  una scienza nella quale ci vuole una specie di divinazione, e la donna la possiede meglio di noi, sicch pu far molto bene. Valentina ha questa qualit in sommo grado, e ne ho avuto la prova, sicch io spero che vorr esercitare la sua professione per il bene dellumanit.
Valentina era orgogliosa della stima e degli elogi del marito ma croll il capo e disse:
Per ora regnano ancora i vecchi pregiudizi; non potrei esercitare la mia professione per mancanza di clienti!
Ma ci sono i poveri e quelli che hanno perduta la fede nel loro medico e amano le cose nuove, poi, quando sapranno il mio caso chio proclamer al mondo intero, vedrai....
In ogni modo verr pubblicato questo fatto che prova una delle mie teorie, disse Valentina,  un trionfo per me, che chiamavano romanziera della scienza; sar sempre un documento storico; soltanto non basta trovare una malattia, bisogna guarirla e ancora non possiamo cantar vittoria.
Tu sei pi incontentabile di me, disse Lodovico. Ero talmente avvilito del mio male incomprensibile, che soltanto lidea che ne conosco lorigine e che io espio una colpa del nonno mi fa pi tranquillo.
Ma e come pu aver conosciuto un fatto accaduto molti anni prima della sua nascita? chiese Giulia.
 questa la prova della mia teoria, disse Valentina, i centri cerebrali impressionati da un fatto atavico. Egli non vide n seppe nulla, ma sua madre bimba di quattro anni  stata testimone inconsapevole della scena, che non poteva comprendere, ma che s infissa nel cervello infantile incancellabilmente e forse sar stata unossessione per tutta la sua esistenza; quellimmagine lha trasmessa nel cervello del figlio, dove non si sa in che modo si  mutata in incubo opprimente.
Quante cose sapete, disse la zia Teresa. Se poteste guarirmi!
Tenteremo un po delettricit, rispose Valentina, insegner a Giulia a dare la corrente e potr portare un po di calore e di vita alle membra intorpidite: ci vi recher certo qualche sollievo.
Poi parlarono del passato e del modo di ottenere il permesso per poter dare sepoltura alle ossa dissepolte. Giulia aveva molte conoscenze fra glimpiegati del municipio e se ne sarebbe incaricata con tutto il piacere per essere utile ai cugini pei quali incominciava a sentire un po di simpatia.
Con quei discorsi era gi passata lora in cui la zia Teresa soleva coricarsi, e Valentina si alz per salire al suo appartamento affinch la vecchia potesse riposare.
Data la buona notte, raggiunsero le loro stanze, ma non avevano voglia di dormire; erano troppo eccitati dagli avvenimenti della giornata e avevano la mente infiammata e rigurgitante di pensieri e dimagini.
Apersero la finestra e uscirono sul balcone per respirare laria fresca della notte.
La piazza era deserta e silenziosa; la colonna col leone di San Marco e Madonna Verona e il capitello veneziano sergevano in mezzo allombra come fantasmi. La luna presso al tramonto mandava una luce diafana e pallida, rischiarando un angolo della piazza.
Nessun essere vivente rompeva quel silenzio solenne. La citt vetusta era immersa in un sonno tranquillo.
Valentina e Lodovico godevano quella tranquillit, riposavano da una giornata piena di avvenimenti e respiravano con volutt laria fresca che pioveva come una carezza sulla loro faccia infocata.
Parlavano del solito argomento di quella giornata memorabile e della tomba che dovevano erigere alle vittime della tragedia passata. Essi decisero per una semplice arca di marmo che racchiudesse tutti e due gli scheletri e sopra scolpire semplicemente il verso: Amor condusse noi ad una morte, senza nome e senzaltra indicazione.
Forse avrebbe colpito limaginazione di qualche anima innamorata e sarebbero venuti a visitare la tomba misteriosa come ad un pellegrinaggio o come andavano a quella di Giulietta. Poi trovavano che come le frutta della terra, lamore in quella citt doveva essere pi intenso; anche a loro pareva di amarsi meglio l in quella quiete, in quella piazza addormentata, vedendo disegnarsi nellombra la casa dei Capuleti. Si tenevano abbracciati come se fossero nel primo giorno del matrimonio e parlavano incessantemente facendo progetti per lavvenire.
Dovevano tutti e due lavorare con tutte le loro energie per inalzarsi sopra la moltitudine, lasciare una traccia luminosa nella scienza ed essere degni luno dellaltro. Egli avrebbe voluto collelettricit tramutare la faccia del mondo, e lei colla scienza sollevare lumanit sofferente. Egli confessava che il suo per Valentina non era soltanto amore, ma ammirazione, dopo che essa era stata tanto chiaroveggente; gli pareva daver accanto un essere superiore e nera orgoglioso e avrebbe voluto che tutti sinchinassero ad adorare la sua Valentina.
Erano in quello stato estatico che fa dimentichi di tutto e di tutti; furono scossi da un rintocco che part dallorologio della torre dei Lamberti e si sparse nel silenzio della notte come una sfida; tacquero, trattennero il fiato per contar lora.
Uno, due, tre, quattro.
I due giovani si guardarono in faccia esterrefatti. Un solo pensiero attravers il loro cervello. Erano proprio le quattro, lorologio dovette ribattere i rintocchi perch ne fossero persuasi. Gi da due ore lora fatale era passata e Lodovico per la prima volta non aveva avuto la crisi del male.
Non trovarono la voce per esprimere il loro pensiero, tanta era la commozione che provavano nellanima; ma si gettarono nelle braccia luno dellaltro colle lagrime agli occhi.
La malattia era vinta inaspettatamente, la sorpresa era stata troppo imprevista e la gioia tanto grande che quasi la sua intensit diventava una sofferenza. Quando pot parlare, Lodovico chiese a Valentina:
E sar vinta per sempre? Tu che sai tutto, dimmi che cosa succede dentro di me.
Quello che speravo, che la scienza mi suggeriva, ma, sai bene, in tutte le cose recondite che avvengono nel nostro organismo c la parte misteriosa, imprevista, e perci non  cos certo lesito come quello dei vostri calcoli matematici. Una piccola parte del tuo cervello era piena della tragedia degli avi, e ad una certora quellimagine prendeva il sopravvento, e scoppiava come una bomba al contatto colla miccia infocata; oggi tutto il tuo cervello  stato riempito da quelle imagini, ed  avvenuto lequilibrio; un masso compatto schiaccia, diviso in piccoli frammenti riesce leggero; ora non c alcuna ragione per cui il tuo male si rinnovi;  svelato il mistero e pi non esiste.
 vero, cos deve essere, rispose Lodovico, mi sento mutato, mi pare che una vita nuova incominci per me;  strano, non mi sento stanco, non ho voglia di dormire, i pensieri lieti mi riscaldano il cervello. Valentina, restiamo qui per vedere spuntare lalba dun giorno che segner unra nuova nella mia vita.
La giovane medichessa, sorpresa del suo trionfo, che non saspettava, chin il capo in segno di assentimento, e rispose:
S, restiamo pure, le ore felici bisogna viverle e non obliarle nel sonno.


VIBRAZIONI IGNOTE.
1.
Il dottor Guido Sormani diede unocchiata allorologio e fece il gesto dalzarsi.
La signora Carlotta Ivaldi gli pose la mano sul braccio e gli disse con uno sguardo supplichevole:
Non mi lasci, dottore, non mi abbandoni con questa inquietudine nellanima, mi conceda tutto il tempo di cui pu disporre, laccetter come un dono.
Devo vedere un ammalato, disse il dottore, aspetter, rester ancora per farle piacere; ma creda a me, la sua inquietudine  irragionevole.
Se sapesse, come soffro, non direbbe cos e non chiamerebbe fantasticherie le mie sofferenze!  una cosa morbosa, ma sento le sventure come il barometro sente lavvicinarsi della bufera.
Questa inquietudine che ci tormenta  il male del nostro secolo, soggiunse il dottore, il progresso della scienza ha fatto diminuire e sparire molti mali, ma la natura si  vendicata col rendere i nervi sensibili in modo che il nostro cervello ne crea dimmaginarii che ci fanno soffrire pi di quelli reali.
Se sapesse quello che  accaduto nella mia vita, non direbbe cos, rispose la signora Ivaldi, ma mi conosce da poco tempo e non pu capire quello che avviene nel mio cervello.
La conosco abbastanza per comprendere che appartiene alla schiera fin troppo numerosa delle persone sulle quali limaginazione ha il sopravvento e che sono infelici pi per quello che pensano, che per quello che realmente soffrono; credo che verr un giorno in cui noi medici dovremo guarire pi colla suggestione che coi farmachi, e chi sapr meglio persuadere, sar il medico migliore.
Senta, dottore, disse la signora Ivaldi, credo piuttosto che col tempo si scopriranno nuovi fenomeni che sono ancora avvolti nel mistero, e si avr la spiegazione di certe sofferenze sconosciute. Avrebbe mai imaginato che si potesse comunicare da un capo allaltro del mondo col mezzo delle onde eteree, vale a dire con una cosa invisibile quasi fantastica, come avviene col telegrafo Marconi? Ebbene, io credo che due esseri che si amano ed hanno nel loro organismo un senso raffinato e simpatico, siano uniti sempre da una specie di corrente elettrica e possano comunicare fra loro; e se ad uno accade qualche avvenimento straordinario, laltro ne senta anche ad una grande distanza il contraccolpo.
 una teoria che non  ancora provata, disse il dottore sorridendo, e sa bene che la scienza non si contenta di chiacchiere ma chiede prove e riprove.
E la telepatia come la chiama? disse la signora.
Non  ancora passata dal campo della superstizione a quello positivo della scienza. Vi sono delle coincidenze sulle quali la credulit umana vorrebbe stabilire fatti assoluti, ma non resistono ad una seconda prova; la credo una donna troppo superiore per prestar fede a presentimenti che nella maggior parte dei casi si mostrano fallaci.
La signora Carlotta scosse il capo incredula e disse:
Le sue parole non possono togliermi la terribile ansiet che dilania lanima mia; e mi domando per quale ingiustizia io debba essere diversa dagli altri e soffrire prima di sapere la sventura che mi ha colpito; perch sono sicura,  avvenuto qualche cosa di terribile a mio marito; lo sento, e questo dubbio mi tormenta.
 possibile che sia tanto ostinata da non concepire che la sua imaginazione le fa un brutto scherzo? esclam il dottore, vedr che a suo marito non  accaduto nulla di male, ritorner sano e salvo, e sar la prima a ridere dessersi tanto crucciata inutilmente.
Se fosse vero! ne sarei contenta anche per lavvenire; in ogni modo, io la ringrazio delle sue parole, ma non valgono a farmi tranquilla, vede; laltro giorno, quando Giorgio  partito allegro sulla sua nuova automobile, bella lucida, che colla tinta rossa fiammante risaltava fra il verde degli alberi, e lho veduto correre come il baleno, laggi lungo la riva del lago e dileguarsi in distanza fra un nembo di polvere, non ho provato nessuna inquietudine, non lebbi ieri e nemmeno questa mattina; tutto ad un tratto ho sentito come una vibrazione dentro di me, qualche cosa dindefinito come un colpo al cuore, mi parve dudire un grido, e da quel momento non vivo pi.
Eh via! disse il dottore, avr letto nel suo giornale il racconto di qualche accidente automobilistico e n rimasta impressionata.
Ne leggo tutti i giorni e non mi commuovono; creda, dottore, non sono una donna dimaginazione; io sento le sventure reali, e queste mi fanno soffrire. Voglio appunto raccontarle quello che mi  accaduto, e si persuader che la mia inquietudine  ragionevole;  una storia dolorosa, ma il ricordo del passato mi far forse distrarre dal dolore presente.
Stettero in silenzio qualche minuto, essa col capo chino, pensando, egli guardando il lago che si stendeva davanti ai suoi sguardi, leggermente increspato, e le colline dirimpetto che si coprivano dombra, mentre il sole tramontava fra unaureola color doro. Dietro di loro, il villino sorrideva agli ultimi raggi del sole, e alcune nuvole bianche vagavano pel cielo come vele vagabonde; il dottore pensava che forse quelle nuvole si sarebbero moltiplicate e avrebbero offuscato il sole primaverile, e la signora Carlotta evocava un paesaggio lontano in riva al mare dove avea trascorso la giovinezza, e il suo cuore avea imparato ad amare, e per qualche momento, colla mente tutta intenta ai ricordi passati, dimenticava langoscia presente.


2.
Il dottore aspettava ansioso, punto dalla curiosit di conoscere qualche cosa della vita passata della signora Ivaldi.
Quella signora, venuta da poco tempo ad abitare il villino delle rose, lo interessava; la conosceva poco, ma la trovava diversa dalle altre, e indovinava, nella vita di lei, qualche cosa di occulto e di misterioso da risvegliare in lui il desiderio di conoscerla pi intimamente.
Era stato accolto dai nuovi proprietarii del villino delle rose, pi come amico che come medico. Del signor Ivaldi sapeva che aveva fatto fortuna in paesi lontani, e aveva acquistato quel villino per godervi un po di pace e di riposo. La conversazione della signora Carlotta gli riusciva piacevolissima, e passare con lei qualche ora del pomeriggio, seduto sul terrazzo che dominava il lago, andava diventando per lui una delle consuetudini pi gradite.
 una storia molto dolorosa la mia, disse la signora Ivaldi, se mi promette di ascoltarla senza annoiarsi troppo, giover forse a calmare il mio spirito molto turbato in questo momento.
Tutto minteressa quello che la riguarda, racconti pure, disse il dottore.
La signora chin la fronte e si coperse gli occhi colla mano come per concentrare le idee e incominci:
Avevo ventanni e la mia anima era piena di poesia e di fede nellavvenire.
Mio padre mor giovane e rimasi con mia madre quasi povera. Si viveva a stento duna piccola pensione in una piccola casa posta presso alla riviera di Rapallo. La mamma si lagnava della sua triste sorte e di non potermi offrire una esistenza pi agiata e pi ridente. A me invece pareva desser ricca, la balda giovinezza mi gorgogliava nelle vene e avevo davanti a me il mare immenso che mi dava una specie debbrezza e mi parlava un linguaggio che mi era famigliare e di cui io sola conoscevo il senso recondito. Mi pareva la voce dun amico. Io ero una solitaria, una specie di selvaggia, e pi che colle persone mi sentivo legata colle cose che mi circondavano.
Uno dei miei pi grandi godimenti era sullora del tramonto passeggiare in riva al mare ed ascoltare la voce delle onde che pareva mi recasse notizie di paesi lontani e sconosciuti, oppure guardare in alto le nuvole che spaziavano sul cielo infinito. Era uno spettacolo che si rinnovava ogni giorno e pel quale provavo unattrazione invincibile.
La spiaggia era spesso popolata, i monelli giocavano colla sabbia e coi sassi, i marinai e i pescatori fumavano la pipa discorrendo e guardando il cielo, facendo pronostici sul tempo, le donne formavano gruppi chiacchierando, io lasciavo dietro di me la parte popolata e seguendo la curva dove il mare forma uninsenatura, andavo verso Santa Margherita dove la spiaggia era pi solitaria e il verde delle piante la rendeva pi fresca e pi ombrosa.
Credevo esser sola a fuggire la gente, ma maccorsi di un giovane che, come me, cercava la solitudine e contemplava il mare infinito.
Non lo conoscevo e non potevo distinguerlo a quella luce crepuscolare, ma quasi involontariamente ci si trovava accanto e ci si sentiva attratti luno verso laltro da una forza misteriosa. Non era uno dei soliti romanzi damore, ma una forza fatale irresistibile che avevamo nel nostro organismo e dominava i nostri movimenti; era come se una nota identica si ripercuotesse nel nostro cervello, come se ci unisse una corrente elettrica, una cosa invisibile ed impalpabile, che sfuggiva ai nostri sensi, al punto che sentimmo leffetto di questa attrazione senza esserci n veduti n parlati.
Non avevamo bisogno di parlare: i nostri pensieri si comunicavano direttamente e sentivamo le vibrazioni delle nostre anime.
Un giorno, non so per qual ragione, ci scambiammo qualche parola, ma quasi inconsapevolmente, come se non fosse cosa nuova e ci fossimo sempre parlati.
Seppi che anche a lui era morto il padre, aveva dovuto interrompere gli studi e viveva colla madre modestamente e quasi una vita di stenti; la rassomiglianza della nostra sorte, ci un maggiormente e si divenne amici.
Era un nuovo godimento per me ritrovarlo tutte le sere presso la spiaggia al posto consueto; si facevano lunghe passeggiate senza parlare, ci si sentiva vicini, legati dal filo invisibile che univa i nostri pensieri e non si chiedeva di pi.
Quando penso alla volutt di quei lunghi silenzii pieni di gioia, pi deliziosi di ogni conversazione, mi par di aver vissuto una vita anteriore assai diversa da quella in cui viviamo. Le nostre passeggiate continuarono in silenzio per qualche mese, ma era troppo grande la nostra felicit, non poteva durare; noi non ci curavamo di nessuno, invece la gente oziosa che stava sulla riva del mare si occupava di noi e incominci a mormorare dei nostri ritrovi innocenti, e quelle chiacchiere giunsero allorecchio della mamma, che mi proib di avvicinarmi a Federico; era il nome del mio giovane amico.
Sarei morta piuttosto che rinunciare alle mie passeggiate sulla spiaggia e sentiva di odiare quelle stupide persone dalle lingue venefiche che simmischiavano nei fatti miei; per ubbidire alla mamma, tentai di sfuggire il mio amico e cambiar direzione alla passeggiata, ma il potere dattrazione che avevamo in noi, era pi forte, e ci si trovava vicini involontariamente. Senza parlarmi, egli indovin tutto, e dopo un lungo silenzio mi prese la mano e mi disse:
 inutile rattristarci, perch non ci sposiamo?
 vero, non ci avevamo pensato; infatti, se fossimo stati sposi o semplicemente fidanzati, la gente non avrebbe trovato pi a ridire e non vera bisogno dinterrompere le nostre passeggiate.
Quellidea illumin la nostra mente come un raggio di sole, ma ecco che la realt della vita venne a guastare la nostra gioia.
Per il momento non potevamo pensare al matrimonio; eravamo troppo giovani e troppo poveri, bisognava aspettare. Meno male che, essendo fidanzati, potevamo continuare a vederci. Non avevamo nulla cambiato al nostro sistema di vita, soltanto che qualche volta il pensiero del nostro avvenire ci rendeva loquaci.
Erano discorsi strani i nostri, si trovava che il mondo era troppo stupido e luomo un essere incompleto; eravamo di primavera e laria era piena di fruscii dali, e gli alberi di nidi. Invidiavamo gli uccelli che fabbricavano la casa con poche pagliuzze, si nutrivano con pochi semi raccolti sui prati e la natura li provvedeva di vesti meravigliose, sottili e variopinte, li trovavamo assai pi fortunati degli uomini che coi loro molteplici bisogni si rendono amara la vita.
Ecco perch gli uccelli erano creature allegre, cantavano sempre, volavano in mezzo ai fiori e trovavano la loro tavola imbandita dove rideva la primavera.
Qualche volta ci si sognava di volare lontano da questo mondo pieno di esigenze, e andar lass fra gli astri dove forse la vita sarebbe stata pi facile e meno complicata.
Ma non avevamo le ali come gli uccelli e bisognava occuparsi del nostro avvenire.
Federico era pieno di speranza; voleva lavorare alacremente, fare delle economie per prepararsi il nido come gli uccelli che ci rallegravano tanto. Aveva trovato un impiego in una fabbrica di macchine, e gli pareva dessere sulla via della fortuna.
Ma passavano le settimane e i mesi e restava sempre a quel posto con una paga meschina e vedeva dileguarsi i sogni che aveva fatti.
A me bastava vederlo tutte le sere e aspettavo pazientemente, egli invece non era contento, voleva correre e non avanzare a passi di lumaca; era impaziente di riuscire.
Una sera, prima ancora che parlasse, avevo indovinato il suo pensiero, e tremavo che me lo comunicasse. Cercavo distrarlo facendogli osservare leffetto della luna che sorgeva dal mare e le onde che mandavano sul lido sprazzi lucenti, ma egli voleva dirmi quello che gli pesava sul cuore, era inevitabile.
Disse che bisognava armarsi di coraggio e dividerci per qualche tempo se si voleva poi unirci per sempre.
In Italia non vera nulla da fare; avrebbe sciupate le sue energie in sforzi inutili, sarebbe riuscito a guadagnare a mala pena abbastanza per vivere da solo; suo fratello, partito per lAmerica in cerca di fortuna, era sulla via di trovarla, aveva molte imprese ben avviate e lo invitava a raggiungerlo e ad associarsi ai suoi affari. Questa proposta giungeva in buon punto: era deciso ad accettare, certo di poter in pochi anni guadagnare tanto da offrirmi una fortuna e vivere sempre con me.
Mi sentivo un gruppo alla gola e non potevo rispondere.
Egli mi teneva stretta per mano senza dir nulla, ma indovinavo lansiet del suo cuore.
Era un silenzio pieno di dolore e lo ruppi per dirgli:
 giusto, non voglio essere dostacolo alla tua fortuna. Parti pure.
Staremo divisi soltanto qualche anno, disse. Che importa? noi saremo sempre uniti col pensiero, nemmeno la distanza riuscir ad affievolirlo. Sapessi come lavorer con coraggio, pensando che ogni giorno mi avviciner a te, diventer avaro per accumulare ricchezze e farti felice.
No, dissio, mi basta una piccola casa; la mia ricchezza sar esser vicino a te, ti supplico solo di ritornare presto.
Quando la partenza fu decisa, non mi pareva di viver pi, pensando al giorno in cui mi avrebbe lasciata; non ne parlavamo mai, ma ci pensavo sempre e sentivo che si avvicinava troppo in fretta. Una sera ebbi come un presentimento e gli dissi:
 per domani, non  vero?
No, rispose, non crucciarti, ci vedremo ancora.
Egli mentiva, ed io lo sapevo; ma non dicevo nulla; per quella sera non potevo staccarmi da lui e tutto mi serviva di pretesto per indugiare. Ci sono momenti che si vorrebbero eterni, eppure passano con una precisione inesorabile,
Non lho pi riveduto; aveva mentito per risparmiarmi lo strazio dellultimo saluto.
Fu un vero schianto per il mio povero cuore; ma sentivo che una parte di me era sempre in comunicazione con lui, quella parte che vibrava nel nostro organismo come congiunta da un filo invisibile; era come se lo vedessi e lo seguivo nel lungo viaggio attraverso il mare, poi lo vedevo slanciarsi nella vita operosa, lavoratore instancabile, impaziente di riuscire.
Mi scriveva spesso, ma le sue lettere non mi recavano nulla chio non indovinassi, solo mi assicuravano del suo amore costante.
Continuavo ad andare la sera come al solito in riva al mare e imaginavo che londa che lambiva la riva, mi recasse il suo saluto e lo vedevo sulla riva dun mare lontano pensando a me, poi seguivo il volo degli uccelli, il cammino delle nubi, avrei voluto anchio volare, andar a trovarlo.
I giorni passavano lenti nellaspettativa ed egli intanto lavorava alacremente, non spendeva nulla e aveva gi fatto qualche risparmio, ma egli voleva guadagnare ancora, e si mostrava incontentabile, avrebbe potuto partire, ma la febbre del lavoro lo invadeva, voleva offrirmi la ricchezza e sindugiava ancora in quei paesi lontani per conquistarla.
Io non ne potevo pi. Non sapevo come passare il tempo; nelle mie passeggiate solitarie osservavo che le leggi che governavano gli uomini, erano molto ingiuste. Perch nella societ alla quale appartenevo, la donna doveva pesare sulluomo e non le era concesso aiutarlo nella sua opera e guadagnare con lui il pane pei figliuoli? Forse, se io avessi avuto una professione, non ci sarebbe stato bisogno di separarci, e tutti e due si avrebbe potuto contribuire al benessere della famiglia. Era tornata la primavera ed osservavo le coppie di uccelli che facevano assieme il nido, portando ognuno nel becco la propria pagliuzza, e poi il padre e la madre recavano entrambi ai figli il grano che doveva nutrirli. Perch nella societ la donna doveva esser da meno delluomo e restar neghittosa quando egli lavorava per tutti? Concludevo che il mondo era piantato male.
Mi ribellavo alla mia vita inutile ed inoperosa e invidiavo le operaie che col loro lavoro aiutavano i mariti e il benessere della famiglia; alle volte mi veniva una voglia pazza di andar in qualche opificio a chiedere lavoro. Ne parlai un giorno ad unoperaia, ma la mia idea non la persuase.
Che cosa vuol fare lei colle sue piccole mani? mi disse. Faccia la signorina che  molto meglio, tanto non la prenderebbero alla fabbrica.
Unaltra mi guard come sio volessi rubarle il pane; non cera verso chio potessi occuparmi in qualche cosa di utile, e nellozio il tempo trascorreva lento e anche il mio carattere si mutava perch divenivo tutti i giorni pi irascibile e pi nervosa.
Era venuta lestate, e una volta, allombra di alcune piante, vidi schiere di fanciulle sedute; col tombolo sulle ginocchia, facevano andare colle loro agili mani un mucchio di fuselli e formavano bellissime trine. Mi soffermai a guardarle e mi venne voglia dimitarle; esse erano sotto la direzione duna maestra ed erano pagate secondo la loro abilit; pregai la maestra di prendermi nella schiera delle lavoratrici, desiderando imparare quellarte gentile. Essa acconsent a patto che lavorassi un anno senza retribuzione in cambio dellinsegnamento che mi avrebbe dato.
Io accettai perch avevo bisogno di occuparmi, e speravo che un giorno il mio lavoro sarebbe utile almeno come adornamento della mia casa.
Nei primi tempi ero avvilita; le fanciulle di dodici anni lavoravano meglio di me e con maggior sollecitudine; esse facevano andare i fuselli allegramente chiacchierando, come se le loro mani fossero macchine, io dovevo prestarvi tutta la mia attenzione e il lavoro non mi riusciva perfetto.
Passati i primi tempi acquistai una certa destrezza di mano, e riuscii a combinare disegni fini e difficili. Copiai trine antiche e preziose, tanto che se non fossi stata legata alla mia maestra, avrei potuto venderle con profitto; intanto quelloccupazione mi riusciva piacevole, mi calmava i nervi, e il tempo sempre lento per il mio desiderio, mi era meno noioso. Il tempo passava e aspettavo, sicura che Federico sarebbe ritornato.
Erano passati dieci anni quando incominci a parlare di ritornare a Rapallo col fratello.
Ormai erano ricchi, le loro imprese bene avviate potevano, lasciarle ad un socio che le continuasse, ed essi contavano di ritornare in patria a godere il meritato riposo. Mancavano pochi mesi alla loro partenza, e quel fatto mi pareva una felicit cos grande come raramente  concesso provare su questa terra.
Mano mano che si avvicinava quel tempo tanto desiderato, egli scriveva pi spesso; le sue lettere parlavano del prossimo ritorno ed erano gioconde, come inni di gioia.
Io mi struggevo nellansia dellattesa e contavo i giorni che mancavano al suo ritorno.
Mi pareva che in quel tempo i nostri pensieri sincontrassero con maggior forza, ed erano cos lieti, come se sul loro lungo cammino sprigionassero delle scintille.
Fu un periodo dorgasmo e di gioia intensa, e sentivo nel mio essere lenergia di cento vite.
Una notte mi svegliai di soprassalto e mi parve che il mondo fosse precipitato in un abisso, tanto fu grande lo schianto che provai in tutta la mia persona.
Ebbi una visione dorrore e nel mio cuore si ripercosse un grido straziante.
Mi alzai come una disperata e mi misi a gridare piangendo:  morto,  morto, Federico  morto! Lo vedevo davanti agli occhi insanguinato e morente, e fuggivo sperando togliermi alla vista di quello spettacolo raccapricciante. La mamma si svegli a quei gridi e mi credette impazzita.
Mi volea persuadere che il mio era un brutto sogno, chio era in preda ad allucinazione, ma non ci fu verso che riuscisse a calmarmi.
 accaduto una cosa grave, gridavo fra le lagrime, voglio sapere, voglio partire!
Sembravo pazza, la mia povera mamma non sapeva come calmarmi; temeva sul serio chio avessi smarrita la ragione.
Alla mattina mandai un telegramma chiedendo notizie. Mi rispose suo fratello Giorgio queste precise parole:
Morto vittima dun accidente ferroviario.
La signora Ivaldi, a questo punto del suo racconto, si sent come un gruppo alla gola, ripensando langoscia passata; e dopo aver dato un sospirone per liberarsi dal peso che lopprimeva, disse al dottore:
Che le pare? Non ho ragione dessere inquieta?
Credo ad una fatale coincidenza, disse il dottore, vedr che questa volta non  accaduto nulla.
Pur troppo lo sento,  accaduto qualche disgrazia, disse la signora Carlotta.
Ma mi spieghi, ora che ha destata la mia curiosit, disse il dottore, anche per distoglierla dal pensiero che lopprimeva, e come  avvenuto il suo matrimonio?
 presto detto, soggiunse la signora Ivaldi. Vittima dellaccidente ferroviario, Federico  vissuto qualche ora fra gli spasimi atroci, mutilato in un modo orribile. Giorgio, il fratello, corse ad assisterlo e raccolse le sue ultime volont. Egli mor col mio nome sulle labbra, mi lasci erede della sostanza che avea guadagnata per me, e preg il fratello che mi proteggesse e facesse in modo chio almeno fossi felice. Giorgio ritorn poco tempo dopo; quando ci vedemmo si ebbe limpressione desserci sempre conosciuti. Federico gli avea continuamente parlato di me, egli poi rassomigliava tanto al fratello, specialmente nella voce, che qualche volta avevo lillusione che non fosse avvenuto il fatto orribile e chegli mi fosse ancora accanto.
I nostri affari che avevamo in comune, ci riunivano spesso, ero rimasta sola al mondo, chiese la mia mano e accettai. Me ne trovai contenta; a lui devo questi anni di tranquillit e di pace, egli  ora tutto per me, mi trovo unita a lui come ero con Federico, non allo stesso grado, ma abbastanza per sentire che  vittima dun accidente.
Non mi persuade, cara signora, disse il dottore,  la sua imaginazione che  ammalata, e perch pensa allaltra coincidenza; vedr, suo marito ritorner sano e salvo, e questa volta ne uscir guarita per sempre.
Fosse vero, disse la signora Ivaldi. Ma intanto chi mi toglie a questa inquietudine?
Ci metta un po di forza di volont. Tanto ora non pu far nulla, ed io sono proprio costretto a lasciarla per vedere il mio ammalato; procuri desser ragionevole, si calmi, le prometto di ritornare domani mattina e vedr che mi dar ragione.
Ne sarei lieta davvero! Ma intanto mi sgomenta la notte di ansie che ho a me davanti, dottore; mi scriva una ricetta, un forte sonnifero, oppio, morfina, tutto quello che vuote, ma qualche cosa che mi faccia dormire e mi tolga a questa inquietudine.
Il dottore per contentarla le scrisse una pozione calmante e usc compiangendo quella povera signora che secondo lui era seriamente ammalata di nervi.


3.
Quando i passi del dottor Sormani si furono dileguati in lontananza e la signora Ivaldi rimase sola, nel silenzio della notte, la sua inquietudine le parve ancor pi insopportabile. Loscurit era discesa sul lago e lo riempiva di ombre paurose; solo lontano lontano qualche lumicino scintillava nelle case e nelle ville, e la signora Carlotta pensava a quegli abitanti che vegliavano, come lei, ma che certo non avevano la sua inquietudine nellanima, e ne provava un senso dinvidia. Come le parea triste in quel momento la sua villa ridente che aveva ordinata con tanto amore e nella quale avea passati giorni pieni di pace e serenit! La malinconia che avea nellanima si trasfondeva in ogni cosa che la circondava e il mondo le pareva avvolto in un manto funereo. Un avvenimento doloroso era certo accaduto a turbare la sua pace; nessuno potea toglierle il dubbio fatale. Qualche momento pensava al marito come se non dovesse pi rivederlo e ripensava ai sette anni trascorsi con lui, forse i migliori della sua esistenza.
Il suo non era stato lamore giovane entusiasta che avea provato per Federico, ma un sentimento calmo, che si era fatto sempre pi forte colla convivenza fino al punto che le pareva impossibile poter vivere senza il marito, divenuto il solo scopo della sua vita.
Meno idealista del fratello, ma di spirito superiore e di carattere pi positivo, Giorgio Ivaldi le avea sempre parlato il linguaggio della ragione e cercato di infonderle la sua filosofia. Le diceva continuamente che non si doveva attaccarsi troppo alle cose del mondo, il quale non  che una piccola palla slanciata nello spazio immenso; chera inutile preoccuparsi degli avvenimenti che ci avvolgono fatalmente nelle loro spire; bisognava cercare di crearsi un ambiente simpatico, poter avere qualche godimento e accettare con rassegnazione le sofferenze inevitabili, e non crearsene dimaginarie; avea voluto comperare la villa delle rose per aver un asilo tranquillo, dove probabilmente sarebbero invecchiati tutti e due uno accanto allaltro e sarebbero morti guardando il lago sereni e tranquilli daver compiuto il loro pellegrinaggio su questa terra. Era pi vecchio, e certo se ne sarebbe andato prima di lei ad aspettarla nellaltro mondo. I morti sono pazienti; hanno davanti a s leternit, e i vivi, o prima o poi, vanno a raggiungerli, ed  inutile che si disperino o affrettino la loro fine: ecco quello che le ripeteva continuamente.
Quando pensava al marito non potea darsi pace come un uomo tanto tranquillo e ragionevole, si fosse preso duna passione ardente per lautomobile.
Questo sport moderno e pericoloso era la sua sola preoccupazione. Egli possedeva le automobili pi belle, pi perfette e pi veloci; si teneva al corrente di ogni progresso, e, esperto nella meccanica, cercava di apportarvi qualche nuovo miglioramento. Era in continua corrispondenza cogli automobilisti pi esperti, prendeva parte a tutte le corse pi audaci e metteva in questo esercizio tutta lenergia che avea portato nelle sue imprese commerciali e che laveano condotto alla ricchezza. Forse egli non era nato per il riposo e si sentiva attratto ad un divertimento per cui il moto  una condizione necessaria.
Essa avea tentato di seguire il marito nelle corse vertiginose, ma non provava nessun piacere nel divorare lo spazio e passare come una meteora per borghi e citt; anzi il suo organismo ne soffriva ed era sempre ritornata a casa stanca e ammalata, tanto che avea finito col rinunciarvi e lasciar solo il marito, dispiacente di non averla compagna anche nelle sue corse.
Per in quella notte dansiet essa fece il voto di accompagnarlo sempre, se fosse ritornato salvo; qualunque disagio avrebbe sopportato volentieri, piuttosto duna inquietudine cos terribile.
Il giardino che contornava la villa, scendeva in un dolce pendo sulla strada costeggiante il lago; per ben dieci volte la signora Ivaldi discese e risal quel declivio, sperando calmare col movimento lagitazione del suo spirito, ma invano; pareva che tutto facesse aumentare il suo orgasmo. A momenti pareva pazza; nella sua voglia di agire le venivano al cervello delle idee strane; avrebbe voluto far allestire una delle automobili che aveva nella rimessa e correre allimpazzata per raggiungerlo, ma dove? a Milano? a Torino? a Firenze? E intanto non sarebbe venuta a casa qualche notizia? Era meglio aspettare. Guard lora; non era ancora mezzanotte; pens al tempo che mancava prima dellalba ed ebbe il sentimento delleternit. Eppure fino al mattino non avrebbe potuto far nulla per sapere; era una cosa terribile per la sua impazienza.
Prov ad andare nella sua camera sperando di calmare i nervi nel fare i movimenti abituali; tent di svestirsi lentamente, mettendo in ogni atto un tempo infinito per far passar lora; di tratto in tratto andava sulla terrazza che sapriva davanti alla sua camera, e guardava il cielo tutto sparso di stelle, quasi implorando che quelle stelle che vedevano il mondo dallalto, le mandassero qualche messaggio. Poi si coric come di consueto, ma chiam invano il sonno sulle sue palpebre stanche.
Si ramment il sonnifero scrittole dal dottore. Era una forte dose di trional; la prese dun fiato, ma il sonno tanto desiderato si fece aspettare.
Soltanto verso lalba parve assopirsi, ma fu peggio; ebbe come un incubo, le pareva di vedere una schiera dautomobili dogni forma e colore scendere da unalta montagna luna dietro laltra in una corsa vertiginosa; quelle dietro cozzavano impetuosamente con quelle che precedevano, nella fretta di correre non si vedevano pi fino che ad un certo punto precipitarono tutte; alcune caddero nellabisso profondo sbattendo nei macigni, altre rimasero sospese, aggrappate al monte come grappoli di ferrei congegni e le parve che una pi pesante di tutte si staccasse dal masso, le fosse sopra e la schiacciasse togliendole il fiato.
Dovette fare uno sforzo sovrumano per togliersi a quel peso, si guard intorno cogli occhi imbambolati, e nel rivedere ai tenui bagliori dellalba la propria camera e gli oggetti famigliari, si ramment la sua inquietudine e lorribile visione le parve come un triste presagio.
Si alz e aperse la finestra. La frescura del mattino le scese quale un refrigerio sulla fronte ardente; poi, dopo tanta tensione di nervi, ebbe quasi un momento di sollievo pensando che il giorno che spuntava lavrebbe tolta alla sua terribile incertezza. Se era ancora turbata dallorribile sogno, il sole che saliva lentamente sullorizzonte e dileguava i vapori dellalba, le pareva di buon augurio, ed il suo cuore rinasceva alla speranza.


4.
La signora Ivaldi pens che alle undici dovevano arrivare i giornali i quali avrebbero certo parlato della corsa automobilistica; intanto non si sentiva di aspettare inoperosa che il tempo passasse e mand un telegramma al comitato promotore della corsa chiedendo notizie di Giorgio Ivaldi, con preghiera di rispondere subito al villino delle rose, presso Intra.
Poi ricominci a girare su e gi per il giardino, aspettando; una nuova ansiet simpadroniva del suo essere; temeva di sapere e aver la notizia duna disgrazia avvenuta, e nello stesso tempo voleva uscire da quellincertezza.
Guardava ogni tanto lungo la via per vedere se scopriva qualche cosa dinsolito; quasi senza volere usc dal cancello e savvi verso lapprodo dei piroscafi; vide in distanza un punto nero e il cuore cominci a palpitarle fortemente, quando saccorse che quella cosa nera era un automobile; ma la macchina pass via rapidamente rumoreggiando fra un nuvolo di polvere, non pot conoscere le persone incappucciate che stavano dentro, ma non era suo marito, perch passarono davanti al villino delle rose senza fermarsi; ogni punto nero che vedeva sulla strada maestra credeva che fosse un messaggio, e quando incontr il fattorino telegrafico che le mise in mano un dispaccio, non volea credere che fosse diretto a lei, e quasi paralizzata e tremante, stette qualche secondo prima daprirlo. Portava la firma del marito e diceva queste precise parole:
Sfuggito miracolosamente a grave pericolo, leggermente ferito, ritorno in giornata; aspettami a casa.
Diede un sospirose di sollievo; era vivo, ritornava, e ci le bastava.  vero che diceva dessere ferito, ma se aveva potuto mettersi in viaggio, la ferita non dovea esser certo grave; dopo tante ore dinquietudine si sentiva quasi contenta, per si confermava nellidea daver una fibra sensibile nel suo organismo, che lavvertiva di quello che accadeva alle persone lontane che aveano un senso in corrispondenza con lei, ed era impaziente di vedere il dottore incredulo per mostrargli come fosse stata ragionevole la sua inquietudine. Venne infatti come le avea promesso, ed essa gli mostr il telegramma tutta trionfante.
Aveva ragione, disse, era successo qualche cosa, fortunatamente nulla di grave, si capisce.  un fatto che mi fa pensare; questa vibrazione che da un cervello corrisponde in distanza con un altro, come col telegrafo Marconi,  uno studio che voglio fare e forse mi aiuter nella mia carriera. Intanto mi inchino alla sua superiorit.
Non ci tengo, anzi, chiedo la guarigione; il mio  un male terribile; basterebbero a provarlo le sofferenze della notte passata.
In ogni modo  una sensibilit raffinata di cui pu andare orgogliosa, forse  un senso che tutti possediamo in embrione e colla civilt e il progresso si educher e diverr pi forte; ci si avvia, cara signora, ad essere degli strumenti elettrici; non so se sar un bene o un male.
Un male, un male, disse la signora Ivaldi,  certo che le nostre sofferenze saranno moltiplicate, io ne so qualche cosa.
Ebbene, che cosa importa, soggiunse il dottore, se lumanit potr averne vantaggio?
Ed io sar stata fra le prime?
S, fra gli eletti, come i profeti e i veggenti dellantichit; anchessi avevano qualche cosa di pi raffinato, che forse avr dato loro delle sofferenze ma di cui dovevano andare orgogliosi.
Senta, dottore, rispose la signora Ivaldi, quand cos, la cosa dovrebbe essere pi completa; questa vibrazione dovrebbe esser perfetta in modo da poter corrispondere come col telegrafo; io soffrivo perch avevo la sensazione vaga che qualche accidente era avvenuto a mio marito e non sapevo quale; ora lo so e sono tranquilla.
Le ripeto, disse il dottore, bisogner educar bene questo senso in modo che due persone che si amano possano corrispondere concentrando il pensiero e rendendolo pi intenso, trasmetterlo a distanza; siamo nel secolo dei miracoli e ci arriveremo.
La signora Ivaldi preg il dottore di tenerle compagnia e far colazione con lei per aspettare larrivo del marito, che avrebbe avuto bisogno subito delle sue cure. Egli acconsent e tutti e due si sedettero nel pomeriggio sul terrazzo aspettando. Sarebbe arrivato in carrozza, sul piroscafo, in automobile? Non sapevano, e guardavano il lago e la strada maestra passando il tempo chiacchierando di tutte le cose ignote, di tutti i misteri che sarebbero un giorno venuti alla luce.
Una carrozza intanto sal lentamente il pendo che conduceva alla villa e interruppero il discorso per incontrarla. Era il signor Giorgio Ivaldi che arrivava, ferito pi di quello che la signora avesse creduto. Avea un braccio fratturato e stretto in un apparecchio; la testa contusa e bendata.
Giorgio! esclam la signora Carlotta, abbracciandolo colle lagrime agli occhi.
Calmati, non  nulla, disse il signor Ivaldi, e volle fare uno sforzo e scendere dalla carrozza senza aiuto.
Volea camminare, ma il dottore lo consigli di mettersi a letto, dopo la fatica del viaggio e il colpo ricevuto. La signora Carlotta lo interrogava e gli diceva:
Lo sapevo prima del tuo dispaccio, sai; lho sentito,  stato ieri alle dieci:  tutta uneterna giornata che soffro. Ma come  avvenuto?
Come avviene sempre in simili casi; si va avanti eccitati dalla corsa, non si vede la strada,  una vertigine, tutto andava a gonfie vele, ero sul punto di vincere, la mia macchina  andata contro un albero, si  sfasciata, quasi soffocandomi sotto il suo peso e slanciando lontano il macchinista.
 morto? chiese la signora Carlotta.
No,  rimasto allospedale in cattivo stato, peggio di me, ma mi assicurano che guarir bene; io ho preferito venire per non farti rimanere inquieta.
Hai fatto bene, ho sofferto tanto che avevo bisogno di vederti, ma io spero ti sar passata la mana automobilistica.
Tuttaltro! Sono impaziente di guarire per ricominciare; soltanto ti prometto dessere pi prudente la prossima volta, poi voglio una macchina pi perfetta; ho gi nella mia testa un congegno che avviser quando si avvicina ad un ostacolo; mi far dare il brevetto.
Ricordati per, disse la signora Carlotta, che non ti lascer pi andar solo; meglio sfracellarsi in un precipizio, che soffrire le torture di ieri; preferisco esser con te al momento del pericolo e non sentirlo a distanza.
Tanto meglio, disse il signor Ivaldi, fra un mese il mio braccio sar guarito, la mia macchina sar perfetta e avremo acquistata una nuova socia nel club degli automobilisti.
Senza contare, disse il dottore, che io avr studiato un nuovo caso di telepatia che far forse progredire la scienza e mi aprir le porte dellUniversit.
Allora se nandr lontano? chiese la signora Carlotta.
Forse, ma spero che mi accoglieranno sempre come ospite al villino delle rose.
E diventer nostro compagno di automobilismo, disse il signor Ivaldi.
Tanto pi, soggiunse la signora Carlotta, che con questo sport moderno, c spesso bisogno del medico.



LANIMA DEL MONDO.
1.
Il cancello di casa Arlandi saperse con impeto e un carro carico di pietre, di colore e forme diverse, entr con fracasso nellampio cortile.
Una donna di mezza et, alta, dalle forme opulente, con una veste da camera color melanzana, comparve sulla porta della casa e, vedendo il carro, disse con modo dispettoso agli uomini che lavevano guidato:
Chi vi manda?  certo un errore; noi non abbiamo ordinato nulla.
Scusi, signora Savina, disse il conduttore del carro levandosi rispettosamente il cappello,  un carico che viene dalla Germania ed  diretto al professor Ugo Arlandi.
Infatti mio figlio mi annuncia una spedizione dun minerale prezioso per le sue indagini scientifiche, disse un signore piccolo, tarchiato, coi baffi brizzolati, che udite le ultime parole era uscito nel cortile.
E dove dobbiamo mettere tutta quella roba? chiese la signora Savina.
Naturalmente nella stanza accanto al laboratorio, come scrive nella sua lettera, soggiunse il signor Carlo Arlandi.
Ma sai che  pazzo davvero quel tuo figliuolo!... tutto quel peso lass, ti pare? cadr la vlta.
Via, non c pericolo, la casa ha solide fondamenta; ma tu che fai, Mario? disse rivolto ad un ragazzo di undici anni, che era entrato improvvisamente nel cortile e si era impadronito dun mucchio di quelle belle pietre variopinte e si preparava ad adoperarle per i suoi giuochi.
Faccio un castello per divertirmi, disse il ragazzo, vedi? uno scoglio alto alto, e poi, su, una torre ancora pi alta.
Lascia quella roba che non  per te, gli disse il padre dandogli uno scappellotto.
Poverino, ha pi ragione di Ugo che compra delle pietre per nulla; almeno Mario si diverte.
Non deve toccare la roba degli altri, soggiunse impazientito il signor Carlo.
Quella scena coniugale sarebbe certo terminata in litigio, se in quel punto non fosse entrata dal cancello una donna ancor giovane, daspetto simpatico, colla faccia illuminata da un sorriso buono, tenendo una lettera aperta in mano.
Sapete, disse, Ugo arriva questa sera, mi raccomanda il suo minerale, ha dovuto raccoglierlo con gran fatica e pagarlo caro.
Bene spesi quei denari, disse la signora Savina.
Pare sulla via duna grande scoperta, soggiunse la signorina, continuando il suo discorso.
Ecco unaltra allucinata, borbott Savina rivolta al marito, tutti e due della medesima razza.
La giovane finse di non udire quelle parole e, vedendo Mario che continuava a trastullarsi colle pietre; si rivolse allArlandi e gli disse:
Ma, Carlo, perch permetti a tuo figlio di sciupare quel minerale? Sai bene a che alto scopo deve servire, e poi ha molto valore, lo ha scritto Ugo.
Il signor Carlo and tosto verso il figlio, lo prese per un braccio, e:
Via, gli disse colla voce irritata, va a giuocare in giardino, ubbidisci, hai capito?
Il fanciullo si mise a strillare come se lavessero bastonato, e la signora Savina lo condusse fuori del cortile, dando unocchiata feroce al marito e alla signorina Giulia, che, come sorella della prima moglie dellArlandi, era venuta ad intromettersi nelle loro faccende domestiche.
Giulia croll il capo in atto compassionevole e disse al cognato:
Quanto ti compiango! e come devi soffrire nellassistere al dissidio che continua sempre fra tua moglie e il figlio della mia povera sorella; eppure Ugo  cos buono, intelligente e fa onore alla nostra famiglia.
Tu hai un debole per quel figliuolo; disse il signor Carlo, e vai allesagerazione; non nego che sia studioso, ma finora ha lavorato come un bue, si  sciupato la salute, ha speso una quantit di denaro, e non ha dato nessun risultato. Mia moglie non ha tutto il torto,  un po provinciale e certe cose non riesce a comprenderle, ma non mi pare che Ugo sia del tutto equilibrato.
Voi non capite nulla n luno n laltra, disse Giulia. Sapete che cosa devo dirvi? Che sono sola a comprendere quel figliuolo; e invidio quel suo amore alla scienza, quella sua costanza nel desiderio di riuscire, che se lo lascerete in pace gli apporter gloria, quattrini e vi far onore.
E se non riuscisse a far nulla? disse il signor Arlandi.
Non  possibile, ogni fatica deve avere la sua ricompensa; in ogni caso non fa male a nessuno, mia sorella lo ha lasciato ricco e pu spendere il suo denaro come gli piace; preferireste che lo spendesse al giuoco o in gozzoviglie? No certo; dunque d retta a me, guarda le cose come sono e non lasciarti suggestionare da tua moglie, che per lui  una vera matrigna, specialmente dopo la nascita di Mario; ma tu devi proteggerlo, difenderlo, il tuo Ugo, almeno per la memoria della povera Ada che ti ha reso tanto felice.... Via, non commuoverti, ora, cerca di far mettere a posto quel minerale; io vado a casa perch, se Savina ritorna, non posso tacere.... Verr questa sera quando arriva Ugo.
Appena Giulia si fu allontanata, il signor Carlo diede ordini ai suoi uomini di portare il minerale nel laboratorio del figlio, che occupava tutta lala destra della casa, e stette assorto ripensando alla sua vita passata. Dovea confessare a s stesso che i pi begli anni erano stati quelli che avea vissuto colla prima moglie.
In quel momento, mentre collo sguardo seguiva gli uomini che salivano le scale carichi di minerale, egli ripensava a quei tempi, che gli sembravano tanto lontani ed erano passati per sempre. Egli rivedeva la sua dolce Ada, pi mite e timida della sorella, colla faccia da madonnina, che quando la rievocava colla mente ancora gli si inumidivano gli occhi, rivedeva Giulia chera allora una bimba e gli riempiva la casa di allegre risate, e si divertiva a far giuocare il piccolo Ugo, minore di lei di pochi anni, che come un raggio luminoso era venuto a rallegrargli lesistenza.
Giulia era orgogliosa dessere la zia di quel bimbo roseo e paffuto, dagli occhietti vispi e intelligenti. Essa abitava, col padre, il villino Giulia, diviso dalla casa grande, villa Ada, soltanto da un filare di ippocastani, ma ai tempi del suo primo matrimonio formavano quasi una sola famiglia ed erano sempre uniti ed in adorazione del bimbo.
Quel tempo felice era durato dieci anni.
Poi vennero i giorni tristi.
Ada fu colta da una malattia che i medici non riuscirono a diagnosticare, ed egli ebbe lo strazio di vederla deperire tutti i giorni, finch reclin il capo stanco sulle sue spalle, come un povero fiore avvizzito, ed esal lultimo respiro senza chegli potesse fare nulla per tenerla in vita. Poi pass un lungo tempo accasciato, colla mente senza pensieri, vivendo quasi in un sogno, facendosi forza per amore del suo Ugo, poi anche il suocero si ammal e Giulia, per dedicarsi al padre, lo lasci nellisolamento.
Ne approfitt la signora Savina che abitava in paese ed era irritata di veder passare gli anni senza trovar marito. Incominci a frequentare la casa dellArlandi, ad esser prodiga di parole di conforto per lui, di premure e carezze per il bambino, e a poco a poco cerc di rendersi utile, quasi necessaria, con modi graziosi, insinuanti, come sapeva fare quando volea raggiungere uno scopo prefisso, ed egli quasi senza accorgersene sera lasciato soggiogare da quella donna, al punto che, persuaso di non poter vivere nellisolamento tutta la vita, che in casa era necessaria una persona che soccupasse delle faccende domestiche e badasse al bambino, si decise a sposarla. Saccorse subito dello sbaglio fatto quando, divenuta signora e padrona, Savina si mostr sotto il vero aspetto di donna imperiosa e senza cuore. Incominci subito a tormentare con rimproveri ingiustificati il povero Ugo, al punto che lArlandi per aver pace fu costretto a metterlo in collegio. Terminati gli studi, il figlio ritorn a casa timido, modesto, tutto dedito alla scienza; ma la matrigna, che intanto aveva avuto un figlio, Mario, e non vedeva che per i suoi occhi, divenne per lui pi acre e pi ingiusta, il che dava origine continuamente a nuove questioni e la quiete era scomparsa dalla sua casa.
A questo pensava il signor Carlo, egli che tutto avrebbe sagrificato per amore della pace e adorava Ugo che gli rammentava la sua dolce Ada, e desiderava rivederlo dopo la sua assenza; ma nello stesso tempo temeva che larrivo del figlio fosse causa di nuovi litigi ed inquietudini. Aveva in animo di proteggerlo e difenderlo dallingiustizia della moglie, si proponeva di uscire dalla sua apatia e far sentire la sua voce autorevole, ma quando vedeva davanti a s Savina, collaspetto altero e la faccia arcigna, non osava pi dir nulla, oppure parlava timidamente, a bassa voce, nel timore di esacerbarla, come uno scolaretto che teme le ire del professore.
E in quel momento, quando dopo aver ricondotto Mario, la vide davanti a s, ritta, colla faccia accesa e lo sguardo tagliente come una lama, non seppe dirle nulla e guard verso la strada bianca fuori dal cancello come assorto ad osservare gli uomini che avevano portato il minerale e savviavano verso la stazione.
Fu la signora Savina che incominci a parlare, e:
Povero bambino, disse, se non ci fossi io a proteggerlo, lo faresti morire di noia.... Nemmeno giuocare gli si permette alla sua et.
Non c bisogno di toccare quello che non gli appartiene, pu ben giuocare coi suoi giuocattoli; ne ha tanti!
Dio mio! Quanto chiasso per un po di sassi.
Ma sono di valore; poi Ugo gli ha comprati per i suoi stud ed ha diritto di ritrovarli, quando arriva.
Ben spesi quei denari, mormor la signora.
Meglio spenderli per la scienza che in gozzoviglie, disse il signor Carlo, ripetendo una frase della cognata.
Per conto mio, preferirei che spendesse il suo denaro per divertirsi; sarebbero cose pi adatte alla sua et, invece quelle sono pazzie, e finir per recare lo scompiglio nella nostra casa tranquilla. Perch non lhai lasciato andar ad abitare dalla zia Giulia?
Perch un figlio deve stare col padre, e poi questa  casa sua.
 vero; lui  ricco e noi finiremo nella miseria, quando gli avrai lasciato sprecare la fortuna colle sue meravigliose invenzioni.
Basta! disse lArlandi un po irritato, non voglio che tu dica male di Ugo, hai capito? Pensa piuttosto a fargli mettere in ordine le stanze e a dire a Vincenzo di andar questa sera alla stazione a mettersi agli ordini del suo padrone.
Savina non fiat pi; non era abituata a veder il marito assumere quellaria di comando e rimase sorpresa, e pensava di star zitta per poi ritornare alla carica in un momento pi opportuno.
Le dava anche noia doversi privare dei servigi di Vincenzo, che Ugo avea scelto come assistente e nello stesso tempo come suo domestico particolare, avendolo trovato un ragazzo intelligente che sinteressava alle sue scoperte e lo aiutava con amore. Essa per si mostr premurosa di dar ordini, affinch Ugo trovasse al suo arrivo ogni cosa al suo posto, e per rabbonire il marito disse:
Infine Ugo non d noia a nessuno; basta che non si lasci montare il capo da quella pazza di sua zia; non sai che si  fitta in mente di dividere le rendite delle sue terre coi contadini che le coltivano e, dopo qualche anno, lasciargliele in propriet?
Sono idee socialiste, ma delle sue terre pu fare quello che vuole; sono cose che non mi riguardano.
Ma, e lesempio per i nostri?
Lascia fare, disse il signor Arlandi, non occupiamoci degli affari altrui, pensiamo piuttosto a ricevere degnamente il nostro Ugo; mi raccomando che il laboratorio sia in ordine, perch  impaziente di riprendere i suoi esperimenti.
S dicendo, entr in casa non volendo continuare un discorso che lo turbava; e la signora Savina lo segu collo sguardo, crollando il capo e cantarellando a bassa voce.
Sono una razza di squilibrati, di pazzi! Basta, speriamo che Mario abbia giudizio per tutti e che finisca per esser lui il padrone.


2.
Il villino di Giulia era allegro, civettuolo, tutto inghirlandato di rose e circondato da un giardino non molto grande, ma pieno di ombra e di fiori.
Giulia, dopo la morte del padre, rimasta assoluta padrona di quella villa, ne avea fatto oggetto di tutte le sue cure, e si compiaceva di renderla sempre pi comoda e bella. Lidea dellarrivo del nipote la rendeva irrequieta e girava su e gi pel giardino, cogliendo fiori che poi collocava nei vasi di cristallo lunghi e stretti secondo il nuovo stile; ora entrava portando i vasi pieni di fiori, ora usciva per coglierne di nuovi, ora si fermava pensosa a guardare la strada.
Laspettazione le dava un eccitamento piacevole che le impediva di star ferma e di dedicarsi alle consuete occupazioni. Le piaceva occuparsi continuamente per non pensare al passato pieno di tristi ricordi.
Il mio passato  un cimitero, soleva dire, non vedo che tombe.
Infatti, ancora bambina, aveva perduta la madre, poi Ada, la sorella diletta che ne avea fatto le veci, poi il padre e il fidanzato, un giovane capitano caduto sul campo dAdua. Questo fu pel suo cuore un colpo tanto crudele, da non poter pi darsene pace, in modo che rifiut tutti i partiti che le si presentarono. Di carattere fermo e risoluto, voleva serbare la fede e lamore al di l della tomba e decise di combattere sola le battaglie della vita.
Non si era lasciata abbattere dalla sventura e pens di popolare la sua solitudine di opere buone e di crearsi una tal quantit di occupazioni per non lasciare tempo ai tristi pensieri di prendere il sopravvento.
Erede di una met dei vasti possedimenti del padre, aveva alla sua dipendenza una quantit di coloni e si era proposta di adoperare il suo ingegno e le sue ricchezze per renderli contenti. Studiava il modo migliore di aiutarli, adoperava le sue rendite a fabbricare per loro case sane e pulite, non badava a spese per migliorare le terre, affinch potessero dare un raccolto copioso, visitava i casolari, prodiga di denaro e consigli salutari, soccorreva gli ammalati, spronava allo studio e al lavoro i neghittosi, e gi studiava il modo di rialzare le sorti dei lavoratori dei campi, togliendoli dalla loro miseria per avviarli ad un migliore avvenire. Questo era uno dei suoi ideali: laltro era quello di proteggere il nipote che amava come un figlio e riguardava come un retaggio lasciatole dalla sorella.
Era attratta ad amarlo anche dalla propria inclinazione, ne condivideva le idee, prendeva interesse ai di lui studi e si sentiva della stessa stirpe.
Avea qualche anno pi del nipote, ma appariva pi giovine in grazia della vivacit del suo spirito e della sveltezza dei movimenti, ed Ugo invece, per la vita dedicata allo studio, col volto serio e pensoso, sembrava pi vecchio di quello che fosse realmente. In ogni modo era per Giulia come un compagno della stessa et e un amico col quale si pu discorrere liberamente a cuore aperto; le pareva impossibile che un bimbo, che aveva veduto giocherellare per la campagna, si fosse mutato in breve tempo in un giovane serio, simpatico, che si andava acquistando un bel posto fra gli uomini dedicati alla scienza.
Essa lo avrebbe voluto sempre al villino, ma egli non voleva abbandonare il padre, n villa Ada, dove si era fatto il suo laboratorio e dove aveva i ricordi dinfanzia. Per, quando sentiva il bisogno dun po daffetto e di simpatia, correva al villino Giulia, nella casa allegra e piena di sole, dove si sentiva come riscaldato da un affetto sincero e dove il sorriso della zia lo incoraggiava alle confidenze e lo agguerriva per le battaglie della vita; ed egli le apriva lanimo suo, le narrava le sue speranze e le sue aspirazioni; ed essa stava in ammirazione ad ascoltarlo e si riprometteva di aiutarlo, se avesse trovato degli ostacoli a impedirgli di percorrere il suo cammino luminoso.
Pensando alle ore che le avrebbe dedicate, vere oasi della sua vita solitaria, cercava di render gaio il salottino arredato semplicemente con mobili di stile moderno, dalle linee corrette, severe e non tormentate da curve bizzarre. Erano di tinta verde-chiaro, in gruppi di sedili e tavolini disposti sapientemente che invitavano al raccoglimento e alle intime conversazioni, e sui tavolini e sulle mensole erano disposti artisticamente vasi con bellissimi fiori, libri legati, giornali, riviste, e in un angolo una cesta piena di lavori femminili. Si compiaceva quando Ugo le lodava la disposizione dei mobili e, sdraiandosi sulle poltrone comode e soffici, diceva:
Come si sta bene in questa pace! Come si riposa in questa casa amica e ospitale!
Essa pensava che, dopo tanti mesi di assenza, Ugo ritornava finalmente e sarebbe stata ancora orgogliosa di sentire ripetere quelle parole. Nella sua impazienza, le ore quel giorno le sembravano eterne; avea tentato di prendere in mano un lavoro, ma non poteva far nulla; prese un libro, ma il suo pensiero andava lontano, in uno scompartimento ferroviario che savanzava a tutto vapore verso la campagna lombarda; ogni tanto guardava lorologio e contava le ore e i minuti che mancavano allarrivo del treno.
Per passare il tempo, si fece portare il pranzo, e cos pass una mezzora; poi and a ravviarsi i capelli e ad aggiungere qualche fronzolo al suo semplice vestito di lana; e finalmente si coperse le spalle con una mantellina e si avvi verso villa Ada, il palazzo, come lo chiamavano i contadini, perch era grande, maestoso, formato da un corpo centrale e due ali ai lati che sporgevano come due braccia verso il cancello che chiudeva lampio cortile, un vero casolare di campagna; e lo chiamavano cos, per distinguerlo dal villino elegante di Giulia.
Quando la fanciulla fu davanti al cancello, la carrozza di casa Arlandi usciva per andare alla stazione; essa sarrest incerta se dovesse andare incontro al nipote, poi pens che la signora Savina forse ci avrebbe trovato da ridire ed entr in casa.
Una lampada pendeva dalla vlta e illuminava la tavola, in una vasta sala piena di ombre. Intorno alla tavola, il signor Carlo leggeva un giornale, Mario con una matita in mano riempiva di geroglifici un volume illustrato. La signora Savina, con una cesta da lavoro accanto, con tanto docchiali sul naso, accomodava una giacchetta del figlio. Da brava donna di casa, aveva in mano continuamente un lavoro utile, che quasi sempre faceva terminare dalla cameriera.
Quando entr Giulia, alz gli occhi dal lavoro, e disse:
Brava, in tempo per accogliere il figliuol prodigo.
Quella sera voleva essere amabile, ma si capiva che faceva uno sforzo.
Buona sera, Carlo, disse Giulia al cognato, pare che quel giornale sia molto interessante.
Leggo per passare il tempo, quantunque non vi sia nulla di nuovo: ma presto Ugo dovrebbe esser qui, disse guardando lorologio, basta che non ci sia qualche ritardo.
Con queste ferrovie non si  mai sicuri, disse sentenziando la signora Savina.
Giulia fremeva nel veder Mario che continuava a riempire di sgorbi il volume illustrato, ma non osava dir nulla per non interrompere la pace che sembrava regnare in quel momento in casa Arlandi. Fu il signor Carlo che, data unocchiata al figliuolo, gli disse:
Ma che cosa fai, piccolo vandalo? Perch sciupi quel volume? Puoi ben prendere un pezzo di carta per i tuoi disegni.
Questo, sai, diverte di pi, ci sono le figure e fingo daverle fatte io.
Zitti, disse Giulia, una carrozza,  lui certo.
Il signor Carlo fece per alzarsi, ma la signora Savina non lo lasci uscire dalla stanza dicendo che avrebbe potuto prender freddo.
Intanto la carrozza sera fermata e in un minuto Ugo era fra le braccia del padre.
Era un giovane alto, pallido, snello, colla fronte alta e il volto serio, illuminato da due occhi pensosi.
Quando vide Giulia, le and incontro colle braccia aperte e la faccia sorridente, poi stese la mano a Savina, che fu molto amabile, come non si sarebbe aspettato. Volle che mangiasse qualche cosa di caldo per ristorarsi e gli fece un caff forte come piaceva a lui.
Mario gli chiese se poteva regalargli qualcuno di quei sassi belli e lucenti arrivati la mattina, ma Ugo invece aperse la sacca da viaggio, tolse un automobile che montando una molla correva per la stanza con una velocit vertiginosa, lo regal a Mario e per un momento form la consolazione di quel bimbo irrequieto.
Ugo sinform appunto del suo minerale, se era stato messo a posto bene, poi raccont i suoi viaggi, i suoi studi e parl duna scoperta che avrebbe portato la rivoluzione nel mondo.
 vero che molti scienziati francesi se ne occupavano, ma sperava di arrivare prima di tutti e perci calcolava di mettersi subito al lavoro.
Raccont desser andato sotterra nelle miniere, daver visitato grotte profonde e inesplorate, la sua gioia quando poteva trovare un minerale sconosciuto e i tentativi per andare negli abissi pi profondi, l dove egli credeva dover esservi lanima del mondo.
Perch non possiamo vivere nelle profondit della terra? diceva, perch vi  una temperatura che ci soffoca ed opprime?
Affermava che il mondo era come un organismo che si mutava e trasformava continuamente, tanto nellinterno come sulla superficie.
Egli avea sentito delle vibrazioni partire dagli abissi profondi e propagarsi per la terra come fremiti ignoti; anche sotterra cera vita e movimento, le tenebre venivano interrotte da fosforescenze abbaglianti e nel centro della terra cera non solo il fuoco che squarcia le viscere dei vulcani, ma numerose scintille sparse nei minerali chegli volea decomporre e ridurre agli elementi primitivi; avrebbe scoperto quantit infinitesime di nuovi elementi sfuggiti alle masse che dovevano trovarsi nel centro del mondo ed esserne la vita e il calore.
I popoli primitivi disse popolarono di tesori, guardati da esseri fantastici, le grotte e le caverne; noi vi troviamo altre ragioni di vita che forse getteranno nuova luce su fatti che ci sembrano avvolti nel mistero e, invece di gnomi e genietti fantastici, troveremo altri tesori pi veri e reali.
Ah, bello! interruppe Mario che era gi annoiato dellautomobile, pare un racconto di fate!
Vedete come  intelligente? disse la signora Savina, contenta dinterrompere il discorso eloquente di Ugo che lannoiava.
Quelle parole furono come una doccia pel giovane scienziato, che ammutol un momento, poi disse, cambiando tono:
Vi ho forse annoiato, ma quando mi lascio andare ai miei discorsi preferiti non ho misura; continuer unaltra volta, ora sono stanco ed ho bisogno di riposo.
Ed io me ne vado, disse Giulia alzandosi e avviandosi verso luscio.
Ti accompagno, ho bisogno di prendere una boccata daria, disse Ugo, poi ritorno e me ne vado a letto.
Di fuori la notte era calma, e la luna nuova risplendeva nella vlta cupa del cielo.
Giulia ed Ugo si fermarono sulla soglia a contemplare la campagna silenziosa.
Che bella pace! disse Ugo.
Raccontami ancora, svelami i segreti della natura, tu che hai studiato e sai tante cose, disse la fanciulla supplicando.
No, ora non posso pi, domani, un altro giorno; non profaniamo questo silenzio che ci avvolge come in una carezza e calma il nostro spirito.
E silenziosi savviarono lungo il viale dippocastani, sentendosi uniti in quella notte calma e stellata come da un fluido di simpatia e come se gli stessi pensieri irrompessero nel loro cervello.
Sostarono davanti al villino.
Vieni domani a colazione? chiese Giulia.
A colazione no, non posso, rispose il professore, devo mettere in ordine il laboratorio, verr la sera;...  sempre allegro il villino? Non hai mutato nulla nel salotto?
 sempre uguale.
Sono contento, mi fa piacere rivedere le cose famigliari al loro posto, come le ho lasciate e come le penso quando sono lontano. Buona notte, Giulia, e s dicendo le porse la mano.
E perch non mi chiami zia? gli chiese la signorina.
Non mi par giusto, abbiamo quasi la stessa et, penso a te come ad una sorella, e mi pare che tu sia sola a comprendermi.... Il babbo  tanto mutato.
Quella donna lo ha stregato,  una vipera.
 stata molto gentile con me, forse non  cattiva, ma non  la mia mamma e mi dispiace vederla a quel posto. Sar colpa mia se non so farmi amare.
Sei troppo buono, disse Giulia entrando in casa, e salutandolo, a domani.
Ugo rifece la strada contento al pensiero di poter nella quiete della campagna e della casa dove era nato ricominciare le sue esperienze scientifiche, sapendo di avere l accanto una dolce amica, una confidente, nella sorella della madre.
Ecco, pensava, guardando la grande casa che si avvicinava come una massa nera in mezzo alle piante; l il lavoro e qui al villino il riposo.
E per un istante ebbe lillusione di esser felice.


3.
Il laboratorio di Ugo Arlandi occupava allultimo piano unala della casa. Era una stanza chiara, spaziosa, illuminata da quattro grandi finestre che saprivano sullaperta campagna e formavano quasi una parete trasparente, luminosa.
Accanto alla parete di fronte alla porta dingresso, cera un forno con unimmensa caldaia, poi una tavola sulla quale stavano sempre accatastate vaschette, ampolle di tutte le forme e dimensioni, tazze quadrate, cannelli di vetro, filtri e bilance di precisione.
In un armadio chiuso cerano schierate, in buon ordine, boccette con liquidi di colori diversi ed etichette sulle quali stava scritto la qualit del contenuto; intorno alle pareti scansie a varii palchi, con altri arnesi dogni forma e dimensione, di vetro, maiolica e metallo.
Presso laltra parete fornelli a gas, becchi bunsen, un acquaio con rubinetti pei lavaggi; accanto, una camera oscura per sviluppare fotografie e un ripostiglio destinato a contenere il materiale occorrente per le esperienze e tutto quello che sarebbe stato dingombro nel laboratorio.
I primi giorni dopo il suo ritorno, il prof. Ugo dovette occuparsi di porre in ordine quella massa di oggetti disparati e assieme con Vincenzo fu infaticabile nel sistemare ogni cosa collentusiasmo di chi si prepara ad un lavoro interessante.
Ed avea fretta di mettersi allopera; quando si trovava nel suo laboratorio, gli oggetti famigliari gli davano la suggestione del lavoro ed era impaziente di potervisi dedicare senza interromperlo. Si compiaceva di toccare i diversi minerali che sera procurato con grande fatica e faceva osservare a Vincenzo lazzurro delicato della celestina, il grigio striato dargento della pecblenda, il color grigio opaco del solfuro darancio, e godeva pensando che quelle pietre variopinte contenevano sostanze sconosciute chegli si riprometteva di liberare dalla loro prigione e far uscire agli onori del mondo in tutta la loro purezza primitiva.
Vincenzo era figlio di contadini, ma dingegno pronto e svegliato; nelle scuole elementari era stato sempre il primo della classe e avea riportato un grande amore allo studio, e fu contento quando Ugo gli propose di servirlo ed aiutarlo nelle sue esperienze scientifiche. Egli in poco tempo si era tanto immedesimato nelle idee del suo padrone che lo aiutava con intelligenza ed amore, e parlava come un piccolo scienziato al punto che non si sarebbe pi acconciato al lavoro dei campi!
Sono tanto contento che sia ritornato, egli diceva, mi piace imparar cose nuove; poi, quando  lontano, la signora Savina mi fa lavorare come un cane a lavare e ripulire la casa; mi tocca giuocare con Mario che  cattivo e mi batte quando non faccio a suo modo; dovrebbe condurmi con s, quando va in viaggio, sarei tanto contento!
Sono viaggi pericolosi, in paesi selvaggi; poi dentro nelle caverne dove si muore di caldo, non  un divertimento.
Dove va il mio padrone, posso andare anchio e sopportare quello chegli sopporta, disse il ragazzo.
Laffetto e la devozione di quellessere semplice era un grande conforto per Ugo, e lo riguardava pi un compagno che un domestico, e tutti e due, collo stesso entusiasmo, si adoperavano a metter tutto a posto per poter subito iniziare il lavoro.
Dopo le giornate operose era un vero sollievo per Ugo, passare la sera al villino di Giulia e confidare alla zia i suoi pensieri e le sue aspirazioni.
A lei narrava le occupazioni della giornata, come aveva riordinato il materiale e come avrebbe incominciato ad esaminarlo; quei primi giorni sera limitato a fare semplicemente dei tentativi.
Egli era un idealista della scienza, intuiva le grandi scoperte future, ma era incerto sul modo dincominciare le nuove esperienze; un po impaziente di riuscire, immaginava risultati pi rapidi di quelli che conseguiva realmente.
E Giulia stava attenta ad ascoltarlo, qualche volta esprimeva il desiderio di aiutarlo, approvava le sue idee e lincoraggiava anche nei tentativi pi arditi.
Voglio trovare lanima del mondo, egli diceva, seduto nel salottino allegro, vicino alla sua attenta ascoltatrice. E riuscir, perch la intuisco, la sento, la vedo in tutto quello che  conosciuto.
Ma dove sta nascosta? Raccontami, mi piace tanto sentirti parlare di queste cose, diceva Giulia.
Deve essere nel centro del nostro globo,  una forza ignota, un centro di vita che palpita e fa sentire la sua influenza fino alla superficie della terra;  lei che costituisce questa rete magnetica che ci avvolge e che  una forza per chi sa valersene opportunamente, come fece il nostro grande Marconi pel suo telegrafo senza fili.  una forza potente, imprigionata da chiss quali legami.... e vedi, qualche scintilla deve essere sfuggita, ed io la cerco in quei minerali che ho raccolto e, se riuscir a trovare una traccia, avr avuto dalle mie fatiche un compenso insperato.
Quando egli era stanco di parlare, era lei che gli confidava le sue idee filantropiche e socialiste. Voleva assolutamente trovare il modo di migliorare le condizioni dei contadini. Vedeva con terrore i ragazzi pi intelligenti disertare i campi per le officine, e sera fitta in capo dinfondere nel loro cuore lamore alla terra, dinsegnare a coltivarla con intelligenza, in modo da ricavarne frutti copiosi, voleva istituire scuole per insegnare la coltura dei campi in modo scientifico, interessare i lavoratori lasciando loro una parte delle rendite, o compensare i migliori, regalando loro qualche pezzo di terra.
Mentre i giovani sintrattenevano piacevolmente comunicandosi reciprocamente le proprie idee e aspirazioni, a Villa Ada si occupavano invece di loro e dicevano che erano pazzi.
La signora Savina, il signor Carlo e il dottore, che era spesso invitato a pranzo e oggetto di grandi premure da parte della padrona di casa, non parlavano daltro che dei discorsi che si sarebbero fatti al villino di Giulia.
La signora Savina aveva un vero odio pel figlio di suo marito, ma procurava nasconderlo sotto una certa aria compassionevole di protezione.
Non le pare, dottore, che quel figliuolo sia un po squilibrato? chiedeva la signora Arlandi. Se una persona qualunque, che non pretendesse di essere un genio, dicesse che vuol trovare lanima del mondo, che cosa direbbe?
Veramente dubiterei che avesse il cervello a posto, rispondeva il dottore.
Vedi, Carlo, non sono poi sola di questa opinione, soggiungeva la signora rivolta al marito.
Ognuno ha la propria opinione come la propria fisonomia, a questo mondo bisogna vivere e lasciar vivere; io la penso cos e mi pare dessere pi giusto di voi, diceva il padre.
Alla signora invece dava noia Ugo per molte ragioni: prima perch era ricco e studioso, come il suo Mario non sarebbe stato mai, poi perch, quando lui era a Villa Ada, non poteva pi servirsi di Vincenzo, poi le sciupava una quantit di biancheria coi suoi pasticci, e finalmente perch si accorgeva che il marito aveva una certa predilezione pel suo primogenito, e questa cosa la irritava e faceva s chessa cercasse di mettere Ugo in cattiva vista.


4.
Ugo Arlandi non viveva che nel suo laboratorio, sentendosi invadere dalla febbre del lavoro.
Nella grande stanza era come se ci fosse penetrato un alito di vita.
Il fuoco ardeva nel forno e nei fornelli; il liquido, in ebollizione, gorgogliava nelle caldaie e nelle autoclavi.
Ugo aveva fatto la scelta del minerale e gli acidi che dovevano discioglierlo e rivelargli il segreto della sua composizione.
Vedi, diceva a Vincenzo, del quale voleva fare un allievo, questo  acido cloridrico che verso nella caldaia assieme con questo minerale che ne uscir, trasformato e sotto altra veste.
E le caldaie bollivano incessantemente, il vapore saliva nellalto fumaiuolo e si perdeva nellaria. Ugo e Vincenzo sfidavano il calore che usciva dalle caldaie per vedere sciogliere nel liquido il minerale prezioso.
Pareva che tutto fosse distrutto, Vincenzo sbarrava gli occhi, attonito.
Ed ora che cosa si fa? chiedeva, non v pi nulla, soltanto liquido.
Attenti! rispondeva Ugo,  inutile star a vedere, loperazione avviene lo stesso, prepariamo qualche altro ingrediente.
E si diede a lavare ampolle, preparare acidi, depurare i liquidi coi filtri, verificare il peso dei metalli che voleva adoperare, intanto che la caldaia bolliva ed un vapore umido, oltre che nel fumaiuolo, si spargeva in una nebbia leggiera nel laboratorio.
Vediamo se  avvenuto qualche cosa di nuovo, disse Ugo avvicinandosi alla caldaia, ci che fece pure Vincenzo, lasciando la bacinella che stava ripulendo.
Il liquido era quasi tutto evaporato e il minerale si era trasformato in cristallo trasparente, lucido come pietre preziose.
Oh bella, disse Vincenzo, pare una maga!
Ma Ugo, che in quella materia cristallizzata riusciva a scoprire tracce luminose, si sentiva battere il sangue dalla gioia come un generale sul punto di vincere una battaglia.
Doveva aspettare ancora per poi trattare quella materia cristallizzata con nuovi reagenti; per liberare quelle particelle luminose che dovevano farlo vittorioso.
Preparava intanto i filtri per i lavaggi, e i tubetti di vetro per raccogliere quei residui preziosi, raccomandando sempre a Vincenzo la prudenza nel maneggiare quegli acidi che potevano riescire pericolosi. Varie sostanze aveva ottenuto dalla decomposizione di quelle pietre, alcune erano riuscite come desiderava, altre avevano formato degli ossidi e avevano bisogno daltre operazioni.
Lavoratore infaticabile, finch nel laboratorio ci si vedeva, i fuochi erano accesi e gli utensili preparati, non interrompeva il lavoro nemmeno se si sentiva stanco.
Nel suo caso, poi, era impaziente di riuscire, perch sapeva che molti scienziati facevano i suoi medesimi esperimenti, e voleva arrivare prima degli altri.
Voleva trattare i sali ricavati dal minerale in modi diversi e si fece dare da Vincenzo dei tubi di metallo pieni di gas. Come avvenne, non avrebbe potuto dirlo, ma fosse un robinetto dun tubo che non agiva bene, o inavvertenza di Vincenzo, che saccost ad una fiammella per vedere se ci fosse un guasto, egli era immerso nella sua operazione, in quel momento, un po distratto, il fatto sta che tutto a un tratto uno scoppio formidabile fece tremare la casa, i vetri caddero infranti e schegge di metallo infuocato e pezzi di muro si sparsero per il laboratorio. Un grido usc dal petto di Vincenzo, che cadde a terra colla faccia sanguinosa e privo di sensi.
Ugo rimase atterrito; era paralizzato dal terrore, si sentiva senza forza e senza voce per chiamar soccorso; una scheggia laveva ferito ad una spalla, ma non sentiva alcun dolore nellannientamento delle sue facolt. Inebetito e come in un sogno, vide tutti gli abitanti della casa precipitarsi nel laboratorio.
La signora Savina, innanzi agli altri, gridava come unossessa:
Che cosa avete fatto, colle vostre caldaie del diavolo? Ve lho sempre detto che avreste fatto crollare la casa.
Il signor Carlo, pi calmo, ma pallido e tremante, aveva rialzato Vincenzo che, ferito alla faccia, non poteva aprir gli occhi, e ordin che si chiamasse subito il dottore.
Ugo pareva una statua, non poteva n moversi, n parlare, come se la sua volont fosse morta per sempre.
Tutti i vetri erano rotti e laria entrava dai grandi finestroni; in terra si vedevano frantumi di stoviglie, pezzi di muro, di metalli, macchie di liquidi versati: una vera desolazione.
Quando venne il dottore, medic la faccia di Vincenzo; per buona sorte, aveva gli occhi salvi e soltanto una scheggia gli aveva tagliato la faccia senza penetrare troppo profondamente.
La signora Savina era quasi trionfante, e diceva al marito che essa aveva predetto che Ugo sarebbe la rovina della casa, e, per impedire un danno peggiore, bisognava rinchiuderlo in una casa di salute.
In quel momento di orgasmo e confusione, nessuno aveva la forza di contraddirla, n di prendere una risoluzione; solo il dottore trovava quelle parole assennate, era della medesima opinione della signora Savina, la consigliava di farlo per sfuggire a guai maggiori.
 una pazzia, diceva, maneggiare strumenti pericolosi senza osservare le pi elementari precauzioni: poi non vedete in che stato si trova? ha bisogno di esser curato.
Ugo era immobile colla faccia stravolta; quando pot articolare qualche parola, non ebbe la forza di reagire.
Avete ragione, diceva, voglio andar via lontano, sono pazzo. Povero Vincenzo,  molto ferito, ed io ne fui la causa; ho bisogno di una punizione, s, conducetemi via; perch non mi sono ferito io solo? Perch non sono morto?
E piangeva come un bambino.
Mentre alcuni uomini chiamati in fretta sgombravano la stanza, abbattevano un muro pericolante e toglievano i rottami sparsi per terra, ci fu un momento di silenzio; nessuno osava prendere una risoluzione definitiva.
Il signor Carlo era accasciato e anche egli come il figlio si sentiva senza volont. Fu la signora Savina che, come un generale sul campo di battaglia, prese il bastone del comando e disse al dottore:
Vi supplico, per la nostra vecchia amicizia, di aiutarci; ho ordinato di attaccare i cavalli alla carrozza e vi prego di condur subito Ugo in una casa di salute. Mi raccomando sia trattato bene, ma una buona cura giover a calmare le sue aberrazioni scientifiche, poi ritornate e vedete di medicare Vincenzo.  abbastanza coraggioso, quel ragazzo, e non si lagna, quantunque la sua ferita deva farlo soffrire; spero che anche a lui sar passata la voglia di far lo scienziato.  una lezione che far bene a tutti; mi dispiace per mio marito che se ne sta come una mummia, e avvicinandosi a Carlo, gli disse, scotendolo per un braccio: Via, non ti accasciare;  una disgrazia, ma pensiamo che poteva esser peggio;  un miracolo che non sia crollata la casa e non ci abbia sepolti tutti; poi and verso Ugo, dicendogli: Va, va col dottore, la carrozza  pronta, va a meditare sulla tua scienza e a calmare i nervi, che ne hai bisogno; ti mander poi la tua roba.
Il dottore diede il braccio al professore come ad un convalescente, lo condusse gi dalle scale e lo mise in carrozza senza chegli avesse avuto la forza di fare la minima opposizione; diede un indirizzo al cocchiere e via se nandarono lungo il viale verso la stazione.
Il signor Carlo si riscosse come da un sogno, e disse alla moglie:
Che cosa hai fatto?
Quello che dovevo, e ancora puoi essere contento che non labbia fatto mettere in prigione.
Perch hai fatto questo? Dopo quello che  accaduto, avrebbe forse rinunciato ai suoi esperimenti.
Tu non capisci nulla; se non ci fossi io, quel figliuolo ti condurrebbe alla rovina; non lho sempre detto che non aveva il cervello a posto, colla fissazione di trovar lanima del mondo? Hai visto che bel risultato?
Ma mio figlio in mezzo ai pazzi; non voglio.
Non esagerare, disse Savina,  in una casa di salute, dove si curano le malattie nervose; star meglio che nel suo laboratorio pieno di pericoli. Gi io avevo predetto tutto, ti ricordi?
Questo discorso venne interrotto dallarrivo dei carabinieri, che avevano sentito lo scoppio ed erano venuti ad informarsi di quello che era accaduto.
La signora Arlandi spieg ogni cosa a modo suo, e compiangeva Ugo, che, poveretto, sera montato il capo colla sua scienza, tanto che erano stati costretti a mandarlo a curare fuori di casa.


5..
Il giorno che in casa Arlandi era avvenuto tutto quello scompiglio, la signorina Giulia sera recata in citt per fare delle spese. Se ne tornava appunto nellora del tramonto a piedi dalla stazione verso il villino, lieta delle spese, delle persone incontrate e colla speranza di aver la sera la compagnia di Ugo che le avrebbe narrato i progressi fatti in quella lunga giornata di lavoro.
Camminava lungo il viale con passo affrettato, colla mente piena di pensieri lieti e osservava i contadini che tornavano dal lavoro dei campi e si fermavano in crocchio a chiacchierare in modo insolito come se parlassero di qualche avvenimento importante.
Che  accaduto? chiese fermandosi davanti ad un gruppo di contadine presso le prime case del villaggio.
Come! non sa nulla?
Vengo or ora dalla citt.
Che disgrazia, signorina Giulia! Quel povero signor Arlandi!
Ma in nome del Cielo spiegatevi, disse la signorina facendosi pallida come una morta. Che  accaduto?
Uno scoppio nel laboratorio del professor Ugo. Avesse inteso, pareva una mina.
Giulia si sentiva mancare, ma ebbe la forza di chiedere con un filo di voce:
Ci sono feriti?
Voleva quasi fuggire nel timore di udire una risposta terribile, di provare un fiero colpo al cuore.
Pare che ci sia qualche ferito, rispose una contadina.
Chi, il professore?
No, quel ragazzo che lo aiutava, il signor Ugo  partito.
Come? Con chi?
Non sappiamo, ma non si sgomenti, non sar nulla di male.
Giulia non rimase ad ascoltare di pi, e via di corsa and verso casa Arlandi.
Andava come una pazza, il cuore le batteva forte forte, le pareva di soffocare e temeva di non aver forza di giungere alla meta; dovette chiamare a raccolta tutta la sua energia per non cadere esausta. La grande casa era l davanti a lei silenziosa, avvolta nellombra; per un momento ebbe lillusione che non fosse accaduto nulla, tanto tutto le pareva tranquillo. Soltanto da un lato vide un mucchio di macerie e nella semioscurit di quellora pot distinguere una finestra del laboratorio mezza smantellata. Entr in casa come una bomba e:
Che  accaduto? chiese a Savina che stava come al solito seduta accanto alla tavola con un lavoro in mano.
Quello che doveva accadere, rispose con calma la signora Arlandi.  mancato poco che rovinasse la casa e noi fossimo sepolti sotto le macerie.
E Ugo dov?
Egli  in un posto tranquillo e sicuro, sta bene, meglio che nel suo laboratorio.
Ma dov? Voglio saperlo, ripet la signorina con voce irritata.
Non so, chiedilo a suo padre.
Giulia si rivolse al signor Carlo che entrava nella stanza con passo lento e col volto abbattuto.
Ti prego, gli disse, dimmi dove  Ugo.
Non lo so ancora. Ma so che sar curato bene e mi basta. Che disgrazia, soggiunse sospirando.
 ferito? Perch lavete mandato via? Ditemi in nome del Cielo qualche cosa, non vedete quanto soffro?
Vincenzo  ferito, disse lArlandi, Ugo ha perduto la testa dal colpo, lho mandato in un luogo dove sar ben curato.
Giulia non capiva, guard Savina e la vide tranquilla col lavoro in mano approvando col capo quello che avea detto il marito; ebbe come una visione, comprese tutto ed esclam:
Rinchiuso in una casa di salute! Ah, capisco,  uninfamia, e tu hai permesso questo? disse prendendo Carlo per un braccio, lui pazzo, con quella mente, con quel sapere? Ma chi si  prestato ad un simile delitto? Io non posso permettere.
Ti prego di non alzar la voce e di non far scene, disse Savina, quello che ha fatto suo padre  a fin di bene e dietro il consiglio di persone saggie, se poi tu non ti calmi, correrai il rischio di andarlo a raggiungere.
Se non riesco a liberarlo vi far mettere in prigione. Non sapete che il sequestro di persona  punito dalle leggi? Vedrete, sarete puniti.
S dicendo usc senza dir pi nulla.
Unaltra degna compagna di tuo figlio, disse Savina.
E se non avesse tutti i torti? rispose Carlo. Abbiamo fatto le cose troppo leggermente e senza riflettere; quasi me ne pento.
Ora lasciati influenzare anche da quella ragazza emancipata, si sa, essa protegge il professore, simili con simili, se non ci fossi io in questa casa se ne vedrebbero di belle.
Giulia era andata a trovare Vincenzo che era a letto colla faccia tutta fasciata.
Povero ragazzo, gli disse, spiegami come  avvenuto, tu che eri presente.
Quanto  buona, signorina, rispose, sono stato io causa di tutto; il professore mi diceva sempre di badare a maneggiare i tubi pieni di gas che erano pericolosi, non so che cosa ho fatto, sono stato distratto, imprudente, ma non mi accadr mai pi.
E come stai?
Ho un po di bruciore sulla faccia, mi hanno dato cinque punti, ma non  nulla, mi dispiace pi di tutto per il professore, chiss se mi vorr pi al suo servizio!
E dove  andato il tuo padrone?
Non so, lha condotto via il dottore, ed era in uno stato! Non poteva parlare, faceva compassione, povero signore, e non sa che la colpa  stata mia.
Ma tu non sei scoraggiato? chiese Giulia, vuoi continuare ancora ad aiutarlo?
Ora pi che mai, ho imparato a mie spese ad essere prudente e sono orgoglioso della mia ferita, mi par dessere un martire della scienza.
Bravo Vincenzo, questi sentimenti ti onorano e il tuo padrone non ti abbandoner.
Salut il ragazzo e and dal dottore dimenticando che il pranzo e i suoi domestici laspettavano al villino, ma nemmeno dal dottore pot riuscire a sapere qualche cosa di positivo.
Ugo era stato condotto in una casa di salute perch aveva bisogno di cure, ma non volle dir di pi trincerandosi sotto legida del segreto professionale.
Cos Giulia se ne and al villino affranta dalla stanchezza, amareggiata e senza voglia di mettersi a tavola. Non si sapeva dar pace di quello che era accaduto, andava colla mente escogitando mille mezzi per liberare il nipote, ma pareva che tutto congiurasse contro di lui.
Doveva proprio avvenire quello scoppio, per dar buon gioco alla matrigna che avrebbe voluto veder morto il professore affinch il suo proprio figlio fosse ricco e potesse trionfare. E quel babbuino di Carlo che si lasciava infinocchiare dalla moglie e sera lasciato persuadere a rinchiudere quel figliuolo pieno dingegno, come se fosse un pazzo! Quando pensava a tutto quello che era avvenuto durante la sua breve assenza le pareva proprio dimpazzire. Voleva a tutti i costi liberare il nipote, ma come poteva fare una donna, sola, contro tanta malvagit? Si trovava impotente e si sentiva invadere dallo scoraggiamento.
Quella notte non pot chiuder occhio ma il suo cervello lavorava continuamente e pensando a quello che le convenisse di fare per ottenere il suo scopo.
Era decisa di riuscire; soltanto, per non perdere il tempo e lenergia in vane divagazioni, prima di tutto dovea far in modo di conoscere il luogo dove il professore era stato rinchiuso; ma come riuscire? La congiura del silenzio sera fatta intorno a lei; nella solitudine del suo spirito si trovava impotente ad agire, ma sperava in qualche aiuto imprevisto, perch non era possibile che una simile ingiustizia potesse trionfare.


6.
Nellimpossibilit di poter adoperarsi a vantaggio del nipote ignorando il luogo dove era stato condotto, Giulia sentiva almeno il bisogno di raccontare a tutti latto odioso dei signori Arlaudi, e girava per il paese procurando di vedere i conoscenti per parlare di ci che le stava a cuore. Se non avesse potuto sfogare in qualche modo la sua ira, avrebbe fatto certo una malattia. And dal sindaco sperando aiuto, ma egli croll il capo e non le diede retta, aveva troppo da fare e non poteva pensare agli altri. Poi si rivolse al maestro di scuola, che era una persona ragionevole e le era amico sincero, ma la consigli di non scalmanarsi troppo e di starsene tranquilla, che le cose si sarebbero poi accomodate secondo il suo desiderio.
Vuole, le disse, un consiglio da amico? Non si agiti, far peggio; hanno sparso la voce che la pazzia  un male di famiglia e se sinfiamma troppo avr qualche dispiacere anche lei.
Capiva che quellosservazione era giusta ma non poteva rimanere inoperosa, finch avea lillusione di far qualche cosa, il tempo le passava, altrimenti si agitava come se avesse la febbre. Tent di vedere il cognato e colle belle maniere fargli dire dove fosse il figlio, ma egli era muto come un pesce e per non lasciarsi sfuggire qualche parola rivelatrice, la evitava; avea troppo timore delle ire della moglie.
La povera Giulia non sapeva pi a che santo votarsi, in paese ormai non si occupavano che degli avvenimenti di casa Arlandi, ognuno volea dire la sua, nessuno riusciva a sapere dove fosse ricoverato il professore Ugo, e parlando della signorina Giulia, dicevano che se non poteva liberare il nipote avrebbe finito col diventar pazza anche lei.
Infatti le pareva di perdere la testa nella sua impossibilita di essergli utile, ma aveva nel cuore una speranza che la sosteneva, avea fede anche nelle cose soprannaturali, diveniva superstiziosa; si faceva mandare una quantit di giornali che leggeva avidamente sperando trovare una riga che la mettesse sulle traccie del nipote; non trov nulla di quello che desiderava, ma vi lesse una notizia che le fece battere il cuore.
Si parlava della scoperta del radio, fatta dai coniugi Currie, una sostanza che emanava luce e calore senza perdere nulla del suo peso, che produceva effetti meravigliosi e sconvolgeva tutte le idee che si avevano sulle scienze chimiche e fisiche.
Era appunto quello che il professor Ugo stava studiando ed era in procinto di trovare, quando venne rinchiuso barbaramente; bisognava che quel tentativo non fosse ignorato, pens ai giornali che portavano ai quattro venti la voce del pubblico, ad Ugo che era stato troppo sconosciuto e il cui nome bisognava far noto; ebbe unispirazione che le parve venuta dal cielo, prese la penna e scrisse un breve articolo al giornale che aveva parlato della nuova scoperta dicendo che, a proposito degli studii sul radio, lonore di averlo trovato sarebbe toccato ad un italiano, al professor Ugo Arlandi che si era occupato seriamente di quel genere di studi e avea scritto una monografia sulle irradiazioni nascoste, ma era scomparso alla vigilia di cogliere il frutto delle sue fatiche, nessuno sapeva pi dove fosse e si temeva vittima dun delitto. Firm larticolo con un pseudonimo, accluse una somma per una sottoscrizione di beneficenza patrocinata dal giornale e mand il suo scritto alla posta. Lo slanci cos alla ventura, non avea che una lontana speranza che il giornale se ne impadronisse, suscitasse uno scandalo, provocasse uninchiesta che potesse riuscire utile al suo scopo. In ogni modo tutto era meglio di quel marasmo.
Laver fatto qualche cosa era un po di sollievo per il suo spirito, quando entr la cameriera portandole una lettera un po sciupata e senza francobollo.
Guard la calligrafia.
 di Ugo, esclam.
Stracci in fretta la busta nellimpazienza di leggere.
Erano poche parole scritte a matita che dicevano:
 la quarta lettera che getto fuori dal recinto del giardino, alla ventura. Arriver al suo destino? Lo spero. Tu sola puoi togliermi da questa prigione. Fa presto, altrimenti divento pazzo sul serio.
Tuo Ugo.
Dalla casa di salute del dottor B. presso Monza.
Dopo tanti giorni di ansia finalmente vedeva un raggio di sole, le pareva di avere le ali, sapeva dove Ugo si trovava ed era ormai certa di riuscire a liberarlo.
Cerc di riordinare le idee e rimettere lo spirito in calma, pens di agire sola senza dir nulla a nessuno, misteriosamente, come gli altri avevano fatto con lei.
Prima di tutto doveva andare a Milano e parlare con un avvocato, suo amico, che laiutasse a liberare il nipote, poi non volea pi permettere che Ugo lasciasse amministrare i suoi beni dal padre, dopo che era stato trattato in quel modo. Lavvocato Alberti avrebbe consigliato quello che dovevano fare. Ordin alla cameriera di svegliarla presto il giorno dopo dovendo partire, poi si mise a girare per la stanza, lieta, cantarellando, sentendosi leggera, come da un pezzo non le era accaduto.
Non disse la sua intenzione, ma la mattina dopo in paese non si parlava daltro che della partenza della signorina Giulia Sordelli. Era stata veduta avviarsi alla stazione e salire sul treno che andava a Milano; avea salutato sorridendo i conoscenti incontrati lungo la via e sera trattenuta qualche momento col maestro di scuola, e tutti trovavano che avea la faccia allegra e lespressione di chi ha una meta agognata da molto tempo che  sul punto di raggiungere.


7.
La notizia della partenza improvvisa di Giulia penetr in casa Arlandi; il signor Carlo ne fu preoccupato al punto che fu tutto il giorno di cattivo umore, tenne il broncio a Savina, sgrid Mario e non volle far colazione.
Ma sai che sei un bel tipo? gli disse la moglie. Perch ad una ragazza capricciosa, vien voglia di andar in citt, tu subito immagini mille pericoli; avr avuto bisogno di far delle spese.
Puoi dire quello che vuoi, rispose lArlandi, ma questa gita misteriosa mi d noia, ho il presentimento che  andata per Ugo.
Anche se ci fosse, noi abbiamo fatto quello che si doveva fare, non abbiamo rimorsi.
Parla per conto tuo, io invece da qualche giorno ho un rimorso che mi strazia lanima e non sono contento di me.
Perch sei un uomo incerto, debole e non hai il coraggio delle tue azioni, ma per tua tranquillit voglio aver informazioni esatte.
S dicendo Savina chiam il domestico e gli ordin di andare al villino di Giulia e pregare Rosa, la cameriera, di venire un momento a villa Ada.
Se la sua padrona le ha ordinato di tacere non dir nulla, disse il signor Arlandi.
Dir tutto, tu non conosci le donne, in ogni modo tentare non nuoce.
Non parlarono pi finch non giunse la cameriera di Giulia, la quale chiese subito la ragione per cui lavevano fatta chiamare.
Vorrei sapere, disse Savina, se la tua padrona ha ricevuto qualche cattiva notizia, che  partita cos improvvisamente senza salutare nessuno.
Oh, tuttaltro, rispose la cameriera, deve aver avuto delle notizie buone,  stata tanto contenta quando ha ricevuto quella lettera.
Ha ricevuto una lettera? Forse del professore?
Pu darsi; so soltanto che mi ordin di prepararle la sacca da viaggio e disse che volea partir presto questa mattina.
Si fermer via molto tempo?
Non lo sapeva nemmeno lei, ha detto che mi scriver.
Va bene, se hai notizie vieni a portarcele; ho piacere che non sia per nulla di male; puoi andare.
Appena la ragazza fu uscita il signor Carlo salz concitato e si mise a passeggiare su e gi per la stanza.
Vedi? disse alla moglie, te lho detto, lo prevedevo,  stata chiamata ed ora ci metter in un bellimpiccio. Ho fatto male a non far curare Ugo in casa, sono stato uno sciocco.
La signora Savina tentava di calmarlo, gli diceva di andar a passeggio a prender aria che si sarebbe presa sulle sue spalle ogni responsabilit.
Per per quanto facesse lindifferente non si sentiva tranquilla nemmeno lei e aveva bisogno di parlare con qualche persona che potesse consigliarla e nello stesso tempo calmare lo spirito del marito. Invit a pranzo il dottore per sentire la sua opinione e poi perch sarebbe stato un diversivo; di star sola col marito cos accigliato e irrequieto non si sentiva.
Il dottore si mostr tranquillo, non poteva assicurare che Ugo fosse pazzo, ma dopo lo scoppio, lo stato in cui si trovava giustificava abbastanza la loro risoluzione; aggiunse per che se venivano buone notizie dal direttore della casa di salute, non conveniva insistere a lasciarvelo rinchiuso pi a lungo.
Io in casa non lo voglio, disse la signora Savina,  un individuo troppo pericoloso.
LArlandi diceva che spesso a quelli che fanno esperimenti scientifici accadono simili incidenti, e continuava ad essere preoccupato della gita della cognata; nemmeno le parole del dottore riuscivano a calmarlo.
Savina diceva che Giulia faceva una bella figura, mostrandosi tanto infervorata per un giovanotto e si sfogava dicendo un mondo dimproperio contro le ragazze emancipate che vogliono immischiarsi nelle cose che non le riguardano.
Ormai in casa Arlandi non si parlava daltro, quei discorsi erano una fissazione, il signor Carlo si aspettava ogni giorno qualche sorpresa spiacevole ed era inquieto; soltanto la signora Savina si mostrava tranquilla e non perdeva la sua olimpica serenit, temeva troppo di turbare la sua digestione e guastarsi la salute.


8.
Dopo esser stata per tanti giorni inquieta e avvilita, nellanimo di Giulia era subentrata la speranza e le pareva che tutto dovesse esserle favorevole. Arrivata a Milano trov larticolo che riguardava Ugo pubblicato sul giornale e questo le fu come di buon augurio e le infuse non solo la speranza ma la certezza della riuscita.
Era come un giocatore di scacchi che avendo fatto per caso una buona mossa vede svolgere il suo gioco trionfalmente fino alla fine.
Prima di tutto and dallavvocato Alberti, un buon amico nel quale riponeva piena fiducia, e saputo di che si trattava la rassicur e si mise a sua disposizione.
Poi mand il giornale collarticolo che nominava il professore, segnato con una striscia azzurra al signor Carlo, al dottore, a tutti i conoscenti e al dottor B, direttore della casa di salute.
 come unavanguardia, disse allavvocato,  per prepararlo alla nostra visita.
Nel pomeriggio si recarono in persona a parlare col dottor B.
Era un uomo alto, serio, colla barba nera e gli occhi penetranti che pareva volessero entrare nellanima e scoprire i pi occulti pensieri. Abituato a vivere in mezzo ai pazzi e squilibrati di mente, vedeva in tutti gli uomini il germe della follia e calcolava tutti pazzi, fino a prova contraria.
Quando lavvocato Alberti e Giulia chiesero di Ugo Arlandi dicendo che era tuttaltro che pazzo egli stentava a persuadersene.
 tranquillo, educato, disse, non d noia a nessuno, anzi pare intelligente e la sua conversazione  piacevole, ma sul pi bello vien fuori col voler trovare lanima del mondo e ci mi rende molto titubante se si deve tenerlo ancora in osservazione. Noi che siamo esperti in queste cose, sappiamo che quando una parte del cervello  molto sviluppata, ci  a scapito degli altri centri cerebrali che sono deficienti; vorrei mostrarvi dei veri pazzi che hanno unidea fissa ma nel resto ragionano meglio di noi.
Lavvocato Alberti gli mostr come tutti i giornali si occupavano del professore, il quale aveva dei nemici, e disse che la zia Giulia non avrebbe lasciato nessun mezzo per liberare il nipote; se fosse stato il caso sarebbe anche ricorsa al procuratore del re e avrebbe provocata una perizia.
Il dottore li assicur che, appena avuta la convinzione che il professor Ugo fosse sano di mente, sarebbe stato il primo a non volerlo tenere pi a lungo nel suo stabilimento.
Non poteva per prendere una risoluzione senza scrivere al signor Carlo che gli aveva affidato il figlio, e se la risposta fosse favorevole potevano esser tranquilli che Ugo sarebbe stato libero.
Giulia sperava di vedere quello stesso giorno il nipote, ma il dottore non lo permise, dicendole che lavrebbe presto riveduto.
Essa si rassegn ad attendere ancora un paio di giorni, ma intanto non rimase inoperosa e combin un piano di battaglia come un esperto generale!
Ecco in che modo il signor Arlandi, mentre era sempre inquieto e pensieroso per la partenza di Giulia, si vide capitare prima il giornale collarticolo che parlava del professore, poi una lettera del dottore dove diceva che gli pareva che il signor Ugo, passata la scossa nervosa del primo momento fosse abbastanza equilibrato, una lettera dellavvocato che lo esortava a far uscire il figlio dalla casa di salute e finalmente una di Giulia, nella quale faceva intravvedere che se non lasciava parlare il suo cuore paterno, lautorit si sarebbe intromessa nelle sue faccende domestiche.
Era tanto di cattivo umore il signor Arlandi, tanto poco contento di s stesso che quando ricevette quella pioggia di lettere si sent lo spirito un po pi sollevato e volle fare a modo suo senza dir nulla alla moglie e senza consultarla. Scrisse al dottor B. di lasciar pure andar libero il figlio colla zia Giulia, alla quale mand un telegramma dicendole che li aspettava presto tutti.
Finalmente gli era caduta la benda dagli occhi e sera accorto del malanimo della moglie verso Ugo e, pentito daverlo fatto rinchiudere ingiustamente nella casa di salute, voleva a furia di affetto fargli dimenticare quel momento di debolezza ed era impaziente di rivederlo e in un abbraccio affettuoso cancellare il passato.
Ma invece di Ugo ebbe la sorpresa di veder arrivare lavvocato Alberti per sistemare gli affari del professore, che desiderava esser padrone di adoperare la sua sostanza come meglio credeva e di fare nel suo laboratorio tutti gli esperimenti necessari senza che nessuno ci trovasse a ridire.
Il signor Carlo trov giusto il desiderio del figlio e diede allavvocato le pi ampie spiegazioni sulla sua amministrazione; solo si mostr dispiacente di lasciar la casa dove era vissuto tanti anni e che apparteneva ad Ugo il quale lavea ereditata dalla madre, ma lavvocato avea avuto raccomandazioni di accomodare le cose in modo che il signor Carlo non avesse il rammarico di abbandonare la casa, gli concesse di poterne abitare una parte, ma che ognuno fosse padrone in casa sua. Poi parlarono di Ugo e raccont che si era trattenuto a Milano perch i suoi ammiratori volevano festeggiarlo ed indurlo a fare una conferenza sopra i suoi stud. Cos finirono per lasciarsi buoni amici.
La signora Savina quando seppe che il marito aveva tutto combinato senza dirle nulla, rimase esterrefatta e and su tutte le furie. Come! Ugo era libero e poteva capitare da un momento allaltro! Poi simpadroniva della casa e non lasciava loro che un appartamento in un angolo come unelemosina! E pensare che in cuor suo, sperando che il professore non dovesse pi ritornare, avea fatto il progetto di occupare il laboratorio cos ben esposto al sole, per stendervi la biancheria, poi dare lo studio a Mario e accomodarsi un appartamento pi spazioso e pi comodo; dichiar al marito che non voleva vivere in una casa esposta al pericolo di unesplosione, poi avea bisogno di spazio e non si sarebbe acconciata a ridursi in poche stanze.
Il signor Carlo le disse chera padrona di andare dove voleva, anche nella catapecchia che abitava prima del matrimonio; in quanto a lui sarebbe rimasto vicino al figlio. Infine Ugo era il padrone ed era inutile facesse tanto chiasso.
Essa non fiat pi, ma si consol pensando che sarebbe invece andata a Milano con Mario per farlo studiare, in modo che un giorno potesse eclissare nella scienza il professor Ugo.


9.
Quel giorno che Ugo si trov libero e assieme alla zia Giulia, che riguardava come il suo angelo salvatore, camminava per le vie popolose di Milano, gli parea di rivivere; i suoi affari erano affidati bene nelle mani dellavvocato Alberti, poteva dedicarsi interamente alla scienza, lavvenire si presentava pieno di promesse e non sera mai sentito tanto contento. Giulia gli dava dei consigli, bisognava cambiar sistema, dovea vivere un po pi in mezzo al mondo e farsi conoscere. Ormai era passato il tempo degli eremiti, e tutti i suoi stud non avrebbero servito a nulla se non fossero stati messi alla luce del sole, come non serve il danaro, che lavaro tiene rinchiuso nel forziere.
Essa era disposta ad aiutarlo con tutto il cuore e con tutta la sua energia, ma egli doveva lasciarsi dirigere da lei.
Prima di tutto dovea mostrare di non essere uno squilibrato, e non gliene sarebbe mancata loccasione, e poi procurare che il suo valore venisse riconosciuto dal mondo.
Dimmi quello che devo fare, io ti ubbidir ciecamente, diceva Ugo, ma come posso farmi conoscere se non ho fatto ancora nulla? Forse se non fossi stato rinchiuso tutto questo tempo il mio nome sarebbe associato a quello degli scienziati che hanno scoperto il radio, ma invece il destino avverso non ha voluto; per conto mio, sono contento che il radio sia stato trovato; io non ho ambizione, amo la scienza e il suo progresso mi preme pi di tutto.
Tu sei troppo modesto, disse Giulia, a me preme che il tuo valore sia apprezzato e mi occuper io stessa di farti conoscere; intanto devi presentarti alle redazioni dei giornali e ringraziare quelli che hanno parlato di te; so che ci  per te un grande sacrifizio ma devi farlo per ubbidirmi.
E per appagare la zia, Ugo si present alle direzioni dei giornali e nebbe le accoglienze pi liete; tutti gli chiesero notizie dei suoi stud, chi voleva degli articoli sulle irradiazioni dei metalli, cosa di cui tanto si parlava, chi invece tentava persuaderlo a tenere una conferenza per farsi conoscere; molti volevano intervistarlo, egli si schermiva, sarebbe ritornato volontieri subito in campagna per continuare le sue ricerche; ma lo pregavano con tanta insistenza che non sapeva a qual partito appigliarsi.
Quando Giulia seppe quello che si desiderava da lui, non gli lasci pi pace; fare una conferenza era la pi bella occasione per riabilitarsi e mostrare come la sua mente fosse chiara ed equilibrata.
Ma come faccio, diceva, a prepararmi in pochi giorni?
Ti aiuter io, soggiungeva Giulia, lascia fare a me.
E intanto ordin a Vincenzo di venire a Milano con tutte le note che il professore avea lasciate nel cassetto della scrivania, poi volle che Ugo scrivesse ai giornali che accettava di tenere una conferenza come desideravano, a beneficio dellospedale dei bambini e della fanciullezza abbandonata, e che il nome della conferenza sarebbe stato lanima del mondo,,.
Come suona bene! disse Giulia. Non ti senti la volont di metterti al lavoro?
E se faccio fiasco? Sai che quando ho un pubblico davanti a me, mi manca la voce.
Non c bisogno dimprovvisarla; per la prima volta, la conferenza puoi leggerla, e quando si ha davanti la carta non si vede il pubblico. Io prevedo un trionfo.
Non ho ambizione.
Non importa, lho io per te, e poi quando il tuo nome sar conosciuto lavorerai con maggior lena, la fama  come una scintilla che d eccitamento al lavoro, lo illumina e lo riscalda. Poi nel tuo caso da lei pu dipendere la tua vita privata. Credi tu che la signora Savina ti avrebbe fatto rinchiudere in una casa di pazzi, se invece di essere il professor Ugo, umile, ignorato, che viveva allombra del suo laboratorio, fossi stato lillustre scienziato di cui il nome e le scoperte fossero note a tutto il mondo?
Ugo diceva che la zia era accecata dallaffetto che aveva per lui e esagerava le sue qualit, per aveva deciso di seguire i suoi consigli, solo si content di chiedere una settimana di tempo per preparare la conferenza, e si mise allopera perch riuscisse degna dellaspettazione.
Giulia era sempre pi orgogliosa delle feste che si facevano al nipote; tutti i giornali parlavano di lui, il suo nome ed i suoi stud, la sua vita erano gi conosciuti dal pubblico, si sapeva che i suoi ultimi esperimenti erano stati interrotti da uno scoppio avvenuto nel suo laboratorio che lavea tenuto ammalato di nervi per molto tempo e ci lo rendeva pi interessante.
Egli non capiva come tutti conoscessero tanti fatti intimi della sua vita, e Giulia che senza dirgli nulla era stata lispiratrice di quelli articoli, rideva in cuor suo della sorpresa del nipote e si contentava di mandare i giornali al signor Carlo, alla signora Savina e a tutti i conoscenti; e in quei giorni di lavoro e preparazione febrile viveva come in un sogno e le pareva di aver trovato un nobile scopo alla sua operosit: quello di aiutare il nipote nella sua opera.


10.
Il giorno della conferenza del professor Arlandi la sala del ridotto della Scala si andava popolando di belle signore, di giovanotti eleganti e di uomini serii e studiosi.
Era una settimana che i giornali parlavano dellArlandi e tutti desideravano vedere il giovane professore che dava tante speranze per lavvenire della scienza.
Poi la conferenza era a beneficio di due istituzioni cittadine, utili e benefiche, ed anche quelli che non si occupavano di stud serii avevano voluto andarvi per moda, per filantropia e per trovarsi cogli amici e conoscenti.
La ricerca dei biglietti era stata enorme e nella sala gremita di pubblico si sentiva il bisbiglio foriero dunimpaziente aspettazione.
Quando entr il professor Ugo, pallido, alto, col volto giovanile e le labbra velate da due balletti biondi, elegante nel suo vestito nero, inappuntabile, timido nei movimenti, ci che lo rendeva ancora pi simpatico e interessante; gli sguardi del pubblico si posarono sopra di lui, cessarono i bisbigli e tutti attesero attenti ad ascoltare.
Egli incominci con voce chiara, tremante, incerta un po sul principio, ma mano mano che proseguiva si faceva pi vibrante e colorita a parlare delle meraviglie della scienza e dei mezzi che permettevano di fare continuamente nuove scoperte. Parl delle irradiazioni potenti date da certe sostanze come il radio che si trovano nascoste in diversi minerali e che sono tali da sconvolgere le idee che si avevano fino ai nostri tempi sui movimenti della materia e degli atomi.
Spieg come quel metallo mandasse irradiazioni fortissime senza perder nulla del suo peso e fosse duna forza tale da distruggere tessuti vitali anche attraverso a qualche ostacolo, ci per mostrare come non fosse un sogno la teoria per la quale avea sempre combattuto ed ora desiderava esporre ad un pubblico cos attento ed intelligente.
Egli avea sempre pensato ad un elemento racchiuso nel centro della terra in un luogo inaccessibile agli uomini, chegli chiamava anima del mondo, egli la imaginava una forza indistruttibile, eterna, tale da far sentire la sua azione attraverso gli strati densi del nostro globo, fino a spargersi in piccole particelle nelletere che lo circonda.
Io imagino, disse, il mondo come un corpo umano, i sassi sono le ossa, le acque che lo bagnano nellinterno e alla superficie sono il sangue che scorre nelle vene e le arterie del nostro organismo; e come il cuore nelluomo, cos ci deve essere nel centro del mondo un focolare di vita e calore, un fluido invisibile che partendo dal centro avvolge la terra in una rete vibrante, come i nervi avvolgono il nostro corpo; precisamente come lelettricit, una forza che esiste, si domina, ce ne serviamo, ma della quale non si riesce a spiegare la vera essenza.
E dopo aver parlato delle caverne, una volta popolate da esseri fantastici ed ora invece da esseri invisibili che il microscopio ci ha rivelato, assicur che quando altri strumenti pi perfetti verranno in aiuto dei nostri sensi pi raffinati, si apriranno nuovi orizzonti alla scienza e termin dicendo essere convinto che nel mondo, in noi stessi vi  una parte indistruttibile, eterna, e come da un rozzo minerale si sprigiona una scintilla che non si consuma, come da certe vibrazioni del cervello i pensieri si rinnovano continuamente e il mondo  avvolto da onde eteree delle quali non si conosceva lesistenza prima di Hertz e di Marconi; cos molte forze e molte verit devono ancora esserci rivelate; ci sembra esser circondati da misteri che la scienza infaticabile deve svelare e lo scienziato  come colui che ha trovato le tracce dun tesoro nascosto e non riposa finch non lo abbia messo alla luce del sole.
Animandosi nel suo dire divenne eloquente, aveva il dono di trasfondere la sua persuasione nelluditorio e di suggestionarlo.
Infatti tutti si sentivano trasportati nelle regioni elevate della scienza e del pensiero come se da una corrente magnetica fossero legati alloratore. Quando ebbe terminato un lungo e clamoroso applauso echeggi nella vasta sala, alcuni conoscenti circondarono il professore stringendogli la mano e congratulandosi della sua parola efficace e colorita, altri savvicinavano per conoscerlo; egli era umile, confuso nel suo trionfo e avrebbe voluto andarsene, quando vide farsi avanti correndo, rovesciando le sedie, un signore rimasto tutto il tempo della conferenza nascosto in un angolo senza parlare pendendo dalle labbra delloratore.
Il rumore delle sedie fece volgere Ugo da quella parte e lasciando gli ammiratori che lo circondavano savvi in fretta ad incontrare quel signore che veniva verso di lui.
Babbo, disse, come, tu qui?
Ho letto nei giornali, rispose il signor Carlo, ma era tanto commosso che non pot trovar la voce per dire di pi e si gett fra le braccia del figlio.
Quando pot riavere il fiato, gli disse: Come hai parlato bene! Non avrei creduto mai, ma mi perdoni, non  vero? Non mi serbi rancore di quello che  avvenuto?
Non parliamo di queste malinconie, ho tutto dimenticato, disse Ugo.
E lo present a quelli che lo circondavano, che gli fecero feste dicendogli che doveva essere orgoglioso di avere un simile figliuolo. Poi linvitarono ad un banchetto che volevano dare per festeggiare il professore.
Il signor Carlo non sapeva quasi pi desser su questa terra, provava unebbrezza, una gioia come non aveva mai provato nella sua vita; e sarebbe stato completamente felice se non avesse sentito il rimorso di aver fatto rinchiudere il figlio, che avea mostrato tanto ingegno, in una casa di salute. Quel rimorso offuscava la sua gioia e avrebbe dato parecchi anni di vita perch quel fatto non fosse avvenuto. Egli seguiva il figlio glorioso come attratto da una forza superiore, lo vedeva stimato e ammirato, gli pareva fino di trovare in lui un mutamento, circondato come era dallaureola del trionfo.
Anche Giulia sera unita al crocchio che circondava Ugo, tutta orgogliosa di aver contribuito a quella giornata trionfale.
Quando la sera si ritrovarono riuniti al Cova, al banchetto che gli ammiratori avevano voluto offrire ad Ugo, al signor Carlo pareva desser nel mondo dei sogni; con quella sala illuminata, la tavola scintillante di cristalli e dargenti e coperta da lunghe corone di fiori che la rendevano allegra. Quelli che non potevano avvicinarsi al professore saccostavano a lui e gli domandavano ragguagli sullinfanzia e giovinezza del figlio, quasi quasi gli pareva dessere un uomo importante e dentrarci per qualche cosa nella riuscita di Ugo; era espansivo, parlava del professore con entusiasmo esagerandone le doti del cuore e dellingegno, voleva stordirsi per far tacere il rimorso che lopprimeva.
Al momento dei brindisi si acclam il professor Ugo come speranza della scienza, ed egli rispose poche parole ringraziando desser stati tutti tanto buoni ed indulgenti per lui, e brind alla scienza che toglie il velo che offusca la verit e al padre che avea lasciato la pace della casa tranquilla per venire alla sua festa.
Un evviva dedicato al signor Carlo fece eco a quelle parole, e quando il figlio gli fu vicino e gli tocc il bicchiere due lagrimosi gli scendevano sulle guance.
 troppo,  troppo, diceva, mi fa male.
Ma il professore non dimentic nemmeno la zia Giulia che se ne stava in un angolo quasi nascosta fra le giubbe nere e si avvicin a lei con un sorriso chiamandola il suo buon genio, il suo angelo tutelare.
Tutti gli sguardi si posarono sopra la fanciulla che avea il volto raggiante dalla gioia contenta della vittoria ottenuta.
Quando pi tardi si ritrovarono riuniti nella camera dellalbergo, Ugo affermava che non sarebbe riuscito a far nulla senza laiuto di Giulia, e il signor Carlo nellentusiasmo di quella giornata trionfale diceva:
Questa  la vita! sono stato finora un cattivo padre; ma voglio farne ammenda; senti, Ugo, voglio essere il tuo aiutante ed essere iniziato nei misteri del tuo laboratorio.
E se succede uno scoppio?
Ebbene, moriremo assieme.
Ma non sai che c laggi qualcuno che non te lo permetterebbe?
Chi? Mia moglie? Me nero dimenticato, ma essa  stata ingiusta con te ed ora per castigo verr a Milano con Mario e noi resteremo liberi.
Giulia ed Ugo si diedero unocchiata espressiva, ma non osarono dir nulla, n pensare a malinconie; tutto in quel giorno doveva andar loro a seconda, e forse sarebbero stati tutta la notte a parlare dellavvenire che si mostrava adorno di promesse.
Ma Giulia alzandosi tutto ad un tratto disse:
Ed io che dimenticavo la mia missione? Non devo far conoscere al mondo il professor Ugo? Vado subito a scrivere pei giornali la relazione della conferenza da spargere ai quattro venti, e vi assicuro che la prima copia sar mandata alla signora Savina Arlandi.


GIOIELLO RIVELATORE.
Perch aveva sposato il signor Cristoforo Zuccoli? ecco quello che si domandava la piccola Fania.
Un bravuomo, non c dubbio, un cuor doro, intelligente, studioso a modo suo, ma non era il suo tipo, e poi veramente, nella sua testolina sventata, aveva sognato il matrimonio tutto diverso da quello che lo aveva trovato in realt.
Come si fosse lasciata persuadere a pronunciare davanti al Sindaco il s fatale, che doveva legarla a lui indissolubilmente, era ci che non riusciva a spiegarsi.
Almeno fosse stata una signorina impaziente di trovar marito! ma niente affatto, viveva contenta e spensierata col padre impiegato alla ferrovia e con due zie che avrebbero fatta moneta falsa per contentarla. Aveva molte amiche; e un cugino, Giacomino, che studiava allUniversit e veniva qualche volta coi compagni a giuocare alla tombola e far quattro salti; se era di carnevale, ed essa si divertiva tanto, che non si sarebbe scambiata per una regina.
Le zie erano state le vere colpevoli. Avevano voluto condurla in campagna per divertirla, e cos aveva fatto la conoscenza del signor Zuccoli, che villeggiava nelle vicinanze. Il signor Zuccoli era molto ingegnoso; fabbricava delle macchine divertenti, e voleva fare degli esperimenti per inventare i palloni dirigibili. Intanto si contentava di fabbricare farfalline, uccelletti meccanici che volavano e cantavano, e gli riuscivano abbastanza al naturale. Fania si divertiva con quegli oggetti, come se fossero balocchi; le zie poi erano entusiaste della loro nuova conoscenza, e non facevano che tesserne gli elogi alla nipote.
Pare che tu gli vada a genio, dicevano, se potessi riuscire ad innamorarlo e ti sposasse, che bella cosa!
Perch? non ho bisogno di sposarmi, sono contenta cos.
Ma non capisci nulla, nipotina; ora ci siamo noi colla nostra pensione, c tuo padre, ma non si vive sempre, e dopo che cosa succederebbe di te?
Cercherei marito, allora.
Al giorno doggi, una ragazza senza dote non trova quando vuole.... guai a lasciarsi sfuggire le buone occasioni; noi parliamo per esperienza.
Ebbene, resterei zitella.
Anche zitella bisogna vivere, e tu sei carina, ma, se dovessi guadagnarti da vivere, povera te, non sappiamo che cosa potresti fare.
 vero, avete ragione, so un po di tutto, ma da dilettante; sono un uccellino irrequieto, mi piace divertirmi senza pensare a nulla; per potrei fare lartista drammatica.
 meglio un buon marito sentenzi la zia Gina, e il signor Cristoforo  buono, ricco e simpatico,  un giovane che ci piace e sarebbe una fortuna.
Giovane!
E Fania diede in una risata.
 forse vecchio? Avr appena trentanni, disse la zia Amalia.
A me sembra un vecchio con quegli occhiali e quel naso.
Sei proprio una bimba! In un marito preme la mente, il cuore, i quattrini, e questi pi di tutto; perch non si vive di poesia, pensaci, d retta a me, non lasciartelo scappare.
Veramente Fania non ci pensava molto, ma era invece il signor Zuccoli che cercava tutte le occasioni per vederla.
Ogni giorno le portava qualche nuovo oggetto fabbricato colle sue mani: erano graziose barchette che andavano a tutto vapore, molini in miniatura che macinavano il grano, lampadine elettriche tascabili, e tanti altri gingilli curiosi che apportavano un diversivo alla monotonia della vita campestre. Fania per mostrargli la sua riconoscenza gli porgeva un fiore da mettere allocchiello, e ci lo incoraggiava a dirle qualche parola graziosa che la faceva sorridere, mentre le zie si davano delle occhiate espressive che significavano:
Siamo a buon porto,  una cosa che si combina.
E proprio come sera combinato non avrebbe potuto dirlo nemmeno lei. Era stata quasi una congiura.
Le zie la lasciavano spesso sola col signor Cristoforo, il quale era timido e parlava poco, ma gli piaceva starle vicino, tenerle la mano, e quando essa scappava in giardino le correva dietro come un cane fedele.
Una sera egli le disse che avrebbe desiderato gli domandasse qualche cosa di difficile, per mettere alla prova la sua devozione.
E sio chiedessi la luna? essa rispose.
Mi metterei subito a fabbricare un pallone cos potente da andare a conquistarla.
Fania rispose con una sonora risata, quando Cristoforo chiese se sarebbe stata contenta dandar sola con lui in un pallone in mezzo agli astri.
Io no, rispose, avrei paura.
Rimase avvilito e non parl pi per tutta la sera.
Unaltra volta la prese per un braccio per farla sedere sopra una panca in un boschetto appartato, ed essa scapp via in modo un po dispettoso. Egli se ne risent e scrisse un biglietto per congedarsi, ci che mise la rivoluzione nellanima delle zie.
Ecco, dicevano, non sei stata gentile e lhai disgustato, non troverai pi un partito come quello, bisogna non lasciarlo partire.
Veramente, anche a Fania, che aveva preso labitudine di vederlo tutti i giorni, rincresceva che la loro amicizia venisse troncata cos bruscamente, ma non sarebbe mai andata a pregarlo per farlo rimanere.
Come avvenne? non lo sapeva, ma per caso sincontrarono alla Posta; si salutarono, si scambiarono qualche parola e la conclusione fu che il signor Zuccoli non part pi per quel giorno, e dopo due settimane partirono tutti insieme, e la piccola Fania si trov fidanzata al signor Cristoforo.
*
Per qualche tempo visse come in un mondo fantastico: regali, vesti eleganti, biancherie vaporose adorne di merletti, ricami, fiori, augurii; poi un bel giorno indoss una veste bianca coi fiori darancio, poi un elegante vestito da viaggio e via col signor Zuccoli; ma invece che unaereonave fu un semplice automobile che la port lontano lontano.
Quello che le parve un vero capitombolo, fu quando si trov a casa sua ed il signor Cristoforo, Cristofino come sera abituata a chiamarlo per ingentilirne il nome, riprese le consuete occupazioni, e si trov sola, obbligata a pensare al governo della casa.
Il signor Zuccoli era un tipo alquanto originale. Rimasto solo, giovane, e ricco, si era lasciato vincere dalla passione per la meccanica, ed occupava tutte le sue giornate facendo calcoli, combinando congegni, fabbricando piccoli meccanismi.
Egli aveva la bizzarria di copiare, in piccolo, tutte le scoperte moderne; sarebbe stato linventore degno del regno di Lilliput; cos avea fabbricato un automobile perfetto, che avrebbe potuto servire per una bambola, poi piccoli telefoni, telegrafi in miniatura, e stava combinando delle aereonavi piccine che poi voleva ingrandire mano mano, e cos sperava di sciogliere il problema della navigazione aerea; voleva trovare il telefono senza fili e tutto ridurre in modo cos minuscolo, che occupasse il minor spazio possibile; per le sue macchinette adoperava lacciaio, lalluminio, il nichelio, gli piacevano le cose fini e minuscole; lo sgomentavano le grandi masse di ferro, le ruote dentate e gigantesche, i grossi cilindri, e soleva dire che, quando una macchina  riuscita in piccolo non c nessuna ragione perch, fatti i debiti calcoli, non debba riuscire in proporzioni maggiori. Egli si contentava di far dei modelli, ma ci teneva che riuscissero perfetti.
Eccettuata questa specie di micromania, la sua mente era dun equilibrio perfetto come le sue macchine.
Fania, che non capiva nulla di quei meccanismi, lasciava il marito tutto il giorno occupato coi suoi calcoli, e via se nandava continuamente in giro per la citt, gustando la gioia desser libera, di poter passeggiare sola e desser chiamata signora. Rientrava allora del pranzo e, meravigliandosi di non trovare nulla di pronto, si metteva a piangere nel timore che il marito la sgridasse; ma se egli era di buon umore si contentava di dirle:
Ma da che mondo vieni?
Credevo che ci pensasse la cuoca.
Ma se non ordini quel che desideri, come vuoi che faccia?... sei tu la padrona.
Me nero dimenticata.
Improvvisavano un pranzo alla meglio con delle uova, salato e formaggio, ed erano allegri come se si trattasse duna scampagnata. Ma quel dover tutti i giorni pensare alle cose domestiche ed ordinare il pranzo, le dava noia e si sfogava a sgridare la cuoca, finch questa fu abbastanza intelligente per capire che dovea pensar a tutto da s e fare un po da padrona, senza aspettare gli ordini di nessuno; e Fania fu contenta di non aver bisogno di seccarsi per cose cos prosaiche; se poi il pranzo non era servito in tutto punto e non riusciva molto economico, non le premeva, non voleva pensare a miserie nei primi tempi del matrimonio. Poi ebbe un periodo in cui fu indisposta e non usciva pi di casa, e passava le giornate sdraiata su una poltrona, e si annoiava che il marito fosse tutto il giorno colle sue macchine e non venisse a tenerle compagnia; essa decisamente si era sognata che il matrimonio fosse tuttaltra cosa.
*
Quando le nacque una bella bimba, volle allevarla da s, nellentusiasmo del primo momento, le pareva una bambolina che le servisse di giocattolo, ma dopo tre mesi la sua salute si era rinvigorita, la vita le era tornata snella ed elegante, e ricominci ad uscire per andar dalla sarta per vestir bene e godere la primavera che sannunziava piena di tepori e di profumi. Affidava la piccola Mim alla bambinaia; le raccomandava di farle succhiare il latte dalla bottiglia perch non piangesse, e via spensieratamente a girare per la citt, o a far visite, o nelle botteghe a comprare cianciafruscole, e alla passeggiata dove spesso si trovava col cugino Giacomino, e si godeva un mondo a chiacchierare con lui, come se fosse ritornata fanciulla.
Non tornava a casa che allora del pranzo, e qualche volta trovava Mim in lagrime fra le braccia del marito che non sapeva pi cosa inventare per farla tacere. E s che aveva fabbricato dei fantocci che giuocavano con palle doro, ed erano una meraviglia.
Perch non vieni mai a casa? le diceva il marito.
Ed essa trovava una scusa o laltra, e spesso incolpava lorologio che non ne aveva nessuna colpa; poi faceva qualche moina a Cristoforo, il quale non aveva il coraggio di tenerle il broncio, perch amava la sua piccola moglie, che non era buona a nulla, ma pareva un uccellino e gli rallegrava la casa.
Per qualche volta, mentre era occupato a fabbricare le sue piccole macchine, fantasticava su quello che potesse fare sua moglie tutto il giorno fuori, di casa, e se ne impensieriva e avrebbe pagato una bella somma per sapere in che modo Fania passasse tante e tante ore al punto di rientrare sempre in ritardo.
Non poteva pensar male perch era cos bimba, cos ingenua, ma intanto avrebbe voluto sapere, per soddisfare la sua curiosit.
E perch non poteva col suo ingegno fabbricare una macchinetta rivelatrice che potesse rivelargli almeno i discorsi che la moglie faceva fuori di casa? Appena questo pensiero si form nel suo cervello, si mise subito allopera e misteriosamente, senza dir nulla, in poche settimane riusc a fabbricare un gingillo grazioso che offerse in dono alla moglie, un giorno che appunto era venuta a salutarlo prima di uscire, tutta elegante con un costume di panno nero che le modellava la vita sottile, e un cappellino color papavero che le incorniciava la faccia.
Prendi, le disse mostrandole un gingillo doro come un grosso orologio, tutto frastagliato in modo che si vedeva internamente un piccolo meccanismo con una sfera che girava torno torno con una rapidit meravigliosa,  un porta fortuna che ho fatto per te.... Vieni qui, voglio appuntartelo sul vestito come un orologio.
Oh bello! Grazie, disse Fania, vedremo se mi far passare una giornata piacevole. Arrivederci.
E tutta contenta, trotterellando speditamente, prima and dalla sarta e offerse duecento cinquanta lire dun vestito che avea veduto il giorno prima e le stava a pennello; ma la sarta disse:
 impossibile, lasciarlo a trecento non guadagno nulla.
Via, via, questa volta si contenti
Vi deve aggiungere qualche cosa
Intanto lo mandi a casa, disse la signora, pensando che la sarta non lavrebbe pagata subito.
Poi and verso la Galleria, dove tutti i giorni incontrava il cugino Giacomino, che laccompagn per un tratto di strada, poi le offerse di andare a prendere il t al Biffi. Quando furono seduti ad un tavolino, incominciarono a chiacchierare allegramente e Giacomino le chiese:
Ieri come hai passato la serata? che cosa fa il mago Merlino?
Una noia. Figurati: egli mi parlava di meccanismi, di calcoli matematici; ed io non ne capivo nulla, e dormivo in piedi.
E tu di che cosa gli parli?
Delle mie escursioni della giornata, delle mie spese, di mode, tutte cose che egli non capisce, ma non so parlar daltro.
In conclusione la tua casa  la torre di Babele, la confusione delle lingue, ma per ti vuol bene.
S a modo suo, ma mi persuado sempre pi che non era il mio genere.
Sentiamo, quale sarebbe stato il tuo genere?
Per esempio un mattacchione come te. Mi pare che noi si sarebbe andati daccordo e la vita sarebbe stata divertente.
Credi? e perch lhai sposato il tuo tiranno?
Tiranno no,  una calunnia; ma lho sposato perch le zie e il babbo dicevano che era un buon partito, era ricco, e una ragazza ha bisogno di collocarsi.
Esser ricchi  una bella cosa.
S, ma a che cosa serve?... spende tutto colle sue macchine, e quando mi compro un vestito nuovo, brontola e dice che lo rovino; anzi, ricordati che oggi devo andar presto a casa perch mi sono comprata un vestito e devo fare la donna saggia e casalinga, e tenerlo buono.
Non dir cos, rimani un pochino, si vive una volta sola, almeno si discorre.
Non c gusto con questo chiasso e collandirivieni di gente.
E perch non vieni a casa mia, come ti ho proposto tante volte?
Perch non  conveniente.
E chi lo sa?
Io intanto.
Sciocchezze; vieni, vieni che ti far vedere tante belle cose, e poi almeno si potr discorrere tranquillamente.... Infine siamo cugini.
Motivo di pi per non venire.
Quanti pregiudizii hai!... E qui non  lo stesso? che cosa ci fa la gente? noi cisoliamo come se fossimo soli.
Siamo sempre in un luogo pubblico.
Sei proprio una borghesuccia, temi le chiacchiere del mondo.
Del mondo me ne rido.
Allora hai paura del Mago Merlino.
Non permetto che sparli del mago,  una buona pasta e non pensa che alle sue invenzioni, e mi lascia libera di fare quello che mi piace.
Allora siamo intesi, domani vieni.
E perch non vieni tu da me la sera? sarebbe tanto divertente, disse Fania.
Ma c il Mago, e sai la mia opinione, mi piace godere la compagnia del marito e quella della moglie, ma separatamente.
Sei un gran discolone.
Dunque siamo intesi, vieni domani.
No, no e no.
Almeno vieni presto in Galleria.
Far quello che mi piacer.
E, dandogli la manina inguantata, chegli strinse fra le sue in modo significante, se nand verso casa.
*
Lungo la via pensava che forse Giacomino sarebbe stato per lei un marito pi piacevole, ma non avrebbe potuto comprare il vestito da trecento lire, e questo pensiero la riconcili col Mago Merlino.
Era un po in ritardo, ma il marito non le disse nulla e laccolse con aria di trionfo.
Hai fatto qualche scoperta, scommetto, disse Fania.
Forse sono sul punto di farne una molto interessante; intanto dimmi: il mio porta fortuna?
Va benissimo, ho fatto una passeggiata molto divertente, e mi sono comprata un nuovo vestito.
Allora non ha portato fortuna a me, per dammelo, che ho bisogno di vedere se il movimento non si  guastato.
Ma me lo ridai.
Figrati, te lho regalato.
Egli prese il gingillo e lo port nella sua officina; era impaziente di vedere se la sua macchina agiva bene e se riusciva a scoprire i discorsi fatti dalla moglie.
Il gioiello conteneva un fonografo in miniatura, e lo Zuccoli ne tolse una membrana metallica tutta sparsa di segni invisibili e lapplic ad uno strumento che dovea riprodurre i suoni segnati su quel disco.
Le sue mani tremavano, mentre montava la macchinetta, e stette attento senza fiatare.
Da principio usc dalla macchina un brontolo incomprensibile, poi ud distintamente i dibattiti colla sarta, e i discorsi che Fania avea fatto con Giacomino.
Ogni tanto dava qualche esclamazione.
Ah birbante! diceva, glielo dar io il Mago Merlino!... ah non sono il suo genere, e non mi diceva nulla!... meno male che non ha accettato di andare a casa sua.
Questo pensiero lo consolava, ma gli pareva che la moglie fosse stata sullorlo dun abisso.
Gli pass pel capo di rimettere una piastrina nel porta fortuna e ricominciare il giorno dopo quel medesimo giuoco, ma poi pens che, se non parlava, gli sarebbe sembrato di scoppiare. Bisognava venir subito ad una spiegazione; era meglio.
Appena si trov seduto a tavola colla moglie, le chiese:
Dunque si pu sapere chi hai veduto questoggi?
Te lho detto, la sarta.
E poi?
Poi ho incontrato Giacomino, ma per pochi minuti.
Sei sincera per met soltanto, perch invece so che hai fatto una lunga conversazione.
Chi te lha detto?
So tutto.
Sei un mago allora.
S, il Mago Merlino.
Fania si sent salir le fiamme alla faccia e tutta confusa non poteva rispondere.
Il marito si mise a ripetere parola per parola tutta la conversazione da lei avuta con Giacomino, dicendole che non voleva farle rimproveri, ma che desiderava evitasse dincontrarsi col cugino. Essa era sorpresa e voleva sapere; poi unidea si affacci come un lampo alla sua mente.
Ah, il porta fortuna!
Proprio,  lui il colpevole, disse Cristoforo.
Fania volle vedere come faceva, e quando mise in movimento un piccolo gramofono, ed essa ud uscirne la propria voce, e parola per parola la conversazione fatta alla mattina, disse chera un meccanismo meraviglioso e che riguardava il marito un vero mago.
Per, in conclusione, soggiunse, non mi sono poi condotta male, ma ora sta certo che calcoler che tu sia sempre presente a me, non mi lascer pi andare a dir sciocchezze e nemmeno uscir molto di casa; voglio assistere alla fabbrica delle tue macchine che incominciano ad interessarmi.
Meno male che questa volta hanno servito a qualche cosa; dunque resterai a casa?
Non mi tieni il broncio, se ti chiedo una cosa strana? chiese Fania.
Andiamo, che cosa desideri? Sai che sono un po in collera con te.
Vorrei dare uno di quei porta fortuna a Giacomino, per sapere con chi si trova tutto il giorno, se  vero che studia sempre come dice.
Questo Giacomino mi d noia, rispose il marito, e, dopo aver riflettuto in silenzio, soggiunse: per non  una cattiva idea, per un giorno solo ti permetter di prestargli il porta fortuna, ma come si fa?
Domani vado ad incontrarlo e con una scusa glielo affibbio. Lascia pensare a me.
Cominciamo male, tu vuoi rivederlo.
Soltanto per pochi minuti, per lasciargli il gingillo.
Posso fidarmi?
Non ho nelle mani il gioiello rivelatore?
E ritornerai subito? Bada, star collorologio in mano.
Fania lo rassicur, come sapeva fare quando voleva esser gentile, e il giorno dopo tutta contenta and col gioiello rivelatore ad incontrare il cugino.
Appena la vide, egli le si avvicin sorridente e le disse:
Vieni a casa mia questoggi?
Ti pare? Ho invece molta fretta; figurati che devo andare dalla sarta.
Almeno verrai a prendere un bicchierino di vermouth.
Ma in fretta, ti concedo cinque minuti.
Quando furono nella prima pasticceria che trovarono sulla loro strada, essa disse:
Figurati, mi annoia molto andar dalla sarta, dovermi svestire, con tanti impicci che abbiamo noi signore. Anzi vorresti tenermi questo gingillo? disse staccandosi il porta fortuna, mi preme molto e noi, quando si prova un vestito, si ha la testa tanto occupata e si dimentica facilmente i nostri oggetti; ho perduto una spilla laltra settimana.
Se non vuoi altro, anzi! sar felice di aver qualche cosa di tuo sulla mia persona.
Ecco qui, attaccato alla catenella dellorologio, pare una medaglia, sta bene; domani me lo restituisci, non  vero?
Ti do la mia parola.
Sai,  un regalo di mio marito, poi porta fortuna.
Se intanto oggi mi portasse centomila lire, bada che non te lo renderei pi.
Hai sempre voglia di scherzare, ma scappo, altrimenti perdo il mio turno: a rivederci domani.
E via difilata a casa tutta lieta, pensando alla burla che faceva al cugino, e disse al marito:
Dimmi brava; vedi come sono tornata presto, nemmeno mezzora sono stata. E domani devo fare lo stesso per riprendermi il gioiello; ti prometto che ritorner presto.
Domani sarai spinta dalla curiosit di sapere, non ho bisogno di farti raccomandazioni.
Ma il giorno dopo quando Fania and ad incontrare il cugino e gli chiese il suo gingillo, egli le rispose:
Lho lasciato a casa, vieni a prenderlo.
Venire a casa? ma  un tradimento! voglio il mio porta fortuna.
Fania supplic colle lagrime agli occhi, ma Giacomino non si lasci commuovere; che poteva fare la piccola Fania?
Corse in fretta a casa ed entr nello studio del marito colla faccia stravolta.
Che contrariet! esclam. Come me lha fatta!
Ma che  accaduto, si pu sapere?
Non mi vuol restituire il porta fortuna, vuole che vada a prenderlo a casa sua; come sono stata sciocca, ma lo voglio, andiamo insieme a prenderlo.
Ti pare? se lo vedo il tuo Giacomino, gli do uno schiaffo, disse il signor Zuccoli, mi  diventato antipatico.
E allora come si fa? Gli scrivo.
No, gli scriver io.
S subito, con preghiera di consegnare al latore il porta fortuna, disse Fania, e se non vuol darlo?
Se vuol tenerlo in ostaggio perch tu vada a prenderlo, diremo al mio aiutante di portare il meccanismo interno perch io devo introdurvi uninnovazione.... Gi  quello che ti preme, linvolucro glielo lascieremo per ricordo.
 naturale, non vado certo a prendermelo.
Cos fecero e il messaggero non port il gioiello, ma il meccanismo interno.
*
Fania era impaziente di mettere nel gramofono il disco pieno di segni cabalistici.
E, messo a posto il disco, stettero intenti ad ascoltare.
Prima Fania sent la propria voce quando pregava Giacomino di tenerle il gingillo.
Brava, disse Cristoforo, ben trovato.
Poi si ud qualche rumore confuso e la voce di un amico che, dopo averlo salutato, gli disse:
Come! libero? e la tua dama?
Oggi mi ha lasciato, questioni di abbigliamento.
E sei a buon punto?
Se volessi, ma non mi preme, mi diverto cos per passatempo, e poi perch mi d importanza mostrarmi con una signora della buona societ.
Anche tu fai come la volpe.
Non  vero, non  il mio tipo;  graziosa, ma  una sciocchina, buona per passare unora.
E laltra, lartista come va?
Quella s  un boccone saporito, passer l a momenti.
Ma non sei solo ad avere i suoi favori.
Tu come sai? Per tua regola, non vado mai ad approfondire troppo le cose, poi parli per invidia.
Al caso, io starei per tua cugina, se la cedi.
Che centro io, non  mia, ma in paragone allaltra  come una tazza di latte paragonata ad una coppa di champagne.
Il latte  una bibita sana.
Ma ti annoia e poi calma i nervi, mi pu servire appena per un di pi;... ma addio, vado a prendere un bicchiere di champagne.
Una pausa, dei rumori confusi, poi di nuovo la voce di Giacomino e una voce di donna.
Luisa, come va?
Non ti aspettavo a questora.
Ero impaziente di vederti.
Bugiardo! La tua dama ti avr lasciato in libert!
Non ho dame, sei tu sola nella mia vita.
E quella colla quale passeggi?
Quella non conta, una parente, poi  insipida, non c sugo.
Davvero?
Ti giuro. Ma lo sai che, quando si  avvolti nelle tue spire, non se nesce.
Sono un serpente.
Forse!
E allora lascia che ti avvolga nelle mie spire, e bada, ti strozzer.
Finirai per andare in prigione.
E una grande risata, poi pi nulla.
Oh, che birbante! disse Fania,  cos che studia tutto il giorno, ed ora non si sente pi nulla, che cos successo? s guastato.
Non mi pare, si sar fermato, oppure lavr deposto in unaltra camera.
Vuol dire che si sar tolta la catena, disse Fania.
Che cosa ti preme? non hai inteso abbastanza?
Fin troppo! non voglio pi vederlo.
E farai benissimo.
Ma prima voglio fargli sapere che ho tutto scoperto.
Non c bisogno: che cosa timporta di lui, se non vuoi vederlo? Non ti basto io?
S, s, caro Cristoforo, tu sei buono, e poi sei non un mago, ma un genio; ti ammiro; ma voglio dir qualche cosa a Giacomino, altrimenti scoppio. Ho trovato, lo chiamo al telefono.
Drin, drin, drin.
Pronti.
Giacomino.
Sono io.
Sono Fania. Ti lascio linvolucro del porta fortuna per memoria, perch non ci rivedremo mai pi.
Come! non verrai nemmeno a passeggio?
No, sono troppo sciocchina, insipida; resto col Mago Merlino che mi apprezza meglio di te.
Non  vero, sei adorabile, rallegri la mia esistenza, vieni.
No, non mi fai compassione; la Luisa ti consoler; il latte  una bibita troppo insipida, ci vuole del vino di Sciampagna. Addio per sempre, buon champagne.
Drin, drin, drin; il campanello continuava a suonare, ma Fania tolse la comunicazione, e and a sedere vicino al marito.
Ora sono tutta per te, disse, non uscir pi di casa, imparer anchio a fabbricare dei meccanismi.
Ti pare? con quelle manine, non lo permetter.
E che cosa far della mia vita?
Non rinuncerai alle tue abitudini; vuol dire che sar io il tuo cavaliere, andremo insieme dal pasticciere.
Come, tu lasceresti il tuo lavoro?
C tempo per tutto, ed ho capito che, quando si ha una moglie graziosa e carina come te, bisogna dedicarle un po di tempo. Finora sono stato troppo egoista.
Caro il mio mago, il mio Cristoforo, quanto sei buono! disse gettandogli le braccia al collo. E pensare che non me nero mai accorta del genio che avevo per marito!... ci voleva proprio il gioiello rivelatore!...


FOSFORESCENZE.
1.
In quella giornata afosa di luglio lantico palazzo Grimani situato in una delle vie meno frequentate di Vicenza, pareva deserto e addormentato.
Le finestre che davano sulla strada erano chiuse ermeticamente, lerba cresceva tra i sassi nel vasto cortile, nel giardino abbandonato le piante piegavano i rami avvizziti e la fontana di marmo annerita dal tempo non mandava pi un filo dacqua, come se la sorgente fosse rimasta esausta per sempre.
Soltanto quattro finestre al primo piano verso il giardino, aperte e riparate da tende color ruggine, mostravano che il palazzo non era del tutto disabitato. Difatti in una vasta sala, ridotta ad uso di laboratorio, il professore Giulio Grimani osservava attentamente un oggetto posto sotto alla lente di un microscopio.
Accanto a lui una bella fanciulla, Marcella Montecchi, laureata in scienze naturali, era intenta a togliere con uno spillo i visceri di alcune mosche; li schiacciava fra due piccoli pezzi di vetro e li porgeva man mano da esaminare al professore.
Una pace tranquilla regnava in quellambiente; intorno alle pareti alcuni ritratti duomini daltri tempi risaltavano come bianchi spettri sopra un fondo cupo; se avessero potuto rivivere, si sarebbero meravigliati di vedere due grandi tavole piene di arnesi sconosciuti e la sala dove solevano ricevere principi e cavalieri, mutata in un laboratorio da alchimista, e sarebbero stati imbarazzati di spiegare a che cosa dovesse servire il lavoro della bella fanciulla che continuava a porgere al professore i vetri preparati per lesame, movendosi lentamente, in quellatmosfera calda e snervante.
Quando il professore avea terminato di osservare un oggetto, scriveva alcune note sopra un quaderno e si rimetteva al lavoro in silenzio, immerso nei suoi pensieri.
Pensava appunto quanto Marcella gli fosse stata utile dopo che era entrata nella sua vita, come assistente. Si rammentava, chegli non aveva veduto molto volontieri la donna introdursi nellUniversit credendola un essere frivolo e poco adatto a seri studii, e sul principio anche con Marcella era stato severo come tutti i suoi colleghi, ma poi, essa avea studiato con tanto amore e con tanta intelligenza tutti quegli anni, sera presentata agli esami un po pallida e affaticata pel lungo lavoro, ma agguerrita, sicura di s, con idee chiare e precise, con risposte pronte che mostravano il suo studio non esser stato superficiale, ma che avea approfondito ogni materia, e ne rimase tanto sorpreso, che per quanto i colleghi volessero essere ingiusti per impedire alla donna dinvadere le carriere riservate agli uomini, piegandosi allevidenza spezz una lancia a favore della nuova dottoressa e non solo fu approvata a pieni voti, ma avendogli il governo concesso di scegliere fra i laureati un assistente per i suoi lavori tanto utili alla scienza e allumanit, aveva nominato Marcella, trovandola la pi meritevole desser preferita.
Ed ora sentiva che laiuto della fanciulla gli era necessario, ed essa era orgogliosa desser utile al suo professore maestro, a quello che aveva sempre riguardato come un essere superiore; era persuasa di aver imparato assai pi nei pochi mesi che frequentava il suo laboratorio, che in tutti gli anni passati allUniversit e provava una stretta al cuore, pensando che fra pochi giorni il professore sarebbe andato lontano in cerca di nuovi materiali per i suoi esperimenti, ed essa, per trovare un posto dinsegnante o dassistente, avrebbe dovuto lottare contro il pregiudizio di coloro che non vogliono incoraggiare la donna a dedicarsi ad occupazioni intellettuali fuori dellambiente domestico, oppure ritirarsi sulla montagna in una casetta lasciatale dalla madre, dove avrebbe trovato un vuoto intorno a s e priva delle lezioni del suo maestro la sua intelligenza si sarebbe arrugginita, e scoraggiata ed avvilita sarebbe stata molto infelice.
Immersa in questi pensieri sentiva come un peso sul cuore, e in quel silenzio le usc dal petto quasi suo malgrado un profondo sospiro.
Il professore interruppe il lavoro e:
Siete stanca, le chiese.
Marcella fece cenno di no col capo.
Avete dunque pensieri tristi, alla vostra et?
S, rispose, penso che tutto finisce e dopo tanti mesi, un lavoro piacevole e tanto utile sar interrotto per non essere forse ripreso mai pi.
E perch? disse Grimani; avete cos tristi presagi? Ora bisogna terminare il nostro lavoro sulle mosche e provare come esse siano il veicolo di tutte le malattie infettive che travagliano lumanit.
E poi vengono le vacanze e andrete lontano a raccogliere nuovi materiali per lo studio.
Senza di voi! esclam Grimani,  impossibile; ho bisogno di aiuto, mi avete abituato male, non ho pi pazienza per certe minuzie.
Infatti Marcella era diventata il suo braccio destro, nessun assistente aveva saputo essergli tanto utile come quella fanciulla modesta e paziente, che una volta entrata nel suo laboratorio aveva preso per s la parte pi noiosa; lavoratrice infaticabile, lo seguiva nelle ricerche con ansiet, simmedesimava del pensiero di lui, capiva a volo quello che desiderava, pronta a servirlo, a rendergli facili gli esperimenti provando, riprovando, quando non riuscivano subito. Egli sentiva che aveva bisogno di lei come dellaria che respirava.
Vi fu qualche minuto di silenzio. Marcella porgeva i vetrini al professore ed egli li osservava al microscopio macchinalmente, ma i loro pensieri erano lontani dal lavoro.
Dopo qualche minuto di silenzio, Marcella disse:
E lanno venturo avr ancora bisogno di me?
Ma certo, sempre, non posso fare da solo, sono stanco, mi sento vecchio, s dicendo si stacc dal microscopio e si lasci cadere con abbandono sulla poltrona che stava dietro a lui.
Marcella lo guard coi suoi occhi sereni e penetranti, e non disse nulla.
Non so che cosa succeda in me, riprese il professore, ma mi sento nervoso, ho le idee confuse ed io che voglio trovare la ragione di tutte le cose, che pretendo dindagare i misteri della natura, non capisco pi me stesso e sono avvilito.
Lavora troppo, disse Marcella, questo caldo snerva. Ha bisogno di riposo.
Si, s, riposer, dir addio ai miei esperimenti, andr lontano, ma non solo; partiremo assieme, soggiunse il professore con accento risoluto.
Marcella non disse nulla e alz gli occhi increduli.
Che c di male? riprese il professore,  una cosa tanto straordinaria viaggiare col proprio assistente?
Non sarebbe una cosa nuova, ma  impossibile, disse Marcella. Fuori del laboratorio, non sono che una donna, bersaglio alle chiacchiere ed ai pregiudizii del mondo.
Il mondo, il mondo, borbott Grimani, c un modo di accomodare ogni cosa, disse battendo le mani come se avesse fatto una scoperta interessante, sposiamoci.
Marcella gli diede unocchiata, si fece rossa in volto e non rispose.
Non  una cosa possibile? riprese il professore, sono forse troppo vecchio?
La fanciulla lo guard bene in faccia, poi disse corrucciata:
 un brutto scherzo; vi burlate di me.
Parlo sul serio, soggiunse con forza il professore, sapete; non so far tanti preamboli, e parlo come penso, francamente. Finora non mi sono occupato che della scienza, temevo che una donna nella mia vita potesse distrarmi dallo studio, ma con voi  differente, anzi  tutto lopposto, io ho bisogno del vostro aiuto, noi ci completiamo e non possiamo viver lontani. Qualche minuto fa, quando si parlava di separarci, ho sentito quanto voi mi siete necessaria, ed ho osato dirvi il mio pensiero. Perch imporsi una sofferenza, un sacrificio, quando  cos facile trovare il rimedio?
Grimani fece tutto questo discorso senza guardare in faccia Marcella, la quale se ne stava confusa tremante senza fiato e senza parole per rispondere.
Il professore soggiunse guardandola timidamente:
 una proposta assurda che vi ho fatta; sono pazzo, non  vero, pensare a certe cose alla mia et? Se  cos, non parliamone pi.
 che sono sorpresa, confusa, disse la fanciulla con un filo di voce. Io che vho riguardato sempre come mio maestro tanto superiore a me e a tutti, che ho vissuto tutto questo tempo in ammirazione del vostro ingegno, mi par di sognare, ma sarebbe vero? Come avete potuto fissare la vostra attenzione sopra di me, povera fanciulla, microbo invisibile? Sarebbe una fortuna insperata; non pu essere.
Siete troppo modesta, mia cara; venite qui vicino a me e ragioniamo; prima di tutto non disprezzate i microbi che sono il soggetto dei nostri studii e che per tanti mesi furono largomento dei nostri discorsi, ma guardatemi in faccia, non sono troppo vecchio per pensare a certe cose?
Vecchio! non me ne sono mai accorta!
Ho trentotto anni.
Marcella diede in una sonora risata e disse:
Un uomo a trentottanni  molto giovane.
E non ti troverai a disagio con un professore che vive coi suoi libri e il microscopio?
E questa non  pure la mia vita? disse Marcella, ma sarebbe troppa felicit, non ne sono degna.
E chin il capo confusa.
Il professore la trasse vicino a s come per proteggerla e soggiunse:
Io non so dire tutte quelle cose che piacciono alle donne, non ho avuto tempo dimpararle, ma sento che il tuo aiuto mi  necessario e procurer di farti felice.
Marcella a quelle parole si sent commuovere e quando pot parlare disse come in quei giorni era stata tanto infelice, perch pensava chegli sarebbe andato lontano, e in mezzo ai trionfi si sarebbe dimenticato di lei, ed ora il mondo le pareva mutato, si sentiva rapita come in un bel sogno e temeva di destarsi.
Ma la voce di Grimani la rassicurava parlandole sommesso come se fosse stato in chiesa, le diceva che bisognava far presto, egli non voleva far la commedia del fidanzato, gli pareva ridicola, tutto dovea esser semplice, naturale come la loro vita.
Ed essa si cullava al suono di quella voce, che le andava diritta al cuore, e nel tepore di quel pomeriggio di luglio, nella sala silenziosa, le pareva di sentire un languore delizioso come se fosse trasportata su su in cielo da una schiera di angeli. Avrebbe voluto che quella giornata non avesse pi fine, ma la terra segue imperterrita il suo cammino, non curando il desiderio dei suoi abitanti e gi il sole sembrava spegnersi dietro le colline e lombra invadeva ogni cosa.
Marcella si riscosse, si alz e disse:
 tardi, bisogna andare, mia cugina maspetta, domani verr pi presto.
Il professore non voleva lasciare la mano che teneva imprigionata nella sua.
Dunque s? le disse.
Essa alz gli occhi, chin il capo arrossendo, e fugg via lasciando il professore che la segu collo sguardo, contento dessersi tolto il peso che lopprimeva da tanti giorni e assicuratasi la compagnia di quella fanciulla che era divenuta necessaria alla sua esistenza.


2.
Giulio e Marcella sono sempre nella grande sala intenti al lavoro, nulla  mutato intorno ad essi, ma non sembrano pi quelli di prima.
Il professore pare ringiovanito, si muove in fretta, i suoi occhi mandano lampi attraverso le lenti degli occhiali, lavora, lavora per terminar presto e pensare poi al matrimonio.
Marcella  pi pronta ad apprestare i vetri e porgerli al compagno, ha i movimenti pi rapidi, la faccia sorridente, e malgrado il caldo si sentono entrambi dominati dalla febbre del lavoro.
In qualche momento di sosta, Grimani ha delle distrazioni, come non ha avuto mai, si sorprende ad osservare i capelli dorati che incorniciano la fronte di Marcella come unaureola e li trova pi interessanti dei microbi che attendono sotto le lenti del microscopio. Egli che non aveva mai pensato alla donna che come ad un animale grazioso ed inutile, confessa dessersi ingannato e lo trova, invece, lessere pi bello della terra, che merita desser studiato, non solo nellapparenza esteriore, ma nella parte pi misteriosa del suo spirito; soltanto in quel momento capiva che esiste al mondo qualche cosa allinfuori dello studio e della scienza, capace di produrre delle sensazioni sconosciute e di dare allorganismo un senso di ebbrezza delizioso.
Avrebbe voluto far qualche cosa per la fanciulla modesta e devota che viveva rinchiusa nel cupo laboratorio, lo aiutava nei lavori faticosi, ne prendeva per s la parte pi uggiosa, lasciando a lui tutta la gloria.
Qualche momento, stanchi dallintenso lavoro e dal caldo opprimente, si alzavano e tenendosi per mano andavano girando per le sale del palazzo.
Andiamo a vedere, diceva il professore, bisogner ben riordinare la vecchia casa perch sia degna daccogliere la giovane sposa.
Marcella rispondeva sorridendo.
Le vecchie case sono sacre, serbano limpronta delle generazioni che ci hanno preceduto, e mi sembrano pi ospitali. Ma noi abbiamo bisogni e gusti diversi dai nostri antenati, diceva Grimani.
Traversavano androni cupi dove si ripercuoteva leco dei loro passi, sale abbandonate, dalle vlte delle quali pendevano le ragnatele, si soffermavano davanti alle pareti adorne di affreschi mezzo scrostati dal tempo che rivelavano qualche maestro del rinascimento.
Non vedi che disordine, disse un giorno Giulio, bisogner ritoccar tutto.
Sarebbe una profanazione, rispose Marcella, e poi a che cosa servirebbero queste immense sale? si chiude tutto, il laboratorio sar il nostro regno.
Poi andarono nella parte pi abitata della casa e Marcella destin una grande camera con alcova per camera da letto, unaltra coi palchetti di legno scolpito per camera da pranzo e:
Qui, disse entrando in un gabinetto pieno daria e di sole, metter i miei libri, i miei amici fedeli.
E il salotto da ricevere? chiese il professore.
Marcella si mise a ridere.
Chi mai doveva ricevere? E poi non bastava il suo studiolo?
Si rimettevano al lavoro, riposati da quella corsa attraverso la casa e ogni tanto linterrompevano per parlare della loro vita passata.
Il professore diceva che la sua aspirazione era sempre stata di scrutare i misteri della natura, aveva dovuto lottare col padre che desiderava si fosse dedicato allindustria come suo fratello Paolo, il quale si era arricchito e viveva a Milano con un figliuolo, unica sua consolazione dopo che era rimasto vedovo.
 stato tanto contento quando ha inteso del mio matrimonio, disse. Era il suo desiderio che venisse una giovane sposa a popolare la vecchia casa paterna.
Marcella invece gli narrava le lotte per poter applicarsi agli studii pei quali tutte le donne avevano trovato tante ostilit, prima in famiglia e poi a scuola; e lei rimasta padrona di s vi si era attaccata come ad un rifugio per non pensare alla sua vita triste e solitaria.
Guai se non avesse trovato un valido aiuto nel suo maestro, soggiunse guardando il professore.
Ogni tanto egli le chiedeva se non era pentita daverlo accettato per compagno della vita.
Ed essa gli diceva che era cos felice che non poteva ancora credere a tanta fortuna.
Era stato come un raggio di sole, nella sua vita, unirsi alluomo che riguardava con tanta riverenza, al suo professore: come avrebbe voluto aiutarlo, come si sentiva di amarlo!
Poi parlarono dellavvenire: dovevano sposarsi tranquillamente, senza far rumore, e dar spettacolo agli indifferenti: prima sarebbero andati in qualche angolo tranquillo e solitario in mezzo alla natura selvaggia, poi in riva al mare dove la notte si vede illuminata da animali fosforescenti; dovevano nei primi tempi del loro matrimonio dare il bando agli insetti schifosi come le mosche e dedicarsi allosservazione degli animali luminosi, doveva essere un periodo fosforescente anche nei loro stud.
Ogni giorno si rassomigliava in quel periodo, ma erano tanto contenti, e lora del tramonto li sorprendeva sempre negli stessi lieti propositi per lavvenire.


3.
Il matrimonio avvenne come avevano destinato: senza feste, senza inviti, accompagnati soltanto dalla folla degli indifferenti; andarono a nascondere la loro felicit in mezzo alla natura selvaggia, e il palazzo Grimani rimase chiuso e completamente disabitato.
Vissero, per molti giorni, una vita di sogno. Il professore dimenticava le aspirazioni scientifiche, nella gioia di possedere quella fanciulla buona, intelligente e bella, colle guance rosee e gli occhi neri espressivi, chegli non si saziava mai di contemplare.
Non avrebbe mai pensato di poter dimenticare i suoi studii prediletti per i begli occhi di una fanciulla, e nera sorpreso.
Marcella invece aveva paura della sua felicit, diceva di sentirsi tanto contenta, temeva che il cuore le scoppiasse per la gioia.
 troppo,  troppo! esclamava temo di morirne.
Abituati ad osservar tutto con intendimenti scientifici, si studiavano a vicenda, procuravano di scoprire il mistero che li aveva uniti quasi inconsapevolmente.
Peccato che non possiamo esaminare col microscopio quello che avviene nel misterioso laboratorio che  il cervello umano, diceva Marcella.
 meglio cos, rispondeva il professore; il mistero  quello che attrae e affascina, analizzare e conoscere i nostri sentimenti non ci renderebbe pi lieti.
E se non si potesse continuare ad amarci cos intensamente! Lavvenire mi spaventa, diceva Marcella, mi par di vivere in mezzo ad una luce abbagliante, che appunto perch troppo radiosa, si possa spegnere da un momento allaltro.
Sta in noi di tenerla sempre accesa, non pensiamo allavvenire che  nelle mani del destino, come non dobbiamo curarci della gente che ci circonda.
E cos passavano quelle giornate indimenticabili sempre assieme facendo delle lunghe passeggiate, arrampicandosi sui monti, attraversando ghiacciai, rallegrandosi di ogni difficolt vinta, dogni nuovo sentiero scoperto, correndo talvolta come scolaretti in vacanza sulle chine erbose dei monti, ridendo di loro stessi, non riconoscendosi in quella nuova vita giovanile che, repressa dalla seriet dei loro studii, scaturiva baldanzosa come limpida fonte alla quale sia stato tolto ogni impedimento.
E si dilettavano in quella vita che avevano riguardata un tempo come frivola, dimenticando tutto, nel timore che dovesse un giorno o laltro finire.
Eppure dovremo riprendere i nostri lavori, disse un giorno il professore.
Peccato! rispose Marcella.
Ma intanto il tempo passava e non si risolvevano mai a rompere lincanto di quelle giornate. Ci volle una bufera di neve a spingerli a lasciare le alte cime e ad avviarsi pi gi in riva al mare.
Andarono a Napoli e in Sicilia: la temperatura calda, la luce abbagliante del mare azzurro diede loro un nuovo godimento; di giorno ammiravano la instabile superficie delle onde, le vele candide, i bastimenti formidabili; la notte si lasciavano cullare in canotto sullonde increspate, dove lombra era pi profonda ed osservavano la fosforescenza del mare che pareva illuminato per far loro festa.
Era una sca luminosa che seguiva il solco del canotto, erano striscie che scendevano dai remi quali frangie doro o dargento.
Marcella che vedeva quello spettacolo per la prima volta, ne era entusiasta ed ogni sera voleva goderlo nuovamente senza esserne mai sazia.
Una volta il remo and ad urtare in una massa dalghe marine e di pesci ed il mare divenne in un istante tanto infocato come se il sole si fosse immerso nelle onde tenebrose.
Marcella era in estasi; e il professore disse non esser vero che regni loscurit in fondo al mare, ch mille animali pieni di luce lo irradiano e molte sostanze fosforescenti lo inondano di raggi e scintille.
Egli che da tanto tempo desiderava studiare la fosforescenza del mare, da quelle passeggiate ne riport come una suggestione e sent sorgere nel suo spirito una volont irresistibile di rimettersi al lavoro.
Ecco perch una sera portarono allalbergo una bottiglia riempita di quellacqua luminosa, e quando furono nella loro camera, tolsero dalla valigia il microscopio che aveva riposato sempre durante il viaggio, Marcella prepar i vetri con gocce dacqua marina, e subito si misero ad osservare prima luno e poi laltra lo spettacolo nuovo.
Scrutarono attentamente attraverso le lenti, poi si guardarono in faccia sorpresi.
Era possibile che tutto quello splendore venisse da animali in putrefazione?
Eppure era evidente, il professore lo sapeva, altri avevano studiato quel fenomeno prima di lui, ma egli voleva liberare quei microbi dai fermenti che li producevano e poi studiare la luminosit degli esseri che guizzano nelle acque del mare.
Ma in quella stanza ingombra erano troppo a disagio; bisognava decidersi a partire. Tutto a un tratto erasi ridestato in loro il desiderio di rimettersi al lavoro, e subito si diedero a preparare i materiali di studio; ordinarono venissero loro spedite ceste piene di pesci e molluschi, acquarii per poter avere vivi una variet di animali luminosi, raccomand che li pescassero la notte per scegliere i pi risplendenti, e fecero le valigie allegramente pensando alla ripresa dei loro esperimenti e alla gioia di esaminare quelli esseri illuminanti i profondi abissi del mare: cos avrebbero potuto rivivere a casa loro quelle gite notturne, quelle giornate incantevoli.


4.
Il palazzo Grimani era in festa; dalle finestre aperte il sole entrava a rianimare i mobili antichi, e le vecchie cose sbiadite parevano rivivere alla nuova luce.
Nel giardino, invece dei rami aggrovigliati, dellerbe invadenti, i cespugli fioriti sorridevano ai sentieri serpeggianti fra le macchie erbose e dalla fontana scendeva un fresco zampillo che gorgogliava nella coppa di marmo.
Dalla porta spalancata entrarono gli sposi anchessi ringiovaniti dalla nuova vita e contenti daver quasi raggiunto la felicit.
Il primo pensiero di Giulio Grimani fu di dar sesto al suo laboratorio, perch dopo tanti mesi di riposo era impaziente di rimettersi al lavoro, al quale voleva dedicarsi con maggior lena per aprir nuovi orizzonti alla scienza.
Marcella invece era preoccupata da altri pensieri, non aveva pi per la scienza lattrazione dun tempo, si sentiva mutata e pensava che fra pochi mesi un nuovo ospite sarebbe venuto a rallegrare la vecchia casa, e voleva prepararsi a riceverlo degnamente.
Pensava che non avrebbe potuto pi dare tutto il suo tempo agli studii del marito, e ci la rendeva un po triste.
Il professore se ne accorse e le chiese:
Non sei contenta della tua casa, ti dispiace chio labbia fatta un po ripulire?
Non  questo che mi d pena, ma temo che non potr pi aiutarti come prima nei tuoi lavori, e tu che mhai sposato per questo scopo che cosa penserai di me?
Non temere, ti ho ingannato e volevo ingannare me stesso, ma ti ho sposato perch non potevo vivere senza averti vicina; eri il mio raggio di sole, la mia gioia, e accetter il tuo aiuto come un dono, ma se non puoi, far da me solo.
Quanto sei buono! disse Marcella, come tutto  mutato: poco tempo fa mi davi soggezione, un tuo sguardo mi faceva tremare, ed ora provo per te soltanto amore e riconoscenza, ma ti aiuter, sai, non come prima perch avr altre occupazioni; non ti dico di pi,  un mio segreto.
E il segreto fu subito svelato quando si vide capitare in casa tanti oggetti minuscoli, della tela candida e sottile, e finalmente una piccola culla, che Marcella voleva adornare per il loro bimbo. Mentre Giulio preparava i materiali per i suoi studii, essa tagliava la tela e colle sue mani cuciva piccoli indumenti che parevano fatti per la bambola.
Il professore si meravigliava di vederla collago in mano intenta a lavori donneschi.
Cera bisogno di studiare allUniversit per far dei lavori che tutte le donne possono fare? le diceva.
Sono per il mio bimbo, e voglio farli io stessa, sarei gelosa che se ne incaricasse unaltra donna, ma non temere, ti aiuter e questo lavoro mi terr compagnia quando andrai a Padova a fare le tue lezioni.
E cos Marcella pass linverno alternando i lavori dago agli studii sulla fosforescenza ed era un po spoetizzata nel vedere che spesso lorigine delle onde luminose, che avevano reso sfolgoreggianti le notti del loro viaggio, non erano altro che residui in putrefazione: un tal pensiero quasi la disgustava.
Ma ad interrompere le ricerche scientifiche venne un personaggio importante, che fu un vero raggio di sole per Marcella, a riempire di grida la vecchia casa. Lo chiamarono Aurelio per dargli un nome luminoso come gli studii prediletti in quel tempo dal professore.
Marcella volle nutrire il piccolo Aurelio col proprio latte, e nel laboratorio si vide uno spettacolo nuovo; una piccola culla di vimini, imbottita di penne soffici come un nido in mezzo alla grande tavola, fra le fiale di vetro, i liquidi coloranti e le culture di microbi.
E Marcella su e gi sempre in moto, ora occupandosi del marito, ora del bimbo, si faceva in due per non perder tempo e badare a tutto.
Le rincresceva che il marito si curasse poco del bambino, e lo chiamava un padre snaturato; ma egli non aveva tempo di andare in estasi per un essere che non capiva nulla e non faceva che miagolare come un gattino.
Il fatto sta chera sulla via duna nuova scoperta e non voleva distogliere lattenzione dalle sue esperienze.
Ne parlava colla moglie spiegandole le sue speranze, ma essa lo ascoltava distrattamente, pensando che un sorriso del suo bimbo valeva pi di tutte le scoperte del mondo intero.
Il giorno che lud balbettare la prima parola, non pot trattenere la gioia e corse a comunicare la grande notizia al marito; ma lui aveva altro da fare che occuparsi di Aurelio; appunto in quel giorno, avea ottenuto un risultato insperato, lipotesi sera mutata in certezza, la luminosit dalcuni animali altro non era che una schiera di microbi fosforescenti che avevano preso dimora nel loro fisico; ed egli volea studiarli, per aggiunger nuove conquiste alla scienza.
Pensa, disse alla moglie nel suo entusiasmo, pensa alla gioia di poter illuminare il corpo umano e renderlo trasparente; nulla allora sfuggir allocchio attento dello scienziato, e finalmente la medicina sar una scienza esatta, perch si potr vedere come agisca la macchina interna ed ogni piccolo guasto ci sar rivelato con precisione.
Ma quando le malattie saranno chiare come la luce del sole, potranno essere guarite? chiese Marcella.
Certo sar un passo verso la guarigione, rispose il professore; ma questo non minteressa; ho gi un bel lavoro davanti a me, per accertarmi che i microbi che vivono e risplendono nei miei animali acquatici, potranno vivere e propagarsi in animali dindole diversa; sicch ora ci metteremo allopera e spero che il signor Aurelio, che incomincia a parlare, ci lascer lavorare in pace.
Legare il proprio nome ad una scoperta benefica era un miraggio troppo bello, e senza trascurare Aurelio, che o dormiva tranquillo nella culla, o seduto sopra un tappeto in mezzo ad una quantit di balocchi non disturbava, Marcella preparava i vetrini, ripuliva gli arnesi, faceva annotazioni come nei tempi in cui era la migliore allieva del professore.
Nel laboratorio cera sempre una quantit dinnocenti animaletti che servivano agli esperimenti e divertivano molto il piccolo Aurelio, che andava loro vicino, li accarezzava colle manine, e quando riusciva a tener tra le braccia un piccolo coniglio o un agnellino era tutto contento.
Quelle povere bestioline in quel tempo non vivevano che di microbi luminosi.
Il professore voleva renderli trasparenti e vedere in quali animali i microbi inoculati si propagavano con facilit e leffetto che ne risultava.
Gli animali dal lungo pelo non erano molto suscettibili ad essere illuminati; nelloscurit davano appena una leggera fosforescenza e solo gli occhi ne apparivano lucenti, ma quando il professore incominci ad inoculare i microbi luminosi ai ranocchi che popolavano la vasca del giardino, solo allora pot rallegrarsi dellesito sicuro della sua opera.
Di notte era una vera fantasmagoria; sotto la pelle sottile si vedeva trascorrere un sangue luminoso ed i ranocchi illuminati che saltavano parevano animali fantastici, immaginati da qualche scrittore di racconti inverosimili.
E quello che maggiormente sorprendeva era che i ranocchi diventavano ogni sera pi luminosi e pi irrequieti, e a poco a poco la luce era divenuta tanto intensa da potervi leggere come in mezzo a una corona di fiammelle elettriche.
Per molte sere quegli animali luminosi servirono di spettacolo in casa Grimani, il professore nera contento e orgoglioso come dun trionfo, e Marcella meravigliata riguardava il marito con crescente ammirazione.


5.
Era sulla fine dellanno scolastico, quando il professore Grimani invit alcuni colleghi ed amici a passare una giornata a casa sua, dove aveva preparato loro una sorpresa.
Accettarono con piacere, certi di passare una giornata lieta in casa Grimani, dove cera sempre un buon pranzo, e potevano chiacchierare colla signora Marcella delle pi ardue questioni scientifiche, trattandola da collega, e ci la rendeva orgogliosa.
Qualche volta essa si divertiva a far dello spirito sopra se stessa.
Che antipatiche le donne sapienti! diceva.
Non  vero, rispondevano quei signori, ai quali la scienza non aveva fatto dimenticare la cavalleria, anzi, la scienza passata attraverso un cervello femminile riesce pi amabile.
In ogni modo essa sapeva far molto bene gli onori di casa; si occupava di tutto e di tutti, e procurava di disporre ogni cosa con tanta arte che non soffrivano un minuto di noia.
Quel giorno la riunione in casa Grimani fu pi interessante del solito. La sala da pranzo arredata severamente in stile antico, con mobili autentici di legno intagliato e le pareti ricoperte di damasco rosso, era rallegrata da ceste di fiori, e la tavola risaltava colla tovaglia candida e le stoviglie terse e lucenti.
Erano lieti di vedersi circondati da una schiera di persone elette dai nomi conosciuti e stimati in tutto il mondo, che parlavano allegramente come se volessero dimenticare gli studi severi e darsi un po di bel tempo, scambiandosi semplicemente le loro idee in quellambiente simpatico, intorno alla tavola bene imbandita, dove non mancavano nemmeno i vini generosi a metterli di buon umore.
Terminato il pranzo, scesero in giardino a prendere il caff in un piccolo chiosco coperto di glicine, onicere, clematis ed altre piante profumate, e quando scesero le ombre della notte ed il giardino si fece buio, Grimani diede il segnale di alzarsi e condusse gli amici in un grande ambiente al pianterreno, che non si sarebbe potuto dire se fosse una vasta grotta, una cantina, o una stalla, ma aveva laspetto duna cosa e dellaltra.
Era labitazione degli animali che servivano alle esperienze del professore: intorno alle pareti verano nicchie chiuse da cancelli di ferro, da un lato uno zampillo scendeva in una gran vasca che serviva per i pesci e gli animali acquatici e nello stesso tempo per abbeverare gli altri.
Prima di entrare il professore narr i suoi studi sulla fosforescenza.
Ma quello che ora vi mostrer, soggiunse,  il frutto dei miei ultimi esperimenti, ho scoperto in alcuni animali acquatici un microbo luminoso che, date certe condizioni, si propaga e vive nel corpo di animali di specie diversa, e li rende luminosi e trasparenti; ora potrete vederne leffetto coi vostri occhi.
S dicendo aperse la porta della vasta stanza, e apparve loro come una visione fantastica.
Tuttintorno alle pareti e sulla vlta cerano bagliori indefiniti che mandavano raggi di tinte diverse: era quasi una danza di fiammelle che apparivano e scomparivano ad un tratto come fuochi fatui, poi strisce luminose, azzurre, rosse, infocate, che rammentavano albe e tramonti meravigliosi.
Al primo momento tutti quei scienziati e professori rimasero attoniti.
Siamo nel regno delle fate, o vuoi farci assistere ad un racconto delle Mille ed una notte? disse il professor Calvi.
Siete semplicemente nel laboratorio sperimentale dun insegnante che cerca di scoprire il meccanismo della vita e, qualche volta, ci riesce perch ha unassistente impareggiabile, disse Grimani, guardando sorridente Marcella, poi soggiunse: Ora venite con me, che  tempo vi presenti alla spicciolata i miei personaggi principali, e, fatti entrare gli amici in una stanza accanto e sedere intorno ad una tavola, vi pose sopra alcuni ranocchi luminosi. Ecco lanimale che pare destinato a servire la scienza meglio di qualunque altro; ha incominciato ad essere il collaboratore del grande Galvani, ed ora continua il suo cammino glorioso; nessun animale inoculato coi miei microbi, mi ha dato risultati migliori.
Infatti la pelle sottile di quelle rane irradiava una luce cos intensa come se dentro ci fosse una fiammella elettrica, e osservando attentamente, si poteva distinguere tutti i movimenti interni del piccolo animale, i battiti del cuore, il sangue trascorrere nelle vene e il nutrimento attraverso il corpo, e quando lanimale era stuzzicato o tormentato, mandava raggi pi vibrati, e tutti quei professori si strappavano di mano quelle piccole bestie per osservarle, come i fanciulli fanno coi balocchi.
Grimani mostr poi delle cavie, dei conigli che non mandavano una luce intensa, ma una pallida fosforescenza, e soltanto negli occhi avevano due lucenti scintille; piacque molto un porcellino da latte che dava una luce rosea, e finalmente il professore vers e dispose sulla tavola una sostanza simile a un fiume doro e dargento: sembravano raggi usciti dal sole e dalla luna che illuminassero la piccola stanza e le persone con riflessi insoliti e abbaglianti.
Il professore spieg che tutto quel bagliore era effetto della putrefazione di alcuni animali chegli si era divertito ad ottenere in grande quantit, e mostr come nei profondi abissi del mare, la vita, la morte e la dissoluzione si congiungano assieme per renderli luminosi.
I colleghi si congratularono con Grimani degli esperimenti, e, risaliti in casa, pensavano alle applicazioni utili di quella scoperta.
Bisogna tentare sulluomo, disse Grimani, e rendere il corpo luminoso senza bisogno di raggi X e di altri sisterni incompleti, e leggervi come in un libro aperto.
E regal ai colleghi dei tubetti con culture di microbi luminosi perch li facessero sperimentare nelle cliniche, mentre egli singegnava di fare altrettanto, ed aveva fede che da tanti bagliori, potesse risultare un po di luce a beneficio dellumanit sofferente.


6.
Tutti i giornali parlavano della scoperta del professore Grimani, traendone lieti pronostici.
Egli era contento del modo con cui era stata accolta e dai colleghi e dal pubblico, e saspettava ben altro effetto che non fosse quello duna semplice curiosit.
Aveva gi fatto esperimenti sui malati negli ospedali, ma sul principio con pochi risultati pratici. Lo scheletro impediva la trasparenza, e soltanto nelladdome e nello stomaco, sera ottenuto qualche effetto, ma poi per poter conoscere bene il funzionamento dellorganismo, bisognava far prove nelle persone sane, e nessuno voleva sottomettersi ad esperimenti di quel genere.
Grimani non si perdeva di coraggio: riuscire nella sua impresa era addirittura per lui una specie di fissazione; le difficolt, invece di scoraggiarlo, gli davano un nuovo ardire; non solo voleva riuscire a leggere nel corpo umano, ma bens a scoprire i movimenti del cervello.
Lostacolo era la calotta cranica che avrebbe impedito il passaggio della luce, ma nella prima et non  del tutto rinchiusa, ed egli pens che aveva il mezzo di continuare i suoi studi senza uscire dalla sua casa; non aveva il suo bambino? Non era suo figlio? Non era padrone di servirsene per i suoi esperimenti, non recandogli alcun danno? e lavrebbe subito tentato se non avesse temuto di dispiacere a Marcella che non voleva si toccasse il suo figliuolo.
Una volta entrata quellidea nel suo cervello, non ebbe pi pace, amava la scienza pi di tutto, e a questa doveva sacrificare tutto.
Incominci allora una serie di sotterfugi per far le cose in modo che Marcella non avesse alcun sospetto; mostr di occuparsi di pi del suo bambino, lo teneva in braccio spesso e lo faceva giocherellare, interessandosi a suoi progressi, tanto che Marcella ne era sorpresa, ma nello stesso tempo contenta che il marito si compiacesse delle grazie del figliuolo.
Per molto tempo si content di servirsene di trastullo, ma un giorno che Marcella era fuori di casa, si decise al gran passo e inocul nelle vene del figlio i microbi luminosi.
Non fu senza inquietudine, a dire il vero; ad ogni grido del fanciullo, tremava che si sentisse male; la notte si alzava per andare ad osservarlo, al punto che la moglie gli diceva che se prima non si occupava di Aurelio, ora poi esagerava, e temeva in cuor suo che il troppo lavoro gli avesse prodotto un po di squilibrio nel cervello.
Intanto Aurelio mangiava e saltava, ed era allegro; il professore continuava ad inoculargli segretamente i microbi e a metterglieli nel latte che doveva servirgli di nutrimento; secondo i suoi calcoli, fra poco tempo dovevano produrre il loro effetto, e non cessava intanto di osservarlo.
Una sera Marcella entr per caso al buio in camera dAurelio, e fu colpita nel vedere unaureola luminosa che aveva intorno al capo e lo faceva apparire come il bambino Ges e gli angeli dipinti nelle chiese.
Prov unemozione come se il suo bimbo fosse morto e non aveva coraggio di avvicinarsi al letto; poi si fece innanzi, si consol sentendo uscire dalla bocca infantile un respiro leggero come un soffio, saccorse del punto donde usciva la luce, e la verit le balen subito alla mente.
Suo marito aveva osato servirsi del figliuolo pei suoi esperimenti? Non aveva dunque viscere di padre? E lo aveva fatto di nascosto, senza dirle nulla come se si trattasse dun delitto? Sapeva dunque chessa non avrebbe mai permesso una simile profanazione. Era troppo! Il suo amore di madre si ribellava al fatto atroce, e unirritazione le saliva dal cuore al cervello che la faceva tremare dal dispetto.
Non sapeva che cosa avrebbe fatto, ma sapeva certo che non avrebbe pi lasciato il suo Aurelio vicino al padre, e tutto ad un tratto si sent sorgere nel cuore un fiero odio alla scienza che rendeva gli uomini insensibili agli affetti pi santi.
Senza por tempo in mezzo, avvolse il bimbo in una coperta, lo prese in braccio, e senza dir nulla a nessuno, usc dal palazzo Grimani e si rec per quella notte dalla cugina, calcolando di partire allalba per la montagna, dove avrebbe trovato un rifugio tranquillo nella sua casetta.
Quando il professore, ignorando quello che era avvenuto, entr nella cameretta di Aurelio e la trov deserta e seppe che la moglie era partita senza salutarlo e senza dir nulla a nessuno, credette che la sua vecchia casa fosse crollata e la sua felicit fosse sparita per sempre.
Scrisse una lettera alla moglie per iscusarsi, disse che era sicuro di non aver recato alcun danno al figliuolo che amava pi di ogni cosa al mondo, si sentiva,  vero, colpevole di non averle detto nulla, ma nera pentito amaramente.
Marcella fu inesorabile, non rispose; il marito laveva ingannata e non poteva pi credere alle sue parole, il suo amore di madre era troppo offeso e non sapeva darsi pace.


7.
Marcella era contenta di essere in mezzo ai monti, sola col suo bimbo, di poter passeggiare nei boschi, correre, giuocare, lontana da ogni pericolo; lo vedeva rifiorire in quella vita libera, a quellaria salubre e imbalsamata, e non si pentiva della decisione presa.
Dopo qualche giorno si era calmata la sua paura, e nella solitudine e nel silenzio della notte ridestandosi la curiosit scientifica, osservava la testolina luminosa del figlio e si sorprendeva notando i movimenti del cervello, che mandava spesso scintille pi o meno luminose, secondo le imagini che si succedevano e le impressioni che ne riceveva.
Aurelio cresceva come un fiore rigoglioso, e pareva che i microbi inoculati nel suo organismo gli avessero dato maggior vigore, al punto che Marcella era quasi pentita della decisione presa, ed incominciava a pensare al marito con vera indulgenza.
Essa non sapeva come egli fosse rimasto affranto dal dolore, vedendosi abbandonato dalla moglie che adorava: non sapeva che sera ammalato gravemente al punto da dover chiamare presso di s il fratello e il nipote, nel timore di non poter sopravvivere, e non volendo dar sue notizie a lei, che era stata tanto crudele da abbandonarlo.
Se io muoio, sar il suo castigo, aveva detto al fratello, parlando di Marcella, e ne avr rimorso per tutta la vita.
E il fratello Paolo fu un vero consolatore per lui, e il nipote, mostrando molto interesse per la sua scoperta, pareva gli ridonasse la salute.
Era forse un delitto fare sul propria figlio un esperimento innocente? chiedeva il professore.
Anzi, tuttaltro; io sarei glorioso, rispondeva il nipote, di poter esserti utile.
Davvero? e ti presteresti ad un esperimento?
Se credi, caro zio, mi metto subito a tua disposizione.
Bada che sono capace di prenderti in parola, disse lo zio, e rivoltosi al fratello chiese: E tu permetteresti?
E perch no? rispose Paolo, mi fido di te interamente.
Il professore era contento; ci avrebbe servito desempio anche alla moglie, se il fratello gli affidava il suo unico figlio, e poi poter studiare leffetto dei microbi in una persona sana, era quello che desiderava da tanto tempo, e sarebbe stato un diversivo ai suoi dispiaceri.
Cos, mentre Paolo scriveva alla cognata per persuaderla al ritorno, dicendole daver trovato Giulio molto ammalato ed avvilito, raccontava chegli aveva permesso a suo figlio, la sola persona che lo tenesse attaccato alla terra, di servire agli esperimenti del fratello, e che questi si effettuavano ogni giorno, ed Enrico si lasciava inoculare i microbi fosforescenti, ne ingoiava nel cibo, sorridendo e scherzando, contento di servire cos alla scienza. Del resto, diceva che i microbi gli facevano bene alla salute, perch dopo averne fatta la conoscenza, si sentiva aumentato lappetito e avea il sonno pi tranquillo.
Ogni sera, quando i lumi erano spenti, Enrico si guardava nello specchio per vedere se il suo corpo incominciasse a dar segni di fosforescenza. Dopo qualche giorno, forse per effetto dimmaginazione, gli parve gi di risplendere nelloscurit, e lo disse allo zio, il quale era certo che la sua cultura di microbi era desito sicuro, per voleva aspettare ad esaminarlo che il corpo avesse ottenuto la massima trasparenza, intanto si compiaceva di vederlo di buon umore ed in perfetto stato di salute.
Possibile diceva che i miei microbi possano servire di farmaco? Non ti ho mai visto cos florido!
Non fanno male di sicuro, mi sento bene e pieno di forza.
Una sera per il professore, esaminando bene il corpo del nipote, si mostr invece cupo e non ebbe pi voglia di scherzare.
Perch fai quella faccia scura, disse Enrico, hai forse scoperto nel mio corpo qualche principio di terribile morbo?
C qualche cosa che non so spiegarmi, vedremo meglio domani, rispose il professore, ma rimase tutto il giorno svogliato e silenzioso.
Pareva che un nuovo dolore fosse piombato sul vecchio palazzo.
Paolo aveva un cattivo presentimento e non osava chieder nulla. Soltanto Enrico era calmo e sereno, si sentiva bene e non voleva inquietudini.
In seguito ad altri esami, quando il corpo del nipote, sotto lazione dei microbi sera fatto pi luminoso, il professore non ebbe pi dubbio, e fu convinto che un punto nero scoperto allapice dun polmone, era un principio duna malattia che avrebbe potuto distruggere unesistenza cos preziosa, ma non si sentiva il coraggio di darne al fratello la notizia, pur riconoscendone il dovere.
Una sera che Enrico era andato a leggere nello studio di Marcella e i due fratelli serano indugiati in sala da pranzo a sorseggiare il caff ed a fumare un sigaro, Paolo ruppe il silenzio e disse al professore:
Ti prego di dirmi la verit, hai scoperto nel corpo di Enrico qualche cosa che non va bene e vuoi nasconderla?
Veramente non sono sicuro di me stesso, la medicina  una scienza molto difficile, ed io la conosco in teoria e poco in pratica, e mimpressiono facilmente per cose da nulla.
Ma in nome del cielo, che cosa hai veduto? chiese Paolo.
Semplicemente un punto nero, forse non  nulla, oppure baster qualche cura semplice a farlo sparire. Ma vedi, ora sei diventato pallido ad un tratto, ti spaventi? Come sono pentito di quello che feci e daver parlato, ma sei stato tu a spingermi.
E da quel giorno non ebbero pi quiete, fecero visitare Enrico da medici e professori, e tutti trovarono il punto nero. Chi diceva una cosa, chi unaltra, forse era nulla, un ingorgo al polmone con un po di congestione: chi suggeriva un rimedio, chi un altro, cose da far perdere la testa.
Paolo non sapeva pi che pensare, ma il dubbio gli era penetrato nellanimo e non poteva darsi pace.
Il professore sentiva rimorso dessere stato causa di quel dolore, e cupo, accigliato, non faceva pi alcun esperimento e odiava i microbi, causa di tutti i suoi dispiaceri.
Come, non vuoi pi inocularmi i tuoi microbi? diceva Enrico.
Non ne voglio pi sapere. Li odio, voglio gettarli nel pozzo.
Allora inquineranno lacqua e diventeremo tutti trasparenti, disse Enrico. Mi rincrescerebbe, vorrei io solo aver questo privilegio.
Non lavr pi nessuno, disse Grimani. A morte, a morte!
S dicendo, fece una fiammata sul camino e vi gett tutte le culture dei microbi.
Fu un attimo; n Paolo n Enrico riuscirono a salvarne nemmeno un tubetto.
Sei pazzo? gli disse Paolo. Dopo tante fatiche! te ne pentirai.
Non mhanno recato che dolori. Ora  finita, sono morti per sempre, disse il professore.
Ma la sua voce tremava e chin il capo per nascondere le lagrime che sentiva inumidirgli le ciglia.
Sul capo di quei tre uomini seduti nel vasto laboratorio, pareva che sovrastasse unimmensa sventura; non osavano parlare, temendo di rattristarsi colle parole desolate, e non si sarebbe potuto dire quali avessero maggiormente un aspetto spettrale se i tre vivi o i ritratti degli avi che spiccavano sulle scure pareti.
Ad un tratto un rumore di usci aperti e rinchiusi, un frusco di vesti femminili, e un suono di voce argentina, ruppe il cupo silenzio. Marcella si ferm sulla soglia, mentre Aurelio si precipit colle manine aperte verso il professore.
Pap, pap! grid la voce infantile.
Egli si scosse come da un sogno, e disse:
Tu qui, Marcella?  il cielo che ti manda.
Perdono, disse la donna gettandosi nelle sue braccia, ti ho dato un gran dolore, me ne avvedo dal tuo volto disfatto.
Poi ringrazi il cognato e il nipote, venuti a confortare il marito chessa aveva abbandonato.
Ho fatto male, soggiunse, sono stata uningrata, ma lo sdegno  stato pi forte di me.
Non ti so dar torto, non bisogna voler strappare i segreti alla natura: il cielo nol permette.
Perch sei cos scoraggiato? Mi fai pena, bisogna rimettersi al lavoro, anzi, guadagnare il tempo perduto. Aurelio sta bene, s fatto pi robusto e intelligente, forse saranno stati i microbi.
Ora sono morti, disse il professore, non turberemo pi la loro pace.
Come? esclam Marcella con uno sguardo interrogativo.
Distrutti, disse Paolo.
E tu hai fatto questo? chiese rivolta al marito. Non ci sar mai possibile rinunciare a studii cos interessanti, ritorneremo da capo.
Il professore crollava il capo come per dire che tutto era finito.
Pare che abbiano rivelato una grave malattia nel mio organismo, disse Enrico. Ecco il loro delitto.
Una malattia? Non pu essere, con quellaspetto; ma so certo che non si pu osservare con calma quelli che si amano. Se sapeste quanti mali, lass nella solitudine della montagna, ho veduto sorgere e tramontare nel corpo del mio bambino quando era sotto linfluenza dei microbi! Ora son passati e sta bene; nella solitudine della vita campestre, i miei nervi si sono calmati e la verit  apparsa intera al mio spirito. Ho capito che  una scoperta che non solo ci mostrer le malattie, ma forse potr aiutarci anche a curarle.
Poi volle esaminare il nipote affermando che collesercizio continuato nellosservare il piccino, la sua vista sera fatta pi acuta: lo condusse in una camera oscura e ne esamin il petto.
Che cosa hai veduto? chiese al marito.
Un punto nero.
Hai dato corpo alle ombre,  proprio cos, quel punto nero  unombra, non vedi? Mano mano che Enrico si muove, esso si sposta, eccone la prova pi convincente.
E gli altri? chiese il professore.
Sono stati suggestionati, ecco la verit: vi d la mia parola di dottoressa, che Enrico sta benone.
Ella ordin a tutti di andare a ritemprarsi assieme nella sua casa in montagna.
Abbiamo sofferto troppo e prima di riprendere il lavoro, propongo di andare a scacciare i tristi pensieri e passare qualche giornata lieta.
Approvato, dissero tutti in coro.
Non mi scapperai pi via, disse il professore a Marcella.
No, ma devi promettermi di non far pi esperienze sul corpo di nostro figlio.
E nemmeno su quello di Enrico, ne puoi star sicura, ho sofferto troppo, rispose il professore.
Paolo era ritornato di buon umore, e diceva che la scienza  pericolosa dopo che lalbero della scienza del paradiso era stato la rovina di Adamo ed Eva.
Ma fu lorigine dellumanit, osserv Enrico.
Infine non sappiamo nulla, disse il professore, intanto godiamo di questa tregua alle nostre ansie. Chi ci avrebbe detto unora fa, quando eravamo tanto tristi e abbattuti, che in poco tempo tutto potesse mutarsi? Ma mia moglie  ritornata a ridonare la pace e la serenit alla vecchia casa che pareva sul punto di crollare. Ora mi sento nuova lena per ricominciare il lavoro interrotto.
Ed io non tabbandoner pi, disse Marcella.
Lo credo bene, salt su Enrico, colla tua scienza ci hai ridato la pace e fatto la luce.


DIVINAZIONE.
In generale, quando il dottor de Roberti invitava a pranzo i suoi colleghi, dimenticava le noie della professione, era allegro, vivace, spiritoso, parlava di cose frivole, e gli pareva desser ritornato ai bei tempi in cui era studente.
Egli sedeva a tavola come al solito, cogli amici, ma quella sera non parlava, rispondeva a monosillabi e pareva assorto in un pensiero tormentoso.
A che cosa pensi? Dov scappato il tuo buon umore? hai qualche pensiero che ti preoccupa? gli chiesero i compagni.
Nulla, rispose il dottore, penso ad un caso strano che mi  accaduto in passato, e che oggi un avvenimento nuovo ha ridestato nella mia memoria.
Potresti bene raccontarcelo, piuttosto di startene pensieroso a ruminarlo nella tua mente, disse il suo vicino di tavola.
Quando il cervello  carico di pensieri, il solo mezzo per sollevarlo  dar la stura al discorso, la parola  la valvola di sicurezza dei pensieri che ci opprimono, sentenzi un altro.
Sentiamo questo caso strano; dissero in coro tutti gli amici; e soggiunsero vedendolo titubante: Fuori infuria la bufera e in questo tepore, raccolti intorno alla tavola con una tazza di moka davanti e una sigaretta in mano, sar un vero godimento ascoltare una storia curiosa, narrata nel modo squisito ed elegante come tu solo sai fare.
Non ho bisogno di queste lusinghe, disse de Roberti, ma sar compiacente e vi racconter la mia storia che forse potr interessarvi; in ogni caso, mi far bene vuotare il sacco e rester pi leggero; solo mi permetterete di non dirvi il nome dei miei personaggi per non tradire il segreto professionale.
Rimase qualche istante assorto come per raccogliere le idee e incominci:
Era un pomeriggio di primavera, una di quelle giornate tepide, piene di profumi e dincanti, che invitano a correre allaperto a prendere un bagno daria e di sole, e riesce dimmenso sacrificio quel doversene star rinchiusi fra quattro mura a udire il racconto di tanti mali che tormentano lumanit. Erano sfilati davanti a me un bel numero di pazienti, altri erano ad attendere nella sala daspetto, ma mi sentivo stanco, provavo un desiderio prepotente di andare a passeggio e avevo deciso di non ricevere pi nessuno, quando il mio cameriere mi disse che una signora insisteva per essere ricevuta.
Ritorni domani, dissio.
Non vuole andarsene, disse il cameriere, ha detto che si sbrigher presto; poi  tanto carina, soggiunse.
Pensai che forse gli aveva dato una grossa mancia; non mi sentivo pi la forza di oppormi e dissi: Falla entrare; tanto  vero che qualche volta, quando si  stanchi, ci si lascia suggestionare anche dal cameriere.
Era una signora giovane, elegantissima, ben proporzionata nella persona, cogli occhi neri, profondi e la bocca piccola, sorridente, ma in fondo a quello sguardo acuto e a quel sorriso cera qualche cosa di cos triste che inspirava ad un tempo simpatia e compassione. Essa mi porse la mano dicendomi:
Perdonate se vi disturbo, ma ho sentito parlar tanto di voi, e so che oltre ad essere un abile medico, siete un profondo psicologo.
Non sembrate ammalata, dissio. Il vostro aspetto  fiorente.
Lapparenza inganna, rispose, e poi sono tanto infelice....
Cos per far qualche cosa e per inveterata abitudine, le toccai il polso dicendo:
Sentiamo le vostre sofferenze.
Prima di tutto ho la disgrazia desser ricca, riprese, poi quella di leggere nel pensiero altrui, e so pur troppo che tutti agognano alle mie ricchezze e nessuno mi vuol bene sinceramente, ed io ho invece tanto bisogno daffetto.
Aveva le lagrime agli occhi e minspirava una gran compassione, ma ero incerto, non sapevo che cosa dirle, quando a un tratto si stacc da me:
Non sono pazza! esclam con voce irritata.
Era appunto il pensiero che mera passato per la mente e quella chiaroveggenza mi sorprese.
Da quel momento la mia ammalata incominci ad interessarmi e dimenticai il tepore primaverile e i campi in fiore per dedicarmi a quellessere grazioso che mi si presentava tanto diverso dagli altri.
Scusate, le dissi tutto confuso, non vi conoscevo, ora vi siete rivelata e vi credo; potete continuare.
Ecco, rispose, appena voi mi avete toccato la mano e un pensiero si  formato nella vostra mente, esso si  riflesso nella mia come in uno specchio, e cos avviene sempre e con tutti, e ci forma la mia infelicit, perch so con certezza matematica che non ho un amico sincero.
Veri amici non se ne trovano tanto spesso, io dissi, ma siete bella, giovane, ne incontrerete certo sul vostro cammino, e pi fortunata dogni altra potrete conoscere a fondo il loro cuore e il loro pensiero.
Scosse il capo malinconicamente e rispose:
Ho avuto una sola vera affezione nella mia vita, mia madre! Se sapeste come ero felice in quel tempo! Sapevo che il suo cuore era tutto per me, ero la sola sua preoccupazione, il suo unico pensiero, non viveva che per farmi lieta, per circondarmi di tutte le comodit della vita, essa accumulava denaro per lasciarmi ricca, simpensieriva se una nube passava sulla mia fronte. Non vi posso descriver le mie sofferenze quando la vidi ammalata, lo strazio che provavo ogni volta stringendo la mano del dottore che la curava, sapendo che non cera pi speranza di salvarla, come mi faceva credere colle parole che mentivano pietosamente. E poi quando tutto fu finito e rimasi sola al mondo, senza fede, senza illusioni e senza amici, quale sciagura!
Essa aveva le lagrime agli occhi; io cercavo di consolarla facendole intravvedere un avvenire pi lieto, quando forse un cuore affettuoso lavrebbe compensata della materna affezione perduta per sempre.
Per un momento lho creduto anchio, disse, ma mi sono ingannata. Incontrai un giovane che chiese la mia mano; pareva sincero, mi era simpatico e lavevo accettato perch troppo penosa mi riusciva la solitudine. Che disillusione! mentre mi teneva per mano e le sue labbra mi dicevano parole damore, la sua mente pensava al modo dimpiegare le mie ricchezze, egli meditava di vendere la casa dei miei avi, di mutar tutto quello che aveva per me la religione delle memorie, voleva darsi a speculazioni azzardose, farmi cambiar metodo di vita e consuetudini, e mai nessun pensiero gentile al mio indirizzo, parole, soltanto parole per nascondere il vuoto dei suoi sentimenti.
Come potete credere, mandai tutto a monte e cos ebbi la soddisfazione di guastare i suoi piani, ma che mi giov? Sono stanca della vita e venni appunto a voi per trovar rimedio alle mie sofferenze.
Bisognerebbe che mutassi la vostra natura, dissio, prendendole la mano, e la vostra stessa sensibilit, quella che vi  cagione di tali sofferenze e disinganni, vi colloca fra le persone privilegiate; non posso che offrirvi la mia amicizia; e questa  sincera e senza secondi fini; vi permetto di leggere liberamente nel mio pensiero, dissi, porgendole la mano.
Essa me la strinse fra la sua sorridendo.
Grazie, disse, accetto di cuore. Ho tanto bisogno dunamicizia sincera; per anche la vostra  alquanto interessata.
La guardai con uno sguardo interrogativo e trionfante, sperando di coglierla in fallo. Essa soggiunse colla sua voce insinuante e con un accento un po ironico:
Interessata, lo ripeto, e non minganno. Non sono le mie ricchezze che vi premono, ma trovate chio sono un essere curioso, degno desser studiato, un bel caso, come dite voi medici, e lamore della scienza vi spinge ad offrirmi la vostra amicizia.
Io ero attonito; aveva ancora letto come in un libro aperto quello che stava in fondo al mio pensiero; sentivo una vera simpatia per quella giovane, ma la curiosit di studiare il mistero di quella sensibilit straordinaria, di quella divinazione meravigliosa, mavea spinto ad offrirle la mia amicizia: ero confuso come se fossi stato colto in fallo, ma essa con accento franco e risoluto, soggiunse:
Ebbene, comunque sia, accetto con tutto il cuore la vostra offerta, almeno il movente ne  pi elevato e posso esser utile a qualche cosa; ci mi riconcilia collesistenza; dunque siamo intesi, disse congedandosi, me ne vado contenta perch so di aver trovato un amico.
*
De Roberti fece una pausa per riposarsi, accese una sigaretta e diede un profondo sospiro evocando quei ricordi passati.
I suoi amici pendevano dalle sue labbra, impazienti che continuasse il racconto che incominciava a riuscir loro interessante.
Dopo qualche minuto il dottore riprese:
Vi confesso che penso allamicizia di quella donna con sincero rimpianto, passai con lei ore veramente deliziose e interessanti non sorridete, fu unamicizia pura, senzombra di sottintesi, eccezionale come la persona che la inspirava. Vi dir anche che quella sua chiaroveggenza mi metteva sgomento, dovevo fare uno sforzo per padroneggiare i miei pensieri e disciplinarli, e quantunque mi accogliesse con festa e mi trovassi molto bene nella sua compagnia, non potevo prolungar troppo le mie visite. Andavo generalmente di sera, quando era sola, essa si confidava a me interamente e ascoltava i miei consigli. Era invero un essere eccezionale, degna dessere studiata, i suoi sensi erano acutissimi e raffinati, indovinava con uno sguardo il carattere duna persona, collaiuto del tatto, leggeva nel cervello altrui come in un libro aperto, pareva un essere fatto per un altro mondo, dove dovesse regnare la sincerit.  certo che in mezzo a noi, abituati a nascondere la verit collartificio della parola, si trovava a disagio, soffriva continuamente nellintimo del suo animo, e quei patimenti si ripercuotevano anche sul suo fisico alquanto delicato, e se io non le avessi dato delle norme di vita per poter lottare contro le pene dello spirito, avrebbe perduto la salute. Non la curavo con farmachi inutili; nemmeno gli anestetici riuscivano a diminuire quella morbosa sensibilit; mi preoccupavo soltanto dello spirito, la consigliavo a mutar spesso luoghi e conoscenti: infatti in ogni nuova persona che avvicinava, avea lillusione di aver trovato unanima sorella, ed era tutta piena di speranza, ma quando leggeva nel pensiero della nuova amica, e ne approfondiva i sentimenti, era una nuova delusione, e soleva dire, che sempre pi si persuadeva che nel mondo tutto  ignobile e interessato, si spera che quelli che ci avvicinano siano diversi dagli altri, sincomincia ad amarli e il disinganno riesce pi doloroso.
Aveva momenti di scoraggiamento e di misantropia chio dovevo combattere con tutte le mie forze, trovando pericolosa quella tendenza alla solitudine che nel suo stato danimo avrebbe potuto condurla alla lipemania.
Cercavo di far sorgere in lei ogni tanto un interesse nuovo per distrarla. Ora le consigliavo di leggere dei libri serii cherano i migliori amici, i soli che non tradiscono mai, oppure la spingevo a fare delle escursioni alpestri nelle quali lanimo si ritempra al contatto colla natura selvaggia, suscitavo nel suo spirito la passione per le arti, per lo sport, per le scoperte scientifiche, e la trattavo come una bimba che ha bisogno continuamente dun nuovo divertimento.
Mi era riconoscente, diceva che ero la sola persona che le volesse un po di bene, il suo solo amico; leggeva nel mio interno e, secondo lei, ero un uomo perfetto; mi diceva generoso, buono, indulgente, dedito solo alla scienza e al bene dellumanit, e tante altre cose che facevanmi temere che leggesse nel mio pensiero con lenti dingrandimento.
I suoi ascoltatori protestarono, ma egli senza interrompere il suo racconto continu:
Sta il fatto che ero il suo confidente e quella fanciulla minteressava ogni giorno di pi. Era straordinaria; peccato che non si prestava volentieri a lasciarsi studiare e che nellinteresse chio prendevo per la sua persona, nel godimento della sua piacevole conversazione, dimenticavo la scienza e la mia professione e mi lasciavo cullare dallincanto di quella voce insinuante.
Non veniva a casa mia che raramente, quando aveva qualche cosa da chiedermi, ed era un po di tempo che non andavo a vederla.
Un giorno capit da me improvvisamente come una bomba. Non aveva la sua solita faccia serena, ma era confusa, incerta come chi non sa incominciare un discorso.
Io la guardai un po sorpreso e inquieto.
Che c di nuovo? le dissi. Che cosa avete?
Caro dottore, rispose, non mi rimproverate, ma sto per fare una grande sciocchezza. Mi sono decisa a prender marito.
Non so perch, a quellannuncio, cos imprevisto, rimasi un po contrariato, ma mi dominai subito; dissi, sorridendo:
Voi che leggete nel pensiero delle persone avrete meglio dogni altro la possibilit di fare una buona scelta.
Pur troppo ci sono cose inesplicabili, sentimenti che non si possono vincere, rispose, ed io mi trovo nel caso di uno che vede un abisso davanti a s e vi si sente attratto irresistibilmente.
Sentiamo di che cosa si tratta, io dissi facendomela sedere vicino, forse il diavolo non  cos brutto come si dipinge.
Allora mi narr che si era incontrata col conte V.... un giovane simpatico, elegante, appartenente alla migliore societ e se nera innamorata pazzamente: era un giovane scioperato, che non aveva mai fatto nulla di buono nella sua vita, amava il giuoco, le feste, le allegre brigate e i divertimenti; avendo veduto diminuire la sua sostanza, aveva pensato di prender moglie per continuare la sua vita spensierata.
Che volete? disse, sono certa dessere infelice, ma mi sento attratta verso di lui da una forza misteriosa alla quale non posso resistere.
Io la tenevo per mano e non sapevo che dirle; la sentivo cos innamorata, cos risoluta nella sua decisione che qualunque cosa le avessi detto per distogliernela, le avrebbe fatto leffetto contrario.
Mi compiangete, soggiunse. Indovino tutto quello che potreste dirmi per distogliermi dalla risoluzione presa; me lo sono detto io stessa,  il destino che mi spinge, sono debole come una foglia travolta dalla bufera, non posso opporre nessuna resistenza.
Almeno, dissi, pensate allavvenire, servitevi del vostro privilegio di prevedere gli avvenimenti per salvarvi dalla rovina.
Far quello che potr, rispose alzandosi e stringendomi la mano, promettete di restar sempre il mio fido amico; ci mi dar coraggio.
Promisi, e quando la vidi uscire mi fece leffetto di persona inerme che andasse a cacciarsi nel mezzo duna fiera battaglia.
*
Per alcuni mesi rimasi senza notizie della mia amica e vi confesso che sentivo molto la mancanza di quellessere eccezionale, sentivo un vuoto intorno a me come se avessi perduto una figlia carissima, rimpiangevo le piacevoli ore passate con lei, le intime conversazioni indimenticabili,
Per non si era dimenticata di me, e a poco a poco si stabiliva fra noi una corrispondenza continuata ed assidua.
Ebbe un periodo di felicit, si sentiva amata dal suo sposo e il mondo le appariva ad un tratto migliorato, e che tutti fossero pi buoni per lei dopo che la sapevano protetta e felice.
Viaggi molto, frequent la societ elegante, divenne quasi frivola e mondana. 
Nella gioia di sapersi amata si abbandonava interamente a seguire la volont del marito come se si trovasse sdraiata in una barca su lago tranquillo lasciandosi trascinare dalla corrente.
Non penso a nulla mi scriveva mi affido alla vita e non tento nemmeno di sapere quello che pensa il mio compagno, si sta tanto bene qualche volta trascorrendo i proprii giorni nellignoranza. Sono come in un sogno e temo di risvegliarmi.
Poi vennero lettere meno serene, nelle quali sindovinava un turbamento chella voleva nascondere, poi altre dove non celava pi la sua preoccupazione per lavvenire.
Un giorno, quando la credevo lontana mille miglia, venne da me improvvisamente e tanto mutata che mi fece unimpressione penosa.
La sua faccia pallida aveva perduto il bel colorito della salute e intorno agli occhi bruni e profondi aveva due cerchi turchini come se fosse uscita da una malattia; teneva in mano una borsa voluminosa che le dava un aspetto strano.
Siete ammalata, le dissi.
Forse, ma non importa.
E vostro marito?
Come lavevo preveduto, non mi ama pi, mi tradisce e mi rovina, pazienza, soggiunse con un sospiro doloroso, ormai sono destinata a trascinare la mia catena, un fiume non pu rimontare alla sorgente, cos non si pu rivivere il tempo passato; ma voi mi siete sempre amico? chiese rivolgendomi uno sguardo supplichevole.
Accertatevene voi stessa, dissi, offrendole la mano.
La prese ansiosamente, come il naufrago una tavola di salvezza, e soggiunse:
 vero, siete sempre uguale, i vostri sentimenti non sono mutati. Siete la sola persona di cui posso intieramente fidarmi; a voi affido il mio avere, tutto quello che ho potuto salvare dal naufragio.
S dicendo, aperse la borsa che teneva in mano e trasse fuori carte di valore, titoli al portatore, mucchi di cartelle che si accatastavano disordinatamente sul tavolino. Non avevo mai visto tanti valori riuniti, mi davano le vertigini e stupivo di vederli trattare con tanta indifferenza come fossero carte straccie.
Osservavo in silenzio e non capivo che cosa volesse fare di tutte quelle ricchezze.
Essa contava:
Cento, duecento, cinquecentomila, ecco tutto quello che mi rimane, e che io affido a voi per salvarlo; vi raccomando, non dite nulla a nessuno, prendete.
Io esitavo, e la guardavo esterrefatto.
Mi credete pazza, disse, non lo sono: vingannate, vi prego di tener questa somma come sacro deposito, datemi ancora questa prova damicizia, sar forse lultima.
Almeno mi concederete di farvi due righe di ricevuta, io dissi.
Non importa, rispose, ho letto abbastanza nella vostra anima per convincermi che di voi posso fidarmi.
Ma potrei morire.
Morr io prima, lo sento, sono tanto ammalata. Anzi, se questo avviene, adoperate il mio avere in qualche opera di beneficenza.
Le feci scrivere questo suo desiderio e volli che accettasse da me due righe di ricevuta, che nascose in un medaglione che teneva attaccato alla catena dellorologio, dicendo:
Mio marito non sa nulla, non deve sapere, ricordatevi, ha sempre ignorato questa parte della mia fortuna che sono riuscita a nascondergli, ma ora non posso pi, non ho pi la forza di lottare; non sapete? mi disse abbassando la voce, che una volta avendogli io rifiutato del danaro, ho sentito in lui il desiderio della mia morte, e orribile a dire gli  passata nella mente anche lidea di sopprimermi; quanto ho sofferto non potete immaginare! basta! ora  finita, non lamo pi.
E vivrete ancora con lui? Avete questo coraggio?
Ormai crede chio non possieda pi nulla, non avrebbe pi scopo di uccidermi; ora viaggia, si diverte e non si chiede nemmeno in che modo io possa vivere.... Devo tornarmene per definire alcune cose ancora, poi verr a chiedere asilo alla vostra casa di salute; anzi, se possibile, dovreste prendere in affitto per me un villino nelle vicinanze, e ricordatevi per la nostra vecchia amicizia che mi accoglierete come vostra ospite: sono tanto ammalata, che ho bisogno desser vicina al mio medico, e il mio spirito appunto invoca il suo vecchio amico. Acconsentite, non  vero?
La rassicurai e intendevo subito offrirle ospitalit nella mia casa, ma volle partire promettendo che sarebbe ritornata al pi presto possibile.
Sar la mia ultima fermata, disse congedandosi, e lultimo pensiero che mi sorride  di morire presso di voi.
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Dopo pochi giorni, io era in festa preparando un bel nido presso la mia casa, avevo preso in affitto un grazioso villino inghirlandato di rose rampicanti, stavo ammobiliandolo elegantemente perch fosse degno della mia amica, quando mi venne lannuncio della sua morte.
Pensate alla mia sorpresa e al dubbio orribile che mi assalse: mi pass per la mente che il marito lavesse uccisa per impadronirsi degli ultimi residui della sua fortuna. Che cosa avrei dovuto fare? accusarlo? A che scopo? Forse mingannavo, mi contentai di chiedere alla sua fida cameriera, che venne a recarmi il medaglione colla mia ricevuta, ragguagli su gli ultimi momenti della sua padrona.
Disse che era ammalata da molto tempo e ogni giorno la vedeva farsi pi debole e stanca; del marito non sapeva nulla, ma lamava sempre e soffriva di quellabbandono. Poi mi narr che la mia amica, sentendosi morire, le diceva:
Rammentati quando sar morta che devi recare tu stessa il mio medaglione doro al dottor de Roberti, e il mio ritratto che sta nel salotto, gli dirai di tenerli per mia memoria, che pensi a me e si rammenti lincarico che gli ho dato.
Parlandomi degli ultimi momenti della sua signora era commossa, si rammaricava che la mia amica non avesse potuto morire vicino a me e questultimo desiderio non fosse stato appagato.
Vi assicuro che fu per il mio cuore un fiero colpo e non sapevo darmi pace che fosse scomparsa cos improvvisamente.
Ed ora voi sapete bene lorigine dellasilo per i poveri infermi fabbricato col lascito di una signora che desiderava conservare lincognito.
Fu la mia amica che, avendomi confidato i suoi averi, ha permesso che potessi appagare il mio desiderio e accogliere tanti poveri ammalati di malattie del sistema nervoso, i quali in caso diverso sarebbero stati abbandonati o confusi coi pazzi. Sono passati pi di cinque anni e sono contento dei risultati ottenuti; la parte della mia casa destinata ai ricchi mi aiuta a mantenere quella pei poveri, e credo che laver potuto curare ciascun malato quasi separatamente, abbia contribuito ad ottenere i buoni risultati che voi conoscete.
Ora, oggi stesso, mi capit una strana combinazione che mi ha fatto rinvangare il passato ed  causa della preoccupazione che avete notato.
Pensate che il conte V...., marito della mia amica,  venuto a pregarmi chio laccetti nella mia casa di salute.
 molto ammalato e ridotto nella pi squallida miseria.
Eravate tanto suo amico e spero che non mi abbandonerete, vi supplico, in nome della sua amicizia, mi ha detto.
Lho subito accolto e ho messo a sua disposizione il villino destinato a sua moglie. Egli rimase confuso, non potendo credere a tanta generosit.
Ma sono un miserabile, andava ripetendo, non ho pi nulla, non sono degno di abitare questo bel villino, non potr mai compensarvi.
Vostra moglie mi ha tanto aiutato nella mia opera di beneficenza, che devo farlo per la sua memoria, dissio.
Egli era commosso, piangeva come un bambino e non trovava parole per ringraziarmi.
Non immaginava certo di avere un po di diritto alla mia ospitalit.
Anche questo  un essere originale da studiare, anchegli ha preso una certa facilit dindovinare i pensieri altrui, non certo al grado della moglie, ma vi confesso che questa coincidenza mi ha turbato; i ricordi del passato rivivono nella mia mente ed ecco perch oggi non sono il vostro allegro commensale.
Gli amici lo ringraziarono di quel racconto che li aveva tanto interessati e dopo si trattennero a parlare dei misteri della psiche ancora ignorati e della trasmissione del pensiero, concludendo che il nascere con un tal privilegio, varrebbe a far luomo ancora pi infelice.
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FINE.